venerdì, Settembre 18

MURo: la ‘Street art’ a Roma

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MURo

Il Museo di Urban Art di Roma (MURo) è un progetto no profit e ‘site specific’ della cosiddetta ‘street art’, completamente integrato nel tessuto sociale della città che cerca di mettere in relazione gli artisti e le loro opere con la storia dei luoghi di convivenza sociale dove essi le realizzano.

Così il progetto diventa anche ‘community specific’, perché condiviso con i cittadini, confrontandosi anche con le loro idee e le storie legate alla loro vita, o alla frequentazione dei luoghi in cui tali opere vengono fatte. La collezione di opere di ‘street art’ a Roma, principalmente ‘murales’, appartiene al pubblico dominio, ossia è della comunità e comprende attualmente 21 lavori realizzati da importanti firme dell’Arte Contemporanea mondiale.

Costituisce un museo a cielo aperto, pubblico e gratuito, il cui lavoro di realizzazione è seguito dallo staff di MURo: l’artista David Vecchiato, alias Diavù, intervistato per ‘L’Indro’, come ideatore e curatore del progetto (ma anche realizzatore di alcuni dei murales), insieme ai suoi collaboratori Giorgio Silvestrelli, Sergio Santangelo e Alessandro Bentivegna ed è amministrato dall’art agency Mondopop.

I primi ‘murales’ ad opera di Diavù videro la luce nel 2010 nel quartiere del Quadraro, tra il V e VII municipio del Comune di Roma, ma attualmente il progetto ha anche opere visitabili nei quartieri di Villa Alessandrina e di Torpignattara. Dopo due anni di gestazione per la realizzazione dei ‘murales’, il progetto prese il via nella primavera/estate del 2012, patrocinato dal Comune e dalla Provincia di Roma.

MURo vorebbe istituire un Festival di Street Art Annuale, in grado di modificare rapidamente aspetto e valore a molti spazi pubblici a forte rischio di degrado, ma per ora interviene nel tessuto urbano della città realizzando circa un’opera al mese nei quartieri sopra citati. Sono previste visite guidate a pagamento alle opere di MURo, organizzate dalla guida Giorgio Silvestrelli che si occupa dell’assistenza agli artisti che partecipano al progetto MURo, e percorsi in bicicletta mirati a pagamento, forniti dalla Associazione Gazebike.

 

Diavù, come mai l’idea di questo progetto ‘site specific’ MURo?

L’idea risale agli anni 2005 e 2006, mentre i primi ‘murales’ sono stati realizzati soltanto nel 2010 perché in quel momento si sono attuate le condizioni per farli e io mi sono relazionato con il municipio di competenza per poter iniziare a chiedere i permessi. Questo progetto è nato perché esistono molte storie da poter raccontare all’interno dei quartieri di Roma, che come città viene vissuta soltanto nell’aspetto antico, o se vogliamo come ‘classica’, mentre tutto il Novecento non viene raccontato, e la storia di questa città è racchiusa nella vicenda delle periferie e delle borgate.

Io ho pensato che attraverso l’Urban Art, l’arte pubblica urbana, si possa cominciare a raccontare delle storie facendole dipingere dagli artisti. Se essi intervengono nel tessuto urbano realizzando dei murales e delle opere nei quartieri, possono raccontarne la storia anche semplicemente perché gli è stata riferita e hanno conosciuto le persone che abitano quei luoghi. La mia idea originaria era scaturita dal tentativo di fare una specie di museo all’aperto che costituisca un altro strato, lo stato culturale, parallelo a quello urbano esistente, in modo da camminare per le strade della città, anche dopo aver preso la metropolitana ed essere scesi in quel quartiere, per poter vedere opere d’arte contemporanea. La parola ‘museo’ nell’acronimo del progetto è stata scelta perché secondo me proprio di questo si tratta, essendoci opere la cui proprietà non è privata, ma pubblica, appartenente cioè agli stessi cittadini di quel quartiere, o di Roma in generale.

 

Questo progetto servirà per avviare una riqualificazione del quartiere?

Questo è un tema interessante e attuale, perché il progetto parte dal Quadraro, ma è esteso in realtà anche a Tor Pignattara, dove io stesso ho realizzato dei ‘murales’, grossi ritratti di Pasolini, della Magnani, dei fratelli Citti e di Monicelli, al Cinema Impero. Il progetto quindi si sta allargando verso un altro quartiere, comprendendone quindi più d’uno come estensione. Come curatore del progetto e come artista, non amo l’affiancamento della parola riqualificazione con l’arte visiva, perché secondo me la cosa più importante è invece mirare ad una sorta di riappropriazione degli spazi da parte dei cittadini. Quando si parla invece di riqualificazione, ossia quando un’istituzione interviene per migliorare quello spazio e dare un’opportunità al quartiere che soffre, in quel caso non c’è riappropriazione civica, ma è l’istituzione che decide di prendere provvedimenti sul tessuto urbano. Nel caso delle opere d’arte, preferisco usare il termine rigenerazione al posto di riqualificazione, perché quest’ultima in sostanza comprende il rifare i marciapiedi, costruire fogne dove non ci sono, creare verde pubblico, fare attenzione all’illuminazione pubblica, insomma qualcosa di altro dall’arte, che costituisce invece sempre un percorso parallelo e qualcosa che certo valorizza, ma non è una riqualificazione a tutti gli effetti. Intendo quindi che tra la rigenerazione culturale e la riqualificazione urbana esiste una netta differenza.

 

È stato difficile coinvolgere artisti internazionali in questo progetto?

No, è stato facilissimo perché la mia storia personale comincia nei primi anni Novanta, quando ho iniziato a fare l’artista e a esporre in situazioni nelle quali erano coinvolti anche artisti internazionali, come per esempio Gary Baseman o altri che ho chiamato per questo progetto. Le situazioni in cui ci si ritrovava con alcuni artisti erano date da alcune mostre e manifestazioni, quali per esempio l’Happening Internazionale Underground che si svolgeva ogni anno al centro sociale Leoncavallo di Milano, oppure qualche volta al Forte Prenestