domenica, Dicembre 8

La musica elettronica dal Sud Italia agli Stati Uniti

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A meno che non si lavori nel settore o  si nutra una vera passione, la macrocategoria della musica elettronica rimane un mistero per molti. Perdersi nella miriade di riferimenti è fin troppo facile ed è forse per questo motivo che nel momento in cui si prova a saperne di più si rischia di specializzarsi troppo o rinunciare in partenza.  Proviamo allora a ripercorrere le tappe di questo genere musicale come se ci stessimo rivolgendo a chi di musica elettronica ne sente parlare per la prima volta. Ai più piace definirla «quella musica realizzata attraverso strumentazioni elettroniche» dimenticando che ad oggi qualunque genere musicale è realizzato con l’ausilio di apparecchi elettrici. Produrre musica elettronica significa manipolare suoni elaborati da strumentazioni elettroniche, digitali e analogiche, e farne una vera e propria arte, un prodotto culturale.

Per alcuni le origini possono collocarsi in tempi davvero remoti ma sono gli anni 70 che danno i natali alla musica elettronica: le sperimentazioni con i sintetizzatori coloriscono brani storici come quelli dei Genesis e dei Pink Floyd ma siamo ancora nel rock puro. Volendo individuare un inventore della musica elettronica dovremmo parlare dei Kraftwerk , gruppo tedesco fautore del rock psichedelico o krautrock che per primo produsse un album ricco di sonorità puramente elettroniche. Sempre negli anni 70 furono piantati i semi delle future diramazioni dell’elettronica, da Giorgio Moroder con la disco music a Brian Eno con l’ambient, in un clima generale di sperimentazione d’avanguardia che sfociò negli esageratissimi anni 80.

Ecco spopolare il synthpop sul versante europeo ed esplodere in America due generi musicali che cambieranno per sempre il panorama della disco music: la house e la techno. Tutto il carico di energia e spensieratezza degli anni 80 fu spazzato via dal decennio successivo, quando l’elettronica iniziò ad essere presa sul serio. Da una parte, dopo una breve ma intensissima evoluzione dell’house in hardcore, jungle e acid house, colonne sonore dei peggiori rave, l’elettronica viene contaminata dal commerciale in una combo ancora in voga, l’eurodance, dall’altra si sentì la necessità di un sound più intellettuale che nobilitasse la musica elettronica: sorge l’era dell’intelligence dance music (IDM), una delle più belle secondo gli esperti.

Con l’avvenire del nuovo millennio la musica elettronica conosce una grande crisi: succubi del passato, i nuovi artisti si rendono conto della difficoltà che sta nell’inventare qualcosa di diverso. Per questo motivo fanno dei riferimenti passati una risorsa su cui costruire in un lavoro di reinterpretazione che diede vita a innumerevoli sfaccettature di un panorama elettronico sempre più complesso, dal dubstep alla french house, dal dance punk all’italo dance. Ad oggi il ritmo evolutivo è meno frenetico: ci sono correnti più vistose come quella dell’EDM, una ripresa della dance commerciale rivisitata alla luce dei modernissimi software che la tecnologia offre  e altre decisamente più nascoste, ma non meno interessanti, come il glo-fi, rivisitazione del pop classico, o l’elettronica emotiva, sensibile all’influenza del cantautorato. A distanza di circa 40 anni dalla nascita la musica elettronica sembra non aver incontrato alcuna battuta d’arresto.

A ritagliarsi un bel posto sullo scenario della musica elettronica moderna è il giovanissimo Dylan Iuliano, ventunenne della provincia di Benevento (Campania) che nel 2013 ha debuttato con l’album  ̔Disarmonia ̓con il cosmico nome d’arte The Delay In The Universal Loop sia in Italia (per Factum Est, Jestrai) che negli USA (Dilated Time, Dallas Distortion Music). Il 7 luglio 2015 è uscito negli Stati Uniti il suo nuovo album  ‘Split Consciousness‘ per Moon Sound Records il cui primo singolo  ̔Texan Daylight ̓ era stato già pubblicato nel febbraio 2015 con un video diretto da Logan Owlbeemoth per la testata Newyorkese CMJ. Tra il 2014 e il 2015 Dylan ha collezionato più di 30 date dall’ Europa al Nord America, portando in giro per il mondo la sua passione per l’elettronica nata in un paesino sconosciuto del Sud Italia. Abbiamo intervistato The Delay In The Universal Loop per avere il punto di vista di chi nel panorama della musica elettronica mondiale ci sguazza da un po’.

Ho seguito la sua carriera dagli esordi fino ad adesso ed ho notato enormi cambiamenti. Come ripercorrerebbe quegli stimoli che l’ hanno portata fino a Disarmonia nel 2013?

Disarmonia è nato quando avevo ancora 17 anni, andavo al liceo e il mio sentimento per la musica era completamente diverso. Sentivo un forte senso di rivalsa, come se non avessi più altro tempo e quella fosse l’unica occasione di produrre il mio testamento artistico.  Tra Disarmonia e il mio ultimo album, Split Consciousness, ho deciso di prendermi del tempo, di dare vita a qualcosa di più maturo, sia da un punto di vista artistico che personale. Sicuramente vivere in America mi ha cambiato.

Immagini un pubblico di ultracinquantenni un po’ all’antica. Come definirebbe il suo genere oggi?

Quando mi chiedono di definire quello che faccio a persone che non c’entrano nulla con il mio genere dico subito che no, non è come i Pink Floyd. Secondo me esiste una distinzione netta tra musica per l’intrattenimento e musica accademica: io creo la mia musica da una ricerca sia di tipo sonoro, principalmente con i sintetizzatori analogici, sia di tipo compositivo, spirituale. Quindi ad un ultracinquantenne inesperto direi che faccio musica astratta, ibrida in un certo senso, considerando che ho pochi corrispettivi nel mondo musicale e vengo da una realtà culturale e geografica dove  il rock predomina sull’elettronica.

