mercoledì, Giugno 3

Museveni e Magufuli mettono a repentaglio la liberazione del Burundi La Corte di Giustizia dell'Africa Orientale, su pressione di Tanzania e Uganda ha decretato la legittimità della Presidenza di Pierre Nkurunziza, una vittoria per il regime che rende difficile ora il lavoro dell’Esercito Repubblicano del Burundi

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Una doccia fredda si è abbattuta sulle forze democratiche del Burundi. La Corte di Giustizia dell’Africa Orientale (East African Court of Justice), chiamata a pronunciarsi sul terzo mandato presidenziale di Pierre Nkurunziza, ha sentenziato la sua legalità. Secondo la Corte non sarebbe stato violato l’articolo 96 della Costituzione burundese del 2005 che limita a due mandati presidenziali. Il primo mandato, quello dal 2005 al 2010, non sarebbe da contare, in quanto la Presidenza sarebbe stata ottenuta non tramite elezioni generali ma elezioni ristrette dei grandi elettori del Parlamento burundese, secondo le modalità previste dagli accordi di pace di Arusha 2000. La decisione, ratificata dal Parlamento della East African Community, è stata definita dalla società civile burundese FORSC un pericoloso precedente che di fatto legalizza dei dittatori e compromette i valori democratici, i diritti umani e la buona amministrazione dello Stato.

La Corte di Giustizia di Arusha, nel 2015, aveva ricevuto, dalla società civile e dall’opposizione burundese, la richiesta di esaminare le modalità di accesso al terzo mandato presidenziale di Nkurunziza, a seguito della violenta repressione della manifestazioni popolari a favore del rispetto della Costituzione, e del processo democratico sancito dagli accordi di pace di Arusha del 2000. L’obiettivo era quello di confermare, a livello giuridico, l’illegalità di fatto delle funzioni presidenziali di Nkurunziza. All’epoca, la Corte,subendo pressioni politiche da alcuni Paesi membri della East African Community, tra cui la Tanzania, aveva rifiutato di esaminare il dossier,archiviando la richiesta depositata.
Improvvisamente, la Corte, una settimana fa, ha deciso di riesaminare la richiesta del 2015, pronunciandosi a favore di Nkurunziza.
Il verdetto è una importante vittoria diplomatica per il regime, in evidente difficoltà, che apre alla legalità della candidatura di Nkurunziza alle presidenziali del 2020 e al quarto mandato presidenziale, conforme alla revisione della Costituzione che elimina il limite dei mandati. Revisione attuata attraverso il referendum farsa del febbraio 2018.
La decisione EAC rafforza anche la convinzione di Nkurunziza di agire nel giusto.
Ci giunge notizia che il dittatore ha ordinato a tutti i suoi Ambasciatori in Europa e Stati Uniti di contattare i vari Ministeri degli Esteri occidentali, affinchè accettino la decisione della Corte di Giustizia EAC, ponendo fine alle ostilità politiche contro il regime HutuPower, e con l’obiettivo finale che è la cancellazione delle sanzioni economiche che hanno provocato la bancarotta del Burundi.

Cosa e chi ha spinto la Corte di Giustizia EAC a riesaminare il dossier? Procedendo con unverdetto che è palesamene contraddetto dai fatti storici. Secondo le informazioni pervenuteci, dietro a questa farsa giudiziaria vi sarebbero i Presidente Yoweri Kaguta Museveni (Uganda) e John Joseph Pombe Magufuli (Tanzania). I due Capi di Stato avrebbero fatto pesanti pressioni affinché la Corte emettesse un verdetto necessario a rafforzare l’immagine del dittatore, in estrema difficoltà a livello internazionale, causa gli innumerevoli crimini contro l’umanità commessi proprio per difendere un mandato presidenziale illegale, preambolo della totale distruzione del processo democratico previsto dagli accordi di pace di Arusha e l’instaurazione di una brutale dittatura etnica HutuPower.

Il verdetto non ha implicazioni esclusivamente diplomatiche. Rischia, infatti, di influire negativamente sulla guerra di liberazione in atto,intrapresa dall’Esercito Repubblicano del Burundi (ERB) –composto da RED Tabara e FOREBU-, esercito che ora si sta preparando a contenere l’offensiva del regime. I due movimenti ribelli, pur avendo ottenuto vittorie militari sul campo, non stanno ricevendo il necessario supporto popolare per due motivi. 

Il primo è legato alla paura della popolazione. Il secondo risiede nei calcoli politici del principale oppositore hutu, Agathon Rwasa, ex Presidente del Fronte di Liberazione Nazionale, e attuale Presidente del neonato partito hutu Consiglio Nazionale di Liberazione.

