sabato, Dicembre 14

Muslim Ban: perchè il secondo è anche peggio del primo

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Lo scorso 6 marzo il Presidente USA Donald Trump ha firmato il nuovo bando all’immigrazione dai Paesi a rischio terrorismo che, rispetto alla versione precedente bloccata dai giudici, non contempla l’Iraq.
Il nuovo decreto arriva 6 settimane dopo la prima versione che ha creato il caos negli aeroporti e che un tribunale federale aveva sospeso per il rischio di incostituzionalità. Il nuovo bando si applica agli immigrati provenienti da Siria, Iran, Libia, Somalia, Sudan e Yemen e il decreto, che revoca quello varato lo scorso 27 gennaio, entrerà il vigore dal prossimo 16 marzo, e bloccherà gli ingressi per tre mesi.

Ieri i procuratori dello Stato delle Hawaii hanno informato la corte locale che intendono chiedere al giudice federale un ordine temporaneo per bloccare il nuovo ordine esecutivo di Trump. Si tratta della prima offensiva legale contro il nuovo Muslim Ban. Nella serata di ieri un giudice federale ha accettato di analizzare subito il ricorso presentato delle Hawaii, facendo sapere che ascolterà i procuratori il 15 marzo per poi decidere se approvare la loro richiesta o negarla.

Subito dopo l’annuncio del nuovo ban le prese di posizione erano stata chiare. «Anche se la Casa Bianca può aver apportato dei cambiamenti al divieto, rimane chiaro l’intento di discriminare i musulmani», aveva dichiarato, a poche ore dalla presentazione del ban, l’attorney generale di New York e membro dei Democratici, Eric Schneiderman, che è uno dei procuratori statali che hanno guidato l’opposizione al primo decreto di Trump. Una dichiarazione che annunciava fin da subito che i procuratori si preparavano a dare di nuovo battaglia.
Said Omar Jadwat, direttore dell’Immigrants Rights Project della Aclu, la maggiore organizzazione per la difesa dei diritti civili, aveva detto:  «l’unico modo per aggiustare un muslim ban e non averlo, altrimenti il presidente Trump commette di nuovo discriminazione religiosa e si deve attendere la bocciatura del popolo e dei giudici».
A poco più di 48 ore dall’emanazione, il ban è considerato, da molte parti, un provvedimento per un verso incostituzionale, per l’altro verso assolutamente inopportuno se non dannoso in termini strettamente politici.
Anthony Cordesman, uno degli analisti senior più qualificati in fatto di Medio Oriente del Center for Strategic and International Studies (CSIS) e vicino al Senatore John McCain, lo definisce senza mezzi termini un ‘fallimento’ facendo una dettagliata analisi  -‘Reinforcing Failure: The Revised Executive Order Protecting the Nation from Foreign Terrorist Entry into the United States’- del perché questo tentativo di correggere il passo falso di gennaio è una ‘toppa peggiore del buco’.
In breve, afferma Cordesman, l’ordine esecutivo rivisto può essere migliore rispetto al primo, e tuttavia, è un «fallimento critico sia in termini strategici che in termini di valori americani».

Gli Stati Uniti, come ogni Paese che sia minacciato da una frazione di estremisti islamici violenti, sostiene Cordesman, ha il diritto di difendersi, ma questa minaccia deve essere combattuta «in collaborazione con i nostri alleati del mondo musulmano, in particolare del Medio Oriente», gli USA non possono alienarsi la maggioranza dei musulmani di tutto il mondo. Ci sono buone ragioni «per combattere l’estremismo in partnership con Afghanistan, Iraq, Libia, Somalia, Siria, Yemen. Ci sono ancora più buone ragioni per collaborare in questa lotta con gli alleati in gran parte musulmani come Bahrain, Egitto, Kuwait, Indonesia, Giordania, Malesia, Marocco, Oman, Qatar, Arabia Saudita, Tunisia e Emirati Arabi Uniti», i Paesi musulmani esclusi dal ban. «Queste stesse ragioni rendono saggio cooperare negli sforzi antiterrorismo con i governi degli Stati africani e asiatici con grandi popolazioni musulmane. Questa guerra sarà vinta o persa a livello globale. Si tratta di una battaglia per i cuori e le menti di circa 1,6 miliardi di musulmani in tutto il mondo, circa il 23% della popolazione mondiale».

