venerdì, Agosto 14

Mussolini e i suoi ‘matti’

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Dal 1922 al 1943 i dati emersi dagli archivi di Stato italiani permettono di delineare una proiezione su scala nazionale di uomini e donne sottoposti all’internamento psichiatrico anche per fattori politici, che spesso si aggiunsero alle altre più diffuse forme di segregazione fascista già in atto. L’internamento civile nei manicomi provinciali colpiva soggetti che non avevano commesso alcun reato e quindi non dovevano subire nessun processo. Il procedimento di internamento non doveva riunire nessuna Commissione provinciale per i provvedimenti di Polizia, come avveniva invece per l’ammonizione politica o l’assegnazione al confino, ma bastava una segnalazione, un’ordinanza di Pubblica Sicurezza e un certificato medico, così senza clamori o proteste si procedeva all’internamento. Questure, Prefetture e Podestà non rappresentavano il ruolo di esecutori degli ordini superiori, ma erano protagoniste esse stesse di certi episodi con una volontà più punitiva che di natura effettivamente sanitaria. I manicomializzati con le loro condotte e azioni contribuirono a maturare negli organi di Polizia la convinzione che essi rappresentassero un pericolo per il fascismo. I casi emersi nella realtà sono 475, e rappresentano l’1,06% del totale dei reclusi in questi centri. Il numero degli antifascisti internati in manicomio tuttavia aumenta, se si considera anche quelli soltanto schedati dalle autorità locali, con un dato del 7% nella sola regione marchigiana e di oltre il 35% nel capoluogo emiliano.

Si avrebbe così un totale di diverse centinaia di casi sparsi nelle regioni del nostro Paese, la cui segregazione può essere stata effettuata in alcuni casi anche come forma di prevenzione da gruppi marginalizzati (le prostitute, i vagabondi, gli oziosi e gli alcoolisti) e considerati tendenzialmente pericolosi, che alla fine del XVIII secolo avevano cominciato ad ossessionare medici, psichiatri, criminologi e giuristi contro la degenerazione sociale e le sue varie manifestazioni, rafforzatasi nel XIX secolo (specie dopo i fatti della Comune di Parigi, con la spinta decisiva allo studio della psicologia delle folle e il pregiudizio verso coloro che assumevano alcool, verso i criminali generici e i sovversivi) secondo una ridefinizione in termini razziali delle classi lavoratrici, considerate inferiori. Tale concezione non cambierà nel Novecento, rafforzando invece il legame tra vizio del bere, la marginalità e la militanza rivoluzionaria, come sosteneva per esempio tra gli altri l’economista Maffeo Pantaleoni, convinto sia che alcool e sifilide diffusi tra i ceti bassi della popolazione provocassero la lesione dei centri nervosi inibitori, sia della ereditarietà di tali vizi biologici, oppure le stesse autorità di polizia che collegavano l’abuso di alcool con altri fenomeni di devianza sociale, come vagabondaggio, ozio, oppure sessualità disordinata.

Le fonti prese in considerazione per studiare tali devianze provengono dagli archivi della Polizia o da istituti psichiatrici, i cosiddetti archivi dell’emarginazione’, e risulta assai facile trovarvi un punto di vista stereotipato sulle classi subalterne, sui conflitti e le contraddizioni e sulla visione di questo mondo da parte delle classi dominanti e soprattutto nel ventennio fascista registrare il conseguente accanimento giudiziario verso certi individui provenienti da settori marginali della società, non inclini a volte ad adattarsi alle regole del vivere civile. Il non uniformarsi al conformismo politico del Ventennio, oppure la tenace fedeltà a convinzioni ideologiche contrarie al regime, anche dopo anni passati in carcere oppure al confino, portava ad essere dichiarati matti da parte del regime e rinchiusi in apposite strutture, create per questa che veniva considerata a tutti gli effetti una malattia mentale.

