sabato, Luglio 20

Myanmar: Amnesty International revoca il Premio ad Aung San Suu Kyi I silenzi del Premio Nobel per la Pace 1991 sulla drammatica persecuzione ai danni della minoranza Rohingya sono stati considerati non più accettabili

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La notizia ha presto fatto il giro del Mondo. L’onorificenza che era stata concessa al Premio Nobel per la Pace 1991, la birmana Aung San Suu Kyi da parte di Amnesty International nella forma di ‘Premio all’Ambasciatrice della Coscienza’ è stata revocata. Si tratta di un prestigioso riconoscimento che Amnesty International aveva attribuito alla leader politica birmana nel 2009 quando era ancora trattenuta in stato di arresto da parte dell’allora giunta militare birmana che così l’aveva estromessa dalla vita politica e sociale nazionale per un complessivo quindicennio. Il Myanmar, nei suoi più alti vertici, ha risposto in modo sprezzante alla decisione di Amnesty International, ma non è il primo atto di disconoscimento dell’autorevolezza di Aung San Suu Kyi nel contesto internazionale. Già il Canada aveva lo scorso mese revocata la cittadinanza onoraria e nel mese di Marzo l’Holocaust Museum degli Stati Uniti le ha ritirato un premio che porta il glorioso nome del sopravvissuto all’Olocausto Elie Wiesel.

Il motivo per il quale questi disconoscimenti internazionali si succedono l’uno all’altro, circa il Premio Nobel per la Pace del ’91 è chiaramente il silenzio di Aung San Suu Kyi verso quello che da più parti -ONU compresa- viene dichiaratogenocidio dei Rohingya‘, la minoranza di estrazione musulmana sul territorio birmano nella parte Settentrionale del Myanmar, Stato di Rakhine, tormentata da una feroce persecuzione da parte dell’apparato militare di Yangoon. E così, quella che era presto diventata una icona della libertà e della democrazia nel Mondo, pietra dello scandalo che aveva determinato pesanti sanzioni economiche e commerciali verso il Myanmar da buona parte del Mondo, in specie gli USA, Paese capofila nel voler mettere pressione alla giunta militare birmana, oggi si ritrova spodestata dall’altare internazionale e gettata nella polvere del discredito. Ora si è innescata una spirale di revoche di premi ed onorificenze e la reputazione di Aung San Suu Kyi è sempre più compromessa. Il ‘Premio Ambasciatrice della Coscienza di Amnesty International’ non è propriamente una cosa di piccolo cabotaggio, anzi. Si tenga conto del fatto che ne son stati insigniti personaggi quali Nelson Mandela e Ai Wei Wei. «Oggi siamo profondamente costernati lei non rappresenti più un simbolo di speranza, coraggio e imperitura difesa dei Diritti Umani», ha affermato Kumi Naidoo a capo di Amnesty International in una lettera ufficiale inviata ad Aung San Suu Kyi. «Amnesty International oggi non vede come lei possa essere ancora giustificata nel suo ruolo di ricevente del titolo di Ambasciatrice della Coscienza così con grande rammarico con la presente glielo ritiriamo».

Nella sua Nazione Aung San Suu Kyi rimane comunque molto popolare presso vasti strati della popolazione birmana, fin dentro il suo partito la ‘National League for Democracy’, con la quale ha vinto le elezioni del 2015 che posero fine a decenni di dittatura militare. Il premio ritirato non solo mina la ‘dignità’ di Aung San Suu Kyi ma ricade sulla intera League NLD, come annotato dallo stesso portavoce del partito Myo Nyunt ai media internazionali, il quale però non ha fatto mancare un accenno alla teoria di un complotto ordito entro una più ampia cospirazione. «Tutte queste organizzazioni stanno operando a favore dei Bengalesi che hanno lasciato la Nazione per ottenere la cittadinanza», ha egli affermato usando un termine (Bengalis) che sminuisce i Rohingya ma che viene normalmente ritenuto accettabile in Myanmar dove si implica -in modo falso- che si tratta di immigrati provenienti dal Bangladesh mentre vi è ampia comprova storica che i Rohingya sono una etnia autoctona del Myanmar da secoli. Il Vice Ministro per l’Informazione Aung Hia Tun ha riferito ad agenzie internazionali di essere personalmente rattristato sulla cosa e profondamente deluso dall’annuncio ufficiale di Amnesty International e -dal suo punto di vista- ritiene che Aung San Suu Kyi sia stata finora trattata in modo ingiusto. «Questo tipo decisioni -ha affermato- non fanno altro che aumentare l’amore nei suoi confronti da parte del popolo birmano».

In molti sono scesi in strada in protesta per la decisione di Amnesty International. «La loro revoca è una cosa infantile. E’ come quando i bambini litigano e si riprendono i propri giocattoli», ha affermato un signore di una cinquantina d’anni ai microfoni dei media internazionali. Un altro più anziano ha aggiunto: «Non abbiamo bisogno dei loro premi».

Più di 720.000 Rohingya sono stati spinti oltre il confine col vicino Bangladesh in una operazione di repressione che ha avuto inizio nell’agosto del 2017 ed i rifugiati hanno raccontato di vicende orribili, fatte di stupri, rapimenti, torture e diversi civili arsi vivi. I militari birmani rispondono che si stanno difendendo da atti ostili perpetrati da miliziani di etnia Rohingya. Osservatori ONU hanno consigliato ai propri vertici internazionali di mettere sotto stato di accusa i generali dell’Esercito birmano che stanno conducendo ed hanno condotto tali violenze ed hanno accusato Aung San Suu Kyi ed il suo Governo di complicità sebbene finora non abbia chiesto una convocazione di fronte ad un tribunale internazionale. La stessa Aung San Suu Kyi in precedenza era stata salutata dal suo popolo ma anche dalla platea mondiale come paladina dei movimenti di opposizione birmani e che aveva sfidato i militari della giunta birmana al comando, i quali l’avevano costretta a quindici anni di arresto prima del suo rilascio nel 2010. La Premio Nobel per la Pace è stata più volte sollecitata a rispondere esprimendo il suo pensiero a proposito di onorificenze e premi ritirati ma finora ha sempre glissato sull’argomento. Le richieste ripetutamente presentate affinché si eviti la decisione della revoca del prestigioso riconoscimento sono state finora tutte respinte dalla apposita Commissione preposta al suo controllo. In molti, tra gli osservatori, ritengono che la nettezza della decisione nella direzione della revoca la si potrebbe giustificare attraverso il livello di grande autorevolezza che Aung San Suu Kyi aveva in precedenza acquisito proprio in materia di difesa dei diritti umani, vista la sua stessa vicenda personale ovvero l’arresto comminatole duramente da parte della giunta militare birmana per un complessivo periodo di quindici anni.

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