Per questo motivo la strategia degli Stati Uniti è stata quella di lavorare a fianco delle grandi religioni del mondo, e in partnership con i governi musulmani la cui popolazione, in grande maggioranza, rifiuta l’estremismo e la violenza. Allo stesso tempo, è una lotta globale che va ben oltre ISIS e Al Qaida. Piccoli movimenti estremisti islamici esistono in quasi tutti i Paesi con grandi popolazioni musulmane, e gran parte del mondo musulmano è in uno stato di «agitazione politica ed economica e in fase di massiccio cambiamento sociale. L’estremismo si nutre di queste forze». Gli Stati Uniti hanno un ruolo fondamentale nell’aiutare i governi a far fronte a queste minacce estremiste e a portare avanti le riforme necessarie per mantenere il sostegno dei loro popoli. Il modo in cui gli Stati Uniti si impegnano con il mondo musulmano è fondamentale in questa battaglia contro gli estremisti, i quali sostengono che gli Stati Uniti e l’Occidente sono nemici dell’Islam e negano la legittimità religiosa dell’Islam, respingendo i molti valori comuni che l’Islam condivide con il cristianesimo e l’ebraismo. Gli estremisti sanno che la realizzazione di attacchi terroristici in Occidente, Russia, Cina  possono essere utilizzati per provocare un diverso tipo di estremismo, ovvero l’ostilità verso l’Islam, una reazione eccessiva ad una limitata se pure reale minaccia.

Altresì essenziale è l’atteggiamento di accoglienza americano sul suolo americano  per rafforzare l’aspirazione alla democrazia e alla pace da parte della società civile, e qui Cordesman porta l’esempio dell’Iran. Il flusso di studenti stranieri negli Stati Uniti è uno dei più importanti ‘strumenti’ per influenzare i cuori e le menti di altri Stati, per comunicare i valori e gli obiettivi degli Stati Uniti all’estero, e per la costruzione di tolleranza e comprensione. Ciò è particolarmente vero nel caso di una Nazione come l’Iran, dove gli studenti hanno svolto un ruolo fondamentale nel resistere alle misure più estreme del regime e mostrando che molti, se non la maggior parte degli iraniani, non accettano i valori della linea dura della Guida Suprema e la Guardia rivoluzionaria.  C’erano 12.269 studenti iraniani negli Stati Uniti nel 2016, con un incremento di circa l’8% rispetto al 2015, il numero più alto da tre decenni. Gli studenti iraniani anche aiutato a costruire un modello che ha contribuito a gettare le basi per il Movimento Verde in Iran nel 2009-2010. L’Iran aveva condotto tutti i Paesi esteri a mandare gli studenti negli Stati Uniti durante il 1974-1983, e alcuni -51.000- erano venuti negli Stati Uniti durante la rivoluzione iraniana nel 1979-1980. Esperienze positive simili anche con Arabia Saudita e altri Paesi del Golfo piuttosto che con l’Egitto.

In tutto quanto detto e molto altro, afferma Cordesman,  sta il motivo per cui l’Ordine esecutivo originale, volto a ‘proteggere la Nazione da ingresso terroristica straniera negli Stati Uniti, era tanto pericoloso. Pericolosità praticamente identica nel ban del 6 marzo.

Vi è la necessità di migliorare la cooperazione internazionale nel limitare il movimento e le operazioni di estremisti, ma ciò non può giustificare l’emissione di un Ordine che praticamente ha bloccato tutti i movimenti per i cittadini dei sei Paesi  -Iran, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen-  sui quali i rapporti di intelligence statunitensi accendono il campanello di una minaccia maggiore che da molti altri Stati, colpendo i musulmani in generale, a prescindere dal loro background e delle loro credenze, e senza fare menzione del fatto che gli Stati Uniti hanno molti alleati proprio in quei Paesi per combattere l’estremismo nel mondo musulmano.