La maggioranza della popolazione è palesemente contraria al regime, ma, allo stesso tempo, è terrorizzata dall’eventualità di rappresagliequalora il regime fosse capace di contenere militarmente l’offensiva ribelle, tesa a liberare i Paese. Nonostante il piano genocidario(Operazione Ibipinga) lanciato dal regime non stia producendo gli effetti sperati, il rischio di un Olocausto persiste, rappresentando un valido motivo che costringe la popolazione ad una posizione passiva. Una situazione che non permette una rivolta popolare in supporto all’esercito di liberazione.

Agathon Rwasa sembra aver deciso di non supportare la rivolta popolare, nonostante il suo nuovo partito goda ormai della maggioranza dei consensi della popolazione. Secondo rumors che circolano negli ambienti diplomatici africani, Rwasa non vede di buon occhio la risoluzione della crisi burundese attraverso l’azione dell’ERB, supportato da potenze regionali qualiAngola, Congo e Rwanda. Teme di essere costretto a ricoprire un ruolo secondario nel governo di transizione postNkurunziza

Visto che la sua unica ambizione è quella di raggiungere la Presidenza, Rwasa si starebbe preparando all’appuntamento elettorale del prossimo maggio 2020 con la sicurezza di vincere le elezioni. Solo dinnanzi a palesi brogli elettorali, Rwasa tenterà di rivendicare la sua vittoria alle urne, mobilitando i suoi sostenitori e la maggioranza degli hutu, aprendo così a una incerta e sanguinaria fase di violenze, che potrebbero tramutarsi in guerra civile e massacri generalizzati. Una guerra per il potere tra due leader hutu entrambi con un passato da ‘Signori della Guerra’ HutuPower.

La manovra di Museveni e Magufuli sulla Corte di Giustizia EAC rappresenta una vittoria diplomatica delle due Nazioni dell’Africa Orientale che sostengono il regime HutuPower burundese. Museveni in chiave antiruandese.Magufuli per ragioni storiche di fratellanza tra bantu e hutu e per ragioni di appartenenza etnica, essendo di origine hutu burundese. Oltre a queste alleanze politiche l’appoggio di Museveni e Magufuli al dittatore burundese deve essere anche visto nella necessità per i due Capi di Stato di proteggere le loro cariche presidenziali. Entrambi aderiscono alla logica africana di solidarietà tra dittatori. Museveni, al potere da 32 anni, intende ottenere l’ennesimo mandato nel 2023, Magufuli, adottando una amministrazione dello Stato totalmente autoritaria, si sta orientando verso il ritorno al monopartitismo dell’epoca di Julius Kambarage Nyerere. 

La situazione della democrazia e rispetto dei diritti umani in Tanzania si sta progressivamente deteriorando. Magufuli sta adottando identiche tattiche del suo omonimo burundese, anche se in modo meno violento e quindi meno visibile, con l’obiettivo di cancellare i partiti di opposizione dalla scena politica nazionale.

La manovra dei dueamicidi Nkurunziza mette in minoranza il Rwanda all’interno della East African Community. Il Sud Sudan appoggia la manovra, il Kenya preferisce una comoda neutralità. Vi è ora il rischio che il principale sostenitore dei RED Tabara e FOREBU, Paul Kagame, decida una linea prudente, congelando il supporto alla ribellione, il che non permetterebbe all’Esercito Repubblicano di lanciare l’offensiva finale per liberare il Burundi. Anche se non vi sono prove della presenza militare ruandese nel Paese gemello, è innegabile che senza il supporto attivo di Kigali, le possibilità di vittoria diminuirebbero sensibilmente per le forze democratiche burundesi. Al momento non si registrano reazioni da parte di Angola e Congo, due Paesi esterni alla East African Community.

Immediatamente dopo il verdetto della Corte di Giustizia EAC, il Presidente congolese, FelixTshisekedi, si è recato a Kigali per incontrare il suo omonimo ruandese. Ufficialmente Tshisekedi e Kagame hanno discusso sulle prospettive d’integrazione regionale e sul rafforzamento democratico della regione. Nostre fonti informano che l’oggetto della visita era quello di esaminare la situazione riguardante il piano militare congiunto Operazione Corridoio Est per quanto riguarda il Burundi. L’operazione militare congolese ruandese, in atto dallo scorso maggio, è tesa a liberare l’est del Congo e il Burundi da tutte le forze negative che impediscono il processodemocratico e di integrazione economica regionale. Nessun dettaglio sulle discussioni intercorse tra i due Capi di Stato è trapelato, all’infuori di generici comunicati ufficiali.
Il destino del popolo burundese rimane nelle mani di potenze estere, ed è ora vincolato alla lotta per la supremazia regionale che contrappone Angola, Congo, Rwanda a Tanzania e Uganda.

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