sabato, Dicembre 14

Musei: per salvarne l’autonomia Nuove voci critiche sul Decreto Bonisoli. Il Direttore degli Uffizi Schmidt parla di “luci ed ombre e di partita aperta” e intanto oggi celebra Cosimo I Granduca di Toscana: ‘Dai saggi del passato: attenti al potere assoluto e al populismo’

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Ben quindici dei venti direttori di musei nominati da Dario Franceschini nel 2015, rendono noto in una lettera diffusa da ‘Il Giornale‘ dell’arte e alcuni quotidiani, il loro giudizio critico nei confronti del Ministro Bonisoli, difendono l’operato della ex direttrice della Galleria dell’Accademia di Firenze, Cecile Hollberg, bruscamente licenziata dal Ministro e si dichiarano «profondamente rammaricati del suo mancato rinnovo alla guida e dei modi con i quali si è dato corso a questa decisione»I quindici direttori stigmatizzano anche il trattamento simile  riservato  a Valentino Nizzo e Simone Quilicirispettivamente già direttori del Museo Etrusco di Villa Giulia e del Parco Archeologico dell’Appia Antica a Roma.

Tra i firmatari figurano sette dei direttori dei musei «di seconda fascia» appena confermati per un secondo mandato, tre ex e gli uscenti Peter Assmann da Mantova e Peter Aufreiter da Urbino. Dei cinque direttori in attesa di conferma per i musei di primo piano hanno aderito Sylvain Bellenger da Capodimonte, James Bradburne dalla Pinacoteca di Brera, Anna Coliva dalla Galleria Borghese, assenti Eike Schmidt degli Uffizi e Cristiana Collu della Galleria Nazionale d’Arte Moderna. Nella lettera, i quindici direttori museali esprimono «apprezzamento per la competenza l’impegno la dedizione le creatività e i successi conseguiti» dalla Hollberg in questi quattro anni e, pur non volendo entrare nel merito delle recenti modifiche   all’organizzazione del MIBAC, rimangono «interdetti di fronte alla rapidità con la quale si è deciso di attuare la nuova riforma, facendo decadere anzitempo la collega Hollberg dal suo incarico,  senza trovare il tempo di un incontro per discutere le prospettive dell’Accademia una volta privata dell’autonomia o per comunicare di persona alla Direttrice le deliberazioni assunte, che incidono così radicalmente sul museo da lei guidato fino a questo momento, oltre che sui destini personali». 

La lettera dunque non entra nel merito di quella che qualche critico ha già definito controriforma Bonisoli, ma il fatto di restare «interdetti», ha il sapore di un giudizio severo sul metodo e sui tempi di attuazione della stessa, varata nei giorni in cui entrava in crisi il governo gialloverde. Riforma affidata ad un decreto che, tra le altre misure, prevede l’accorpamento di importanti musei e parchi archeologici con altri ( come il Cenacolo leonardiano con Brera), e la soppressione dei Relativi Consigli di Amministrazione e degli stessi direttori. Il riferimento alla perdita dell’autonomia della Galleria dell’Accademia, uno dei più importanti al mondo visitato da 1 milione di visitatori l’anno, richiamati dalla presenza del David e dai Prigioni dello stesso Michelangelo, riguarda un tema che è stato al centro del dibattito di questi giorni apertosi sul decreto ministeriale.

Da più parti, infatti, si è fatto riferimento ai rischi di una visione centralistica, che ricondurrebbe  alla burocrazia ministeriale l’attività di importanti musei che in questi quattro anni hanno potuto beneficiare di una vera e propria autonomia finanziaria, che ha consentito loro iniziative di ampio respiro. Secondo un articolo del ‘Finantial Times’, la scelta  ministeriale ricondurrebbe l’autonomia museale al livello dell’Arabia Sauditafrase erroneamente attribuita – e fermamente smentita – all’attuale Direttore degli Uffizi  Eike Schmidt, finito al centro delle polemiche,  sia da parte della collega licenziata Cecilia Hollberg,  e immediatamente sostituita con la nomina a Direttore di Angelo Tartuferi, studioso di provata competenza ed  ex direttore della Galleria, che dal Giornale dell’Arte che scrive del  suo presunto silenzio nei confronti della collega esonerata. Polemiche che Schmidt respinge nettamente, dichiarando che «non ha mai detto che con l’ultima riforma dei Beni Culturali “L’Italia è come l’Arabia Saudita».

