mercoledì, Maggio 22

Musulmani obbligati a convertirsi al cristianesimo

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A distanza di tre mesi dall’annunciata visita di Papa Francesco nella Repubblica Centrafricana, prevista il prossimo novembre, Amnesty International ha pubblicato un rapporto shock sulla comunità musulmana del Paese. Il rapporto ‘Erased identity: Muslims in ethnically cleansed areas of the Central African Republic’, pubblicato il 30 luglio – seguito da un reportage fotografico dal quale è tratta la foto pubblicata, un graffito sul muro della moschea di Gadzi che recita ‘Balaka’- è frutto di accurate indagini sul terreno svolte lo scorso maggio dalla famosa associazione internazionale in difesa dei diritti umani. La missione si è concentrata su 12 città all’interno del Paese dove si registrano enclave musulmane in territori controllati dalla milizie genocidarie cristiane Anti-Balaka e non protette dai soldati francesi e caschi blu dell’ONU. Le indagini rivelano quello che si può definire la seconda fase del progetto di eradicazione totale della comunità musulmana nel travagliato Paese africano.

La prima fase, attuata sotto gli occhi indifferenti della missione di pace ONU e del contingente militare francese della Operazione Sangaris, iniziò nel dicembre 2013, quando le milizie cristiane attaccarono Bangui, la capitale, per spodestare il Presidente Michael Diotodia, leader del gruppo ribelle musulmano Sèlèka che aveva preso il potere con le armi nel marzo 2013. Dal dicembre 2013 al dicembre 2014 la comunità musulmana, forte di oltre 145.000 persone, subì una pulizia etnico-religiosa dalle proporzioni inaudite. La capitale Bangui e vari distretti furono letteralmente ripuliti dalla presenza di cittadini di fede musulmana. L’80% dei musulmani, attaccati in tutte le parti del Paese, fu costretto a fuggire, rifugiandosi nei Paesi vicini, ovvero Ciad, Camerun e Niger. Il numero di vittime non fu mai dichiarato, ma alcune fonti locali parlano di oltre 12.000 musulmani barbaramente trucidati. Cifre mai ufficialmente riconosciute, in quanto nessuna indagine venne svolta per appurare il reale numero dei musulmani uccisi e gettati nelle fosse comuni. Alcune enclavi musulmane al nord, protette dalle milizie Sèlèka, furono teatri di violentissimi scontri tra le due comunità religiose contrapposte; i caschi blu ONU e i militari francesi non intervennero, lasciando che la spirale di rappresaglie e contro-rappresaglie si consumasse. Oggi su 145.000 musulmani ne rimangono nel Paese solo 900, secondo il reportage realizzato dal quotidiano britannico ‘The Guardian’.

Il rapporto di Amnesty International rivela che i musulmani rifugiati nei Paesi limitrofi se vogliono ritornare in Repubblica Centrafricana sono costretti ad abiurare la loro fede e a convertirsi alla fede cristiana, cattolica o protestante poco importa. Le milizie genocidarie cristiane Anti-Balaka, che controllano di fatto l’intero Paese, nonostante le assicurazioni date dal Governo transitorio di Bangui, dalla Francia e dalle Nazioni Unite che garantiscono di averle disarmate, vietano su tutto il territorio nazionale la professione della fede musulmana: vietate le preghiere comuni nelle moschee, per la maggior parte distrutte; vietata ogni esteriorizzazione della fede musulmana, compresi abbigliamento, libri sacri o trascrizione di versetti coranici; vietate anche le preghiere nelle case private. Chi non osserva l’interdizione di fede rischia di essere ucciso insieme alla propria famiglia. Il divieto non è tangibile presso la Capitale (pressoché ripulita dalla presenza di musulmani) ma nelle città dell’interno dove si registra una presenza storica di musulmani.

Amnesty International offre alla comunità internazionale prove inconfutabili di una persecuzione religiosa che trova eguali solo nella persecuzione adottata dalle truppe cristiane nella Terra Santa contro i musulmani prima dell’accordo con Saladin o nel genocidio della comunità cattolica nell’Inghilterra del XVI Secolo. «Per salvaguardare le nostre vite siamo costretti a convertirci alla fede cattolica. Se non lo facciamo le milizie Anti-Balaka ci uccidono. Non possiamo più pregare neanche in privato, né leggere il Corano. La religione musulmana è di fatto vietata nel Paese, e chi ha il coraggio di professarla viene abbattuto come un cane», riferisce un testimone giurato originario della prefettura di Sangha-Mbaèrè, protetto da Amnesty International. La conversione forzata a una religione viola palesemente i diritti di libertà religiosa sanciti a livello internazionale e compromette gli accordi di pace siglati tra le Sèlèka e il Governo provvisorio nel luglio 2014, a Brazzaville, Repubblica del Congo.

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