Sinceramente, quanto l’ ha limitata (se lo ha fatto) nella sua carriera essere nato in una provincia del Sud Italia?

Sinceramente? Mi ha agevolato tantissimo. L’ Europa è molto avanti nella musica sperimentale ma arrivare a suonare in America dalle montagne del Sud Italia, da un paese praticamente sconosciuto ha significato un non so che di esotico che mi ha aiutato tantissimo. Penso che un ventenne che porta musica elettronica dal nulla a New York affascini parecchio, proprio perché non sembra possibile.

Anche se in crescita, si parla ancora di genere di ‘nicchia’ in Italia. Perché? 

Perché l’Italia musicalmente non è né carne né pesce.  Nella scena musicale italiana sono state saltate molte fasi cruciali, pensiamo al rock’n’roll ad esempio, di cui conosciamo solo una pallida copia. Nonostante sul panorama italiano ci siano validi esempi di musica sperimentale è difficilissimo fare evolvere concettualmente il consumatore a questo genere proprio perché alla sua cultura musicale mancano molti pezzi. Questo ci lega inevitabilmente alle nostre tradizioni, alla canzone, il festival di Sanremo che, per quanto obsoleto, può risultare addirittura affascinante. Questo ovviamente penalizza anche i producers: manca uno stampo italiano, siamo derivativi, copiamo un po’ dalla tradizione americana un po’ da quella europea. Forse per questa ragione lavoriamo sull’elettronica di concetto.

Oltre che storico, il limite potrebbe essere culturale. Come risponderebbe a chi dice che un computer non può fare musica?

Purtroppo è una concezione ancora radicata in Italia. Eppure se ci riflettessimo attentamente abbiamo avuto sin dagli anni 60 l’esempio della scuola della Rai, una delle tre migliori al mondo nell’ambito della musica elettronica, una scuola di avanguardia per la sintesi ed il campionamento. Paradossalmente l’Italia ha una tradizione elettronica, l’ha semplicemente persa.

Pensa dunque che un synth debba essere considerato strumento ‘di norma’ come una chitarra o un pianoforte? 

Si, perché non ci vedo nessun trucco. Non si tratta di prendere un sintetizzatore, premere play ed aspettare che emetta un suono. Un synth è qualcosa che va oltre una chitarra e un pianoforte perché non ha limiti timbrici, abbatte le barriere che relegano all’utilizzo di uno strumento per volta e diventa inevitabilmente indispensabile per la musica del futuro.

Come collocherebbe l’elettronica nel mercato mondiale dell’industria musicale odierna?

Esistono diversi livelli di mercato su cui l’elettronica si distribuisce, dal Dj set in un locale al concerto sold out in un Auditorium. In poche parole è un ambiente in cui girano i soldi, le etichette investono volentieri. Certo, si tratta di un mercato di mezzo in cui non sei né famoso né sconosciuto che consente di guadagnare dignitosamente anche solo con la musica. Ma la domanda sul mercato al momento insiste per un genere più ibrido che porta un’artista che fa elettronica a cerca featuring con nomi mainstream per sfondare economicamente.

Lei che fin da giovanissimo ha vissuto ( e sta vivendo) con un piede in Europa e l’altro negli USA, come descriverebbe il rispettivo panorama musicale? 

In America attualmente il panorama musicale è dominato da un gioco di influenze tra il pop e l’underground, due mondi che si fondono rendendo sostanzialmente il pop più figo e l’underground più appetibile con un risultato finale del tutto positivo: migliore qualità musicale, maggiore vendibilità del prodotto. L’Europa continua ad avere una forte derivazione dall’elettronica degli anni 90, quindi techno per la maggior parte: pensiamo all’IDM (intelligence dance music) ad esempio che dal mio punto di vista è un ottimo risultato di sperimentazione anche con risvolti estremi e concettuali, ma sempre sullo sfondo della techno classica.

Futuro. Secondo lei che spazio troverà l’elettronica nel mondo musicale (se lo troverà)?

Chi ormai naviga nell’elettronica non è più proiettato nel farla capire ai più. Secondo me punterà tutto su una nuova concezione del live: pur differenziandosi dagli altri generi la musica sperimentale si legherà ad alcuni aspetti tradizionali c0ome il concerto e farà di tutto per monetizzarli. Né i dischi né lo streaming vendono più e bisognerà adattarsi. Da un punto di vista strettamente artistico penso che l’elettronica è destinata a una crescente contaminazione con gli altri generi: negli ultimi anni l’hip-hop è sempre più presente così come la musica commerciale. In definitiva penso sia impossibile fare una previsione lucida: nel panorama elettronico ogni anno escono dischi che evolvono sempre, anche minimamente, da quelli precedenti, rivoluzionando una tecnica o introducendo nuove sonorità. La soluzione è starci dentro e cercare di capire come evolverà.

E il suo futuro? Che progetti ha?

Al momento non ho un progetto musicale definito. Il mio ultimo lavoro è la colonna sonora di ‘Tenebrae’, un cortometraggio di Pasquale Palmieri, bravissimo architetto e fotografo. Penso mi piacerebbe continuare nell’ambito della sonorizzazione e produzione di colonne sonore per cortometraggi e film. Come The Delay In The Universal Loop usciranno a breve un paio di nuovi singoli e alcune date in Italia e in Europa. È sempre tutto in evoluzione, si vedrà.

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