Nella Prima Guerra Mondiale si faceva risalire l’insorgere delle malattie cosiddette mentali anziché ai postumi del conflitto in atto, piuttosto alla degenerazione delle classi considerate all’epoca inferiori, e alla loro inadeguatezza antropologica e culturale ad affrontare grandi e nobili compiti; a volte i soldati che simulavano la pazzia, oppure opponevano un rifiuto psichico al conflitto, manifestavano anche tendenze politiche sovversive e i medici preposti annotavano diligentemente nelle cartelle cliniche gli elementi riferibili a questo secondo aspetto, facendoli rientrare nella storia clinica del malato e rendendoli quali segni valutabili di una psicosi che entrava di fatto a far parte dei risultati conseguiti in tale trattamento. Esso però non scomparve con l’avvento del fascismo in Italia, anzi il sovversivo divenne addirittura tacciabile di psicosi latente, tanto che alcuni psichiatri espressero la loro convinzione che ragione e follia trapassassero l’una verso l’altra e che l’oggetto del loro studio non fosse rappresentato soltanto dai folli dichiarati, ma anche da tutti gli utopisti, i teorici, gli inconcludenti e gli eccentrici, dei quali si diceva a quel tempo che la Camera antifascista era stata piena. Alcuni dottori giunsero alla convinzione che esistesse realmente un’intima relazione tra idee sovversive professate e la malattia dei soggetti, mentre in altri casi furono le autorità di Polizia a chiedere indagini sulla correlazione tra follia e antifascismo costringendo i direttori degli istituti psichiatrici a specificare che, non essendo comparabile la pazzia del ricoverato preso in esame, non esisteva nessuna forma psicotica alla base della sua condotta di sovversivo nei riguardi del regime.

Dopo lo scoppio della guerra in Spagna il comunismo venne ad marcare una linea di separazione tra la sana normalità del fascismo e l’abbrutimento civile e morale provocato dalla sovversione, dall’anarchismo e dal bolscevismo, tanto che nelle immagini di propaganda politica cominciò a radicalizzarsi il ricorso alla raffigurazione della brutalità e della sub umanità del comunismo e dei comunisti, con quella che nella primavera del 1937 venne denominata su ‘Civiltà comunista’ la ‘pazzia bolscevica’ nel paese iberico. Qui il bolscevico era rappresentato come un assetato di gioia, portato a credere in una felicità tutta terrena e in una libertà di natura, entrambe integralmente irraggiungibili; il soggetto non rifuggiva alcun mezzo, anche il più crudele, per raggiungere agevolmente e presto il suo scopo: tutte convinzioni alle quali si era giunti un paio di anni prima.

Anche in Grecia, durante la dittatura dei colonnelli, la psichiatria sembrò condividere con l’autorità statale, oltre all’aspirazione alla protezione sociale, anche quella alla conservazione della legalità e dell’ordine, nonchè la protezione contro ogni attentato, devianza, o comportamento anomalo e irregolare a tutela dei costumi e della stessa proprietà privata. Gli oppositori del regime venivano chiamati ‘miasma’, ovvero ‘uomini e idee che infettano’, e l’isola che aveva ospitato i malati fino al 1967, negli anni successivi divenne un campo di concentramento per detenuti politici, costringendo i malati reali a vivere in una forzata condizione di semi promiscuità, separati soltanto da un semplice reticolato di ferro. Gli alienati venivano sottoposti a brutali torture e spesso impazzivano a causa di queste, mentre un quarto di essi moriva segregato in manicomio, con una media di sei morti prima dei 30 anni, di 23 persone tra i 30 e i 40, 35 casi di morte tra i 40 e i 50 anni, mentre il loro ricovero risaliva a 8, 10 o 15 anni precedenti. Molti dei direttori si scontrarono con le posizioni del fascismo in quanto neutralisti convinti, come il socialista Arnaldo Pieraccini che fu più volte aggredito e tenuto sotto sorveglianza durante il regime fascista, oppure Luigi Scabia, oggetto di persecuzioni sin dal 1928, in quanto considerato un massone di vecchia data e filoaventiniano, deceduto nel 1934 dopo aver dato le dimissioni obbligate da direttore del manicomio di Volterra, senza aver ricevuto nessun sostegno dalla Società italiana di Psichiatria.