Tant’è che la stessa ‘Repubblica’  riporta un nuovo articolo con un diverso titolo «Schmidt sulla riforma dei musei: luci e ombre, partita aperta». Quanto al mancato contatto con  la Hollberg, lo stesso direttore  degli Uffizi avrebbe cercato al telefono la collega, ricevendo la risposta che ‘era in ferie’. Ma al di là di questa stizzosa querelle, sul piatto resta il tema dell’autonomia ‘compressa’ o annullata per alcuni grandi musei. E qui la posizione di Schmidt è più articolata: si ci sono pochissimi paesi al mondo, come Arabia, Cina e Francia, dotati di politiche di forte accentramento della programmazione e dei prestiti di opere d’arte all’estero. E ciò lo preoccupa: «Ma che la riforma Bonisoli vada in questa direzione non si può dire ancora senza le procedure attuative. E’ invece probabile» – sostiene  – «che ci si ispiri alla Francia, dove i musei gestiscono i prestiti coordinati dal centro e con l’impulso ministeriale  per le grandi iniziative, come il Louvre a Abu Dhabi». Quanto all’eliminazione dei cda il suo giudizio resta sospeso: «il controllo centrale non è mai stato solo passivo».  Positiva è considerata la creazione di un Ufficio centrale per le esportazioni, al posto dei tanti uffici territoriali. Quanto ai rischi di un uso arbitrario e spregiudicato dei prestiti, «basterebbe applicare sul serio» – dice Schmidt – «il Codice per i beni culturali, con elenchi non derogabili, salvo casi molto rari, delle opere non esportabili».

Essendo parte in causa, l’attuale Direttore degli Uffizi non si esprime sull’accorpamento con la più celebre Galleria italiana, che già ‘governa’ Palazzo Pitti e Boboli, anche della Galleria dell’Accademia ( quella del David, per intenderci) e del Museo di S.Marco, che ospita le opere del Beato Angelico e della sua scuola,  tra cui la celeberrima ‘Annunciazione’. Gestire l’insieme di tali Musei richiederebbe una responsabilità ed uno sforzo  straordinario, non facile da sostenere. E poi, non è ancora detto che lo stesso Schmidt venga riconfermato nella carica, avendo già vinto il concorso per  il Museo di Francoforte, anche se – da voci dell’ambiente – resterebbe volentieri a portare a termine le opere avviate, tra cui il riadattamento del Corridoio Vasariano.  E intanto, mentre le polemica sul decreto Bonisoli, carico di ombre ( molte ) e di luci ( poche) segue il proprio corso, e chissà quali sbocchi potrà avere, meglio occuparsi  d’altro. Così almeno accade a Firenze, dove il Ferragosto ha portato un nuovo boom di presenze nei musei e gallerie statali ( 80 mila nei giorni del “ponte” con un balzo del 5% di visitatori) e dove, oggi stesso, Palazzo Pitti e il giardino di Boboli sono  gratuitamente aperti al pubblico in ricordo dell’incoronazione  a Granduca di Cosimo I’ de’ Medici, avvenuta Il 27 agosto del 1569.  E’ una data talmente importante da essere celebrata con le visite gratuite? 

E’ lo stesso Eike Schmidt a ricordarci che:  Cosimo I granduca di Toscana è una figura fondamentale nella storia europea oltre che nello sviluppo del territorio e di Firenze. Palazzo Pitti, che egli acquista nel 1550, prima di ottenere la corona granducale, diventa non solo la nuova residenza sua e della moglie Eleonora di Toledo, ma anche il simbolo del potere consolidato dei Medici sulla Toscana. La visita al Giardino di Boboli completa quella alla Reggia di Pitti, di cui è parte integrante: nella sua magnificenza, si coglie ancora pienamente lo spirito della vita di corte, tra l’arte e il lusso del Palazzo e le meraviglie di uno dei parchi monumentali più belli al mondo”. 

L’incoronazione di Cosimo I avebbe dato a lui e ai suoi  successori un livello di prestigio che nessun altro principe italiano avrebbe potuto vantare, fino a quando il Granducato passò nel 1737, per la mancanza di eredi della famiglia Medici, agli Asburgo-Lorena che conservarono il potere, pur se con alcune interruzioni in epoca napoleonica e risorgimentale, fino all’unità d’Italia. Un breve cenno a colui che sarebbe divenuto un sovrano assoluto, ci potrà aiutare a meglio comprendere il ruolo e il periodo che ha contrassegnato.                                                                                                                                                                                                                                                                Già nel 1537 l’allora giovane figlio di Giovanni dalle Bande Nere, aveva ricevuto da Carlo d’Asburgo, Imperatore del Sacro Romano Impero erede dei possedimenti in Austria, Fiandre e della corona spagnola, il titolo di Duca e l’invito a convolare a nozze con  una delle figlie del Vicerè di Napoli: Eleonora di Toledo. Difficilmente Cosimo I avrebbe potuto rifiutare dato lo stretto rapporto dei Medici con l’Imperatore, il quale, una volta incoronato da Clemente VII (Papa Mediceo) aiutò il ritorno  al potere della celebre casata, dopo che era stata sconfitta la Seconda Repubblica Fiorentina, che aveva governato per una ventina d’anni. Diversamente da quanto si potrebbe pensare, quello fu un matrimonio ben riuscito: una coppia affiatata che impose un proprio stile, lusso sì ma senza esibizione, una prole numerosa ( 4 femmine e 6 maschi), una nuova residenza: Palazzo Pitti, voluto dalla consorte e pagato 10 mila fiorini d’oro. Una vita felice, come si addice ad un  Principe moderno,  fino alla tragica scomparsa di Eleonora e di due figli maschi, colpiti da febbre malarica in una visita in Maremma (era il 1562).

Sul piano politico Cosimo I  consolidò il suo potere assoluto, inflessibile sul piano interno con i suoi avversari, su quello esterno seppe condurre un’azione politico diplomatica di grande equilibrio sia nei confronti delle grandi potenze (Francia e Spagna),che del Papato. Tra i suoi meriti quello di aver fatto della Toscana un vero e proprio Stato: forte burocrazia, proprie milizie, ampi confini,  potenziamento delle attività industriali: marmo a Carrara e Pietrasanta, allume a Piombino, lignite nel Valdarno, lana a Firenze pur mantenendo le storiche attività bancarie e finanziarie.

Ma il suo splendore segnò anche la profonda cesura con lo spirito vitalistico e le istanze di Libertà che avevano animato la Seconda Repubblica fiorentina cara al Guicciardini, al Machiavelli e  anche a Michelangelo. Firenze lo ammira e lo teme. «Cosimo solo governava il tutto, né si diceva o faceva cosa alcuna, né così grande né tanto piccola, alla quale egli non desse il sì o il no», così scriveva Benedetto Varchi. E il grande storico Francesco Guicciardini, nei suoi ‘Ricordi’, amaramente scriveva «Pregate Dio di non vi trovare dove si perde, perché ancora che sia sanza colpa vostra n’arete sempre carico….». E più avanti  affermava: «Chi disse uno populo, disse veramente uno pazzo; perché è uno mostro pieno di confusione e di errori, e le sue vane opinione sono tanto lontane dalla verità, quanto è, secondo Tolomeo, la Spagna dalla India». Aveva la vista lunga il grande storico,  invitandoci a sapersi guardare dal potere assoluto e dal populismo. Ben venga dunque anche questa celebrazione se servirà a conoscere le luci e le ombre del personaggio che oggi si celebra e si ricorda. E che i grandi del passato ci aiutino  in questa difficile navigazione, tra catastrofi annunziate, ricadute nefaste, cattiveria diffusa e strumentalizzata.

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