lunedì, Agosto 3

Musica, i canti del cigno

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“Come siamo stanchi del nostro vagare / è forse questa la morte?” (Joseph von Eichendorff)

Tutti sanno, anche grazie al film Amadeus di Milos Forman del 1984, che Wolfgang Amadeus Mozart morì mentre componeva il Requiem (che, pare, fosse stato commissionato dal conte Franz von Walsegg che voleva spacciarlo per suo, e non da Antonio Salieri, come fecero credere, con artificio letterario, Puskin nel testo teatrale Mozart e Salieri e poi lo stesso film di Forman che riprendeva le idee di Puskin). Il Requiem fu poi completato, dal Lacrimosa fino alla fine, dall’amico di Mozart (e allievo di Salieri…) Franz Xaver Süssmayr.

Così come è noto che Giacomo Puccini si spense all’indomani di un’operazione alla gola quando la sua Turandot mancava ancora del finale. Finale che verrà integrato successivamente da Franco Alfano (quello realizzato da Luciano Berio ha, forse, un risultato troppo al disotto delle aspettative  per essere preso in considerazione). Oppure Anton Bruckner che non riuscì a terminare la sua “Nona Sinfonia” che manca del finale, o Gustav Mahler che non riuscì a completare la sua “Decima”, tanto da gridare alla maledizione beethoveniana: dopo il grande Ludwig van Beethoven, infatti, nessuno era riuscito a scrivere più di nove sinfonie (ci riuscirà nel Novecento Dmitri Shostakovitch).

Sì, è ovvio: le ultime composizioni soprattutto se incompiute hanno un fascino speciale. Sembra che nascondano il segreto, le parole non dette ma da tutti attese come un’ultima confessione, sembra che possano rivelare un tesoro, come uno scrigno che emerga dalle rovine di un crollo. Ma non sempre è così, a volte il presagio della morte non si percepisce semplicemente perché non c’è. Resta comunque l’interesse di sapere che con quella composizione o durante quella composizione si è conclusa la parabola di vita di un artista riconosciuto, di chi all’Umanità ha dato sicuramente qualcosa.

Come detto non tutti lasciano incompiuta l’ultima composizione e soprattutto questa non è necessariamente un’opera di grandi dimensioni, anzi spesso gli autori si affidarono a quella palestra musicale e sorta di laboratorio personale che è la composizione di musica per canto e pianoforte.

Completa o incompleta, di piccole o grandi dimensioni, riconosciuta come ultima o no, comunque, l’ultima creazione mantiene quel sapore particolare che ha un giovane albero del quale non si è potuto osservare la crescita. Talvolta, in esse, è possibile cogliere una sorta di testamento spirituale, talaltra, giungendo inaspettata la fine dell’esistenza, l’interesse è dato dal poter conoscere quale sia stato l’ultimo sforzo creativo, quasi una sorta di ‘fermo immagine’ sull’attività di un artista.

    Difficile, però, dire se al primo o al secondo aspetto appartengano i  ‘Vier ernste Gesänge‘ di Johannes Brahms (Quattro canti sacri) sul testo biblico dell’Ecclesiaste, nella traduzione che ne dette Martin Lutero. Brahms che da bravo luterano aveva letto la Bibbia durante tutta la sua vita e che da essa aveva tratto i testi di molte delle sue composizioni, li concepì come una sorta di regalo fatto a se stesso per il proprio sessantatreesimo compleanno (sarebbe stato l’ultimo: morirà il 3 aprile del ‘97 per un tumore al fegato) e li completò proprio in quel giorno: il 7 maggio 1896. Ad ispirarli era stata l’improvvisa malattia della cara amica Clara Wieck, vedova di Robert Schumann, che sarebbe morta in quello stesso mese di maggio del 1896. Raccolgono, quindi, tristi presentimenti di morte, ma rivelano un’ansia creativa che è certamente vitalistica. In essi, oltre alla solita straordinaria capacità brahmsiana di trasporre il vero spirito del canto popolare, è facile cogliere delle evidenti reminiscenze della Quarta Sinfonia.

    Franz Schubert sarebbe morto nel novembre del 1828, un mese dopo la composizione del Lied ‘Die Taubenpost‘ (La posta tramite piccione). Non si tratta certamente di un testamento spirituale né di un addio alla vita: l’autore del ciclo ‘Schwanengesang(Il Canto del cigno; il titolo non è dell’autore ma dell’editore che pubblicò postumi gli ultimi Lieder) non immaginava un approssimarsi così repentino della morte. ‘Die Taubenpost’ è una pagina dal carattere intimo, piuttosto serena, addirittura gioiosa che ben si ricollega ad un’altra composizione di Schubert sempre composta nelle ultime settimane di vita: quel ‘Der Hirt auf dem Felsen‘ (Il pastore sulla rupe) per soprano, clarinetto e pianoforte nel quale, dopo la momentanea tristezza della parte centrale,  subentra l’ottimismo per l’imminente arrivo della primavera.

Le 3 Chansons per baritono ‘Don Quichotte à Dulcinée‘ su testo di Paul Morand, sono l’ultima composizione di Maurice Ravel (1932-1933) che già vedeva aggravare la malattia cerebrale che nel giro di pochi mesi non gli avrebbe più permesso di scrivere. Gli erano state commissionate dal regista Georg Pabst per il suo film ‘Don Quixote‘ e rappresentano un momento quasi di riepilogo della produzione del compositore: ritornano, infatti, nelle magiche suggestioni da esse evocate, atteggiamenti stilistici precedenti (l’intenso lirismo, la ritmica allusiva, certo esotismo delle forme di danza…).

I ‘Vier letzte Lieder‘  (Quattro ultimi Lieder) di Richard Strauss su testi di Hermann Hesse e di Joseph von Eichendorff realizzano un doppio testamento: quello personale dell’autore e quello del tardo Romanticismo, cioè di un intera epoca che proprio con Strauss,  si congeda. In essi, quantunque a definire il titolo del ciclo sia stato l’editore, c’è la piena coscienza dell’approssimarsi della fine.

    Significativo, in tal senso, il testo dell’ultimo Lied, ‘Im Abendrot‘ (Al tramonto), che negli ultimi due versi recita: «Come siamo stanchi del nostro vagare – è forse questa la morte?».

    Secondo l’espresso desiderio dello stesso Strauss, Kirsten Flagstad avrebbe dovuto essere e fu l’interprete vocale della prima esecuzione dei “Vier letzte Lieder” avvenuta nel 1950 a Londra sotto la direzione di Wilhelm Furtwängler anch’esso indicato, dallo stesso autore, come direttore ideale.

È possibile ascoltare la registrazione di quel concerto: esso rappresenta la versione imparagonabilmente più bella, suggestiva ed emozionante tra tutte le numerose interpretazioni esistenti, dei ‘Quattro ultimi Lieder’, incarnando, al tempo stesso, anche un testamento sonoro delle ultime volontà ‘interpretative’ dell’autore.

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