Esisteva poi il controllo costante e diretto del regime sugli infermieri e sul personale di sorveglianza deputato alla cura e alla custodia dei malati, compresi quelli politici. Era chiara la capacità di interdizione, da parte delle autorità politiche fasciste, nelle scelte che operativamente poi dovevano organizzare la vita all’interno di un ospedale psichiatrico, non soltanto per gli aspetti gestionali e di sorveglianza, ma anche per quelli scientifico-diagnostici volti a dichiarare malati di mente o no alcuni ricoverati nell’istituto stesso. Per alcuni schedati politici il manicomio stesso ha rappresentato una via di fuga rispetto ai provvedimenti di polizia che erano stati loro assegnati o avrebbero dovuto essere assegnati, soprattutto se potevano permettersi il ricovero in tali strutture.

Molti di coloro che furono ricoverati in ospedali psichiatrici durante il regime fascista, una volta usciti da tali strutture, preferiscono non parlare della loro esperienza, come succede spesso a coloro che hanno vissuto estreme condizioni di oppressione e considerano tale vicenda come un’onta indelebile di cui vergognarsi, come dimostra l’esperienza del dirigente socialista Giuseppe Massarenti che, dopo la liberazione di Roma, si rifiutò di lasciare l’ospedale psichiatrico senza la dichiarazione che la perizia firmata da due medici che lo avevano dichiarato pazzo ai tempi del suo internamento era falsa; non riuscì tuttavia ad ottenere mai quel documento e durante i suoi funerali fu omaggiato e salutato dal Presidente della Repubblica Enrico De Nicola con un bacio in fronte, quasi una riparazione dell’Italia alle colpe del fascismo. Tutto ciò dimostra come siano poche le testimonianze ricavabili da tali ospedali e scarsa la letteratura in proposito.

La legge denominata ‘Disposizioni sui manicomi e sugli alienati. Custodia e cura degli alienati’ era stata approvata nel febbraio del 1904: in essa si stabiliva che dovevano essere custodite e curate nei manicomi le persone affette da alienazione mentale per una qualunque causa, qualora risultassero pericolose a sé o agli altri, oppure provocassero pubblico scandalo. L’ammissione poteva essere inoltre richiesta dai famigliari, dai tutori, o da chiunque altro, ma sempre a tutela degli infermi e della società stessa, così come ogni autorità di polizia locale di pubblica sicurezza poteva ordinarne il ricovero in via provvisoria, sebbene soltanto in caso di urgenza e sulla base di un certificato medico. Dopo un periodo di osservazione al massimo di 30 giorni, l’internamento definitivo sarebbe stato deliberato dal tribunale locale, in base alla relazione del direttore del manicomio dove il malato era stato internato, quale piena autorità per gli aspetti sanitari, economici e organizzativi dell’istituto medico, e con le spese per il mantenimento del folle (o presunto tale) nel caso di povertà di quest’ultimo poste a carico delle provincie, mentre la vigilanza e il funzionamento degli istituti medici era affidata al Ministero degli Interni e ai prefetti. Questo fece aumentare il numero dei malati ricoverati o internati, mentre la procedura di internamento o ricovero d’urgenza passò da eccezione a regola, trasformandosi da garanzia per il malato in arma di attacco alla libertà individuale dei soggetti, colpiti senza che nessuno potesse intervenire in loro difesa (dato che i parenti non potevano inferire nella procedura per annullarla) e senza l’attivazione di altri meccanismi di tutela, ovvero senza testimonianze giurate, come per la procedura ordinaria.

Il concetto di pericolosità sociale venne allargato nel periodo fascista, rafforzandone gli elementi più marcatamente legati al controllo poliziesco, attraverso disposizioni che miravano a responsabilizzare al massimo la famiglia e la classe media, soggetti che per primi si sarebbero dovuti accorgere dei segni di squilibrio e che quindi per primi dovevano essere chiamati a segnalarli. L’approvazione del Codice Penale del 1930 introdusse i reati in materia di controllo delle malattie mentali, come l’omessa custodia o la omessa denuncia degli alienati e l’iscrizione dei ricoverati nel Casellario giudiziario, norma contestata da diversi psichiatri membri della Lega italiana di Igiene e Profilassi Mentale, come Eugenio Tanzi, direttore del manicomio di Firenze, che nel 1905 aveva redatto un ‘Trattato di Psichiatria’, diventato un testo di riferimento per la formazione degli psichiatri nella prima parte del Novecento; Giulio Cesare Ferrari, fondatore della ‘Rivista di psicologia’, e Leonardo Bianchi, psichiatra, deputato e direttore del manicomio provinciale di Napoli.

Per i casi di ricovero psichiatrico degli schedati politici si devono distinguere due fasi durante il regime fascista. Dal 1922 al 1926, quando esisteva una grande conflittualità politica per le persecuzioni seguite al delitto Matteotti, all’attentato a Mussolini e alle leggi speciali, tale ricovero venne poco o per nulla utilizzato dalle autorità come mezzo di controllo del regime, oppure come mezzo di repressione; dal 1927 in avanti, con l’estensione del controllo politico ad ampi settori istituzionali (dalla magistratura ad altri apparati dello Stato, fino al controllo delle carriere professionali) e l’elevata stabilità basata sul disincanto e sulla paura del regime, per gli oppositori politici tale ricovero sembra essere stato affiancato all’adozione, come dicevamo in precedenza, dei noti strumenti politici per la repressione del dissenso. Dallo scoppio del Secondo Conflitto Mondiale, con i crescenti problemi di organizzazione e gestione di migliaia di internati civili e di prigionieri di guerra, le dinamiche di internamento sarebbero state caratterizzate da un’elevata sovrapposizione tra repressione politica e scienza psichiatrica, con svariati casi di soggetti definiti internati politici ma ricoverati in manicomio, o squilibrati di mente trasferiti invece in campi di concentramento. A Roma era la Clinica universitaria per le Malattie Mentali a funzionare da reparto di osservazione del Santa Maria della Pietà. Durante il fascismo abbandonare la propria patria significava farlo spinto da una molla patologica, non soltanto quindi per trovare un lavoro, o per sfuggire da eventuali persecuzioni; era addirittura additato come pazzia morale, come un’incapacità a comprendere il valore delle leggi e ad adattarsi all’ambiente sociale e fascista, si era come esseri pronti a compiere il male per il male, senza alcun intento egoistico, ma come fine a se stesso e per una causa quasi sempre sproporzionata rispetto agli obiettivi razionalmente perseguibili, come i tramps (vagabondi) descritti da Jack London in Inghilterra.

Un intervento diretto di Mussolini riguardo gli internati psichiatrici e alcuni schedati politici non è affatto da escludersi, come nel caso dell’avvocato Sante, che era stato condotto in manicomio per eliminare un elemento di disturbo sociale, o che si stava trasformando in qualcosa di simile e che a lungo andare poteva diventare pericoloso, visto che godeva di un’elevata considerazione sociale. I perseguitati politici esposti alle persecuzioni, ai pedinamenti, agli arresti, alle torture potevano diventare paranoici e quindi essere spersonalizzati e iper-rappresentati con l’enfatizzazione dei tratti negativi della loro personalità, in modo da arrivare alla massima energia politica per poterli contrastare. L’apparato di controllo sociale fatto di agenti, informatori, spie e confidenti contribuiva attivamente alla costruzione dell’immagine del maniaco fascista, attraverso la raccolta e la diffusione di notizie sui segni di squilibrio mentale dei soggetti e sulle loro intenzioni pericolose, rilanciate in seguito attraverso gli uffici di Pubblica Sicurezza e reinterpretate adattando i vecchi pregiudizi sulla pericolosità dei malati mentali e le specifiche esigenze circa la difesa del fascismo e dei suoi uomini.

La seconda modalità di internamento degli antifascisti era il ricovero coatto in ospedale psichiatrico giudiziario, se si era colpevoli di un determinato reato, ma considerati penalmente irresponsabili perché incapaci di intendere e di volere. Tali internati non soltanto erano ritenuti pericolosi, ma avevano già commesso delitti, soprattutto nel caso di antifascisti di natura politica. Se nel corso del processo si riscontrava la pazzia, si poteva sospendere il giudizio per infermità mentale riconosciuta e sopraggiunta, disposta dal giudice istruttore fino all’assoluzione del soggetto per evidente incapacità di intendere e di volere al momento dei fatti. La psichiatria, attraverso lo strumento della perizia, veniva chiamata in causa per analizzare lo stato della mente degli imputati e certificarne la loro eventuale irresponsabilità, con il Tribunale Speciale per la difesa dello Stato; i medici dovevano assicurare la non simulazione del reo coinvolto nel processo in atto anche tramite test grafologici e il pletismografo (uno strumento per valutare lo sviluppo della emozionalità, registrato attraverso l’esame delle reazioni vasomotorie, della pressione sanguigna e della respirazione).

Già nel 1921 la Cassazione aveva negato la passionalità della folla nel caso di uno sciopero, ossia che esso potesse rappresentare uno stato patologico di totale o parziale infermità mentale. Nel Codice del 1930 il riconoscimento dell’irresponsabilità penale venne escluso, sia per la momentanea infermità causata dall’assunzione di alcool, di sostanze stupefacenti, oppure sotto l’influsso di particolari stati emotivi, sia per i delitti commessi per suggestione della folla nell’ambito di assembramenti vietati dalla legge stessa (perché protestare contro il governo era vietato, come manifestare a favore delle organizzazioni antifasciste, o dare sostegno ai confinati politici). Tale riforma prevedeva delle norme di sicurezza relative a coloro che erano considerati folli, o che dopo essere stati condannati manifestavano segni di squilibrio in carcere, almeno secondo il giudizio delle direzioni penitenziarie, con misure detentive o meno da attivarsi nei confronti dei rei dichiarati socialmente pericolosi, pericolosità dedotta in merito alla natura, gravità, intensità e pericolo cagionato derivato da diversi elementi nella personalità del reo, come i motivi del delinquere, la condotta antecedente al delitto e le condizioni di vita individuale, famigliare e sociale dell’individuo stesso. Le misure di sicurezza dovevano di norma essere sempre disposte per sfruttamento della prostituzione, per i recidivi con dichiarazione di abitualità, professionalità o tendenza a delinquere, per i condannati per associazione a delinquere, specialmente per coloro che si opponevano politicamente su cospirazione. Venivano inoltre internati tutti coloro che, finita di scontare la pena diminuita per seminfermità mentale riconosciuta legalmente, restavano per tale motivo solo in parte coscienti dei propri atti, rischiando di andare incontro alla follia completa e la loro anormalità poteva costituire la causa o una delle possibili cause di nuovo delitto: era perciò disposto direttamente dal giudice tramite sentenza il loro ricovero per due anni in un manicomio giudiziario, o a tempo indeterminato perché ritenuti ‘difettosi’ e soggetti a varie devianze mentali e comportamentali.

Altra novità per tale categoria la sospensione della pena, una volta decorso l’internamento psichiatrico giudiziario, anche se la persona si trovava nelle condizioni di dover ancora scontare la pena detentiva o parte di essa, e l’adozione di misure a carattere eliminativo per chi fosse stato dichiarato irrecuperabile dal punto di vista del reinserimento sociale, in vista della teoria dell’eugenetica e delle pratiche ad essa legate. Si registrano posizioni oltranziste all’interno del mondo psichiatrico e criminologico già negli anni successivi alla marcia su Roma, e non soltanto nelle personalità filofasciste, che non conciliavano con ipotesi mediche e pratiche sanitarie volte a limitare la procreazione di tali individui, anche per la posizione assunta dalla Chiesa a tal proposito.

La terza modalità di internamento in manicomio degli antifascisti era quella che riguardava coloro che erano in carcere o al confino: in questo caso le psicosi potevano nascere a causa delle condizioni di sofferenza proprie dei luoghi di detenzione e di espiazione della condanna stessa. Il ricovero psichiatrico sembrava essere il mezzo giusto per garantire il grado di soluzione punitiva, che non era possibile applicare né in carcere né al confino stesso. L’arresto e la traduzione in carcere rappresentano per il reo il passaggio dallo status di soggetto a quello di oggetto, soprattutto nel regime fascista, quando gli interrogatori, spesso con afflizioni meno fisiche e più strettamente mentali, con forme di stress psichico anche per piccole condanne e non per dissidenza politica vera e propria, al reo e ai famigliari non facevano che accrescere lo stato di angoscia e di depressione del condannato o dei suoi parenti. I condannati reclusi erano dichiarati tali, tramite un procedimento giudiziario e i reati punibili erano quelli previsti dalla legge per la difesa dello Stato, il tribunale competente era quello speciale. Il confino, che poteva variare da 1 a 5 anni, era affidato alla Commissione provinciale (composta dal prefetto, dal procuratore del re, dal comandante dei Carabinieri e da un ufficiale superiore della Milizia Volontaria per la sicurezza nazionale) per i Provvedimenti di Pubblica Sicurezza, e avevano motivi assai vari e diversificati, e non veniva celebrato alcun processo né pronunciato nessun giudizio. Tale provvedimento era quindi extra giudiziario e di sicurezza preventiva, indirizzato a uomini e donne che non si erano macchiati di alcun crimine e che non potevano essere giudicati da un tribunale normale, ma stabiliva una forma di detenzione amministrativa con grado di afflizione psicologica e fisica diversa da condannato a condannato, e con differenti condizioni di vita dagli effetti diretti sulla loro personale autonomia. Se essi avevano disponibilità economica, potevano affittare un’abitazione nel luogo di confino e vestire qualcosa di diverso dall’abito che la direzione della colonia era tenuta a dare loro, e che erano obbligati ad avere, insieme alla matricola, nel poco spazio messo a disposizione, talora da condividere con altri detenuti. Le condizioni di vita in carcere e al confino non sono rimaste identiche per tutto il ventennio fascista, poiché si attuarono modifiche nel diritto penale, nelle leggi di polizia e nelle strategie repressive da attuarsi, a volte anche involutive, come nel nuovo Regolamento del 18 giugno 1931 che assimilava le norme della vita carceraria al castigo per tale disobbedienza alla legge, con la separazione netta tra carcere e mondo esterno e l’istituzione di un cosiddetto ‘culto di Stato’.

Le colonie per il confino vennero chiuse soltanto nel 1943, alla caduta del fascismo con la firma dell’armistizio: ciò che accomuna i condannati è il fatto di aver passato la loro detenzione in più colonie, anche se avevano di fatto finito il loro periodo di detenzione forzata e il mare diventava la quarta parete di una sorta di prigione, come la cella del carcere per i detenuti. Un altro elemento di contaminazione fisica a cui erano sottoposti gli internati, oltre alla promiscuità e alla vita in mezzo ai parassiti, era rappresentato dal cibo che l’amministrazione somministrava loro in carcere, mentre nelle colonie era garantito dalle mense comuni e dagli spacci gestiti dai confinanti, pur in contrasto tra le direzioni delle diverse colonie, che vi vedevano una sorta di riorganizzazione politica o resistenza morale interna, come ad esempio il pasto del Primo Maggio, migliore degli altri a causa della ricorrenza politica antifascista.