L’Ordine esecutivo rivisto elimina l’Iraq dalla lista dei sette, cercando di correggere l’impressione che il primo ban ha lasciato che gli Stati Uniti vedano l’Islam, non l’estremismo, come una minaccia. «L’Iraq rappresenta un caso speciale», aveva spiegato la Casa Bianca nella nota di annuncio del nuovo ordine, indicando che si tratta di un importante alleato degli Usa nella lotta all’Isis. «La stretta relazione di cooperazione tra gli Stati Uniti e il Governo iracheno eletto democraticamente, la forte presenza Usa in Iraq e l’impegno dell’Iraq a combattere l’Isis giustificano questo differente trattamento».

Il ban del 6 marzo si concentra su misure meno intrusive, alcune delle quali si sarebbero potute prendere senza alienarsi buona parte del mondo islamico. Il tono dell’Ordine esecutivo riveduto rimane quasi totalmente negativo, secondo Cordesman. Oltre all’Iraq, non menziona un solo partner strategico musulmano nella lotta contro il terrorismo. Non fa alcuna menzione del fatto che la stragrande maggioranza dei musulmani e degli Stati in gran parte musulmani si oppongono all’estremismo violento. L’Ordine non si concentra sul fatto che la maggior parte dei combattenti stranieri e degli estremisti provenga da Paesi che non sono nell’elenco.  Si ammette tacitamente che nessuno studio serio sul tema è stato realizzato e che serve studiare il target dei potenziali terroristi, ma se è così, doveva essere fatto prima che il primo ban venisse emesso, anzi, qualsiasi studio serio avrebbe dovuto precedere qualsiasi Ordine esecutivo. In ultimo,  Cordesman sottolinea come il flusso avanti e indietro tra il mondo islamico e gli Stati Uniti di commercianti  uomini d’affari, giornalisti, accademici abbia un ruolo fondamentale per costruire la ‘comprensione tra gli Stati Uniti e il mondo islamico, la libera circolazione dimostrerebbe che gli Stati Uniti non sono nemici dell’Islam bensì un partner strategico ed economico affidabile. «L’ingresso negli Stati Uniti non è una sorta di lusso o un privilegio; si tratta di una parte fondamentale delle relazioni degli Stati Uniti con il mondo islamico» funzionale a «costruire la fiducia e la credibilità».

Per quanto riguarda i richiedenti asilo, l’Ordine esecutivo ha stabilito il divieto di ingresso nel Paese per 4 mesi per i rifugiati provenienti da tutto il mondo, anche se ha acconsentito che sia concesso un permesso di ingresso a determinati profughi «quando è nell’interesse nazionale degli Stati Uniti». Nel nuovo Ordine, il Governo non fa riferimento ai cittadini siriani e li include con il resto dei rifugiati, per cui anche per loro l’ingresso nel Paese sarà vietato per 120 giorni e non a tempo indeterminato come nel precedente decreto. Per giustificare la necessità di proteggere gli Stati Uniti da alcuni rifugiati, il Governo ha annunciato che l’Fbi sta indagando su oltre 300 profughi nel Paese per possibili attività terroristiche. Washington non ha fornito dettagli sulla nazionalità dei migranti indagati, nonostante l’ordine esecutivo citi alcuni esempi di rifugiati condannati per terrorismo, come un cittadino somalo arrivato bambino negli Stati Uniti e che ha acquisito la cittadinanza americana e che ha cercato di far esplodere una bomba durante una cerimonia di Natale a Portland, in Oregon.

Nell’Ordine si stabilisce che gli Stati Uniti accoglieranno fino a un massimo di 50mila rifugiati nel 2017 (dal 1° ottobre 2016 al 30 settembre 2017), un tetto uguale a quello stabilito nella prima versione del decreto e che presuppone un’importante diminuzione rispetto ai 110mila profughi che l’ex Presidente Barack Obama intendeva accogliere.

Cordesman sottolinea che garantire ai rifugiati l’ingresso negli Stati Uniti «è una dimostrazione critica dei valori etici e morali degli Stati Uniti», dimostrando che il Paese non discrimina per fede o per qualsiasi motivo etnico o razziale. «Legare l’ammissione di rifugiati alla fornitura di assistenza ai profughi nei Paesi esteri e alle Nazioni che li ospitano è altrettanto fondamentale», questo secondo ban è stato emesso in un momento in cui l’Amministrazione sembra intenzionata, invece, a massicci tagli sugli aiuti esteri, il che è un errore sia in termini strettamente politici che in termini di comunicazione.

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