Con la Seconda Guerra Mondiale le colonie furono le prime ad essere investite dalle restrizioni alimentari in atto, registrando penuria di cibo, oppure fenomeni di vera e propria denutrizione. Per il carcere si prevedeva un vitto giornaliero a carico dell’amministrazione penitenziaria e la possibilità di accedere al sopravvitto a carico dei detenuti sebbene soggetto al filtro della direzione, in base alla condotta del carcerato, l’assiduità al suo lavoro e l’osservanza delle norme carcerarie. Il pasto era descritto come una brodaglia infame, senza condimento, con pasta e riso stracotti e quasi liquefatti, con legumi e 200 grammi di carne lessa (ossa comprese) una volta alla settimana;, il vitto speciale, previsto per Natale, Pasqua, la festa dello Statuto, il 21 aprile Natale di Roma e l’anniversario della Marcia su Roma, era costituito da pasta, formaggio e 200 grammi di carne in umido (ossa escluse). Così come al confino, gli antifascisti rifiutavano il cibo durante le ricorrenze del regime fascista, come prevedeva l’articolo 245 del Regolamento carcerario, ma se era prolungato per vari giorni il personale di sorveglianza interveniva a nutrire forzatamente il detenuto tramite una sonda, che poteva diventare una sorta di vera e propria tortura. Altri detenuti cercavano invece di festeggiare certe ricorrenze personali con l’autodistribuzione di razioni migliori.

Anche la vita sessuale dei condannati preoccupava gli psichiatri, perché si rischiava nelle colonie soprattutto per il sovrappopolamento maschile.

Il tempo in carcere era un’altra formula di coercizione del reo, delegata alle varie direzioni degli stabilimenti penitenziari che regolavano sveglie mattutine, momento di riposo, trasferimento nei reparti comuni o rientro nelle celle. Al confino le regole erano meno rigide, con i soli orari d’ingresso e uscita dalle abitazioni o dai cameroni, con la vita all’aperto che non si poteva cominciare prima dell’alba né terminare dopo il tramonto, appello mattutino per tutti i confinanti e al rientro con la chiusura delle port, e poche ispezioni notturne, anche se la fuga di alcuni confinati inasprì tali regole. Ciò poteva condurre alla sindrome detta del filo spinato, scientificamente di tipo nevrotico, con progressivo impoverimento della vita emozionale, con perdita di energia, di spirito di iniziativa, difficoltà a concentrarsi e irritabilità, con influenza quindi demoralizzante, anche per l’obbligo di silenzio che smise di essere un elemento di pena dal 1931, ma restò una modalità di vita carceraria, e fu obbligatorio durante gli spostamenti collettivi, il passeggio, le ore di riposo notturno e le funzioni religiose; nei restanti momenti il detenuto doveva parlare a voce bassa, mentre gli agenti di custodia dovevano portare scarpe felpate e mai parlare ad alta voce, ma se dovevano pronunciare il numero del detenuto lo dovevano fare sottovoce. Lo scorrere del tempo non sembrava passare mai e noia e abbrutimento prevalevano, quindi ginnastica e letture rappresentavano ottimi antidoti. Veniva anche adottato una sorta di gergo carcerario, dato da fattori individuali sia per la specifica condanna del reo sia per le caratteristiche del detenuto stesso. Per i condannati politici la forte identità di gruppo in parte funzionava come meccanismo di difesa, ma non attenuava il trauma provocato dalla detenzione. Il Regolamento del 1931 disciplinò anche il ricorso alla cintura di sicurezza, su disposizione del direttore carcerario perché il detenuto non nuocesse a se stesso o agli altri.

In manicomio non si potevano ricostruire dei gruppi di solidarietà politica per il maggior isolamento che vigeva al suo interno. Gli ambienti erano sovraffollati, i giorni scorrevano lenti e monotoni con fetori insopportabili. Il tempo appariva congelato, a parte le stagioni e l’alternarsi del giorno e della notte. Il momento dei pasti scandiva la giornata, le visite mediche segnavano le settimane, le funzioni religiose i giorni di festa, con regolamenti interni per ogni singola struttura e norme da seguire durante la permanenza del malato in tale ospedale. Ai pazienti venivano consegnate delle divise colorate differentemente per riprodurre la vita reale fuori da tale struttura medica; vi erano spesso momenti di svago, differenziati a seconda della classe sociale d’appartenenza e finalizzate terapeuticamente al diverso disturbo. La principale preoccupazione era scoprire nuove cure e nuove terapie rispetto al normale delirio e a quello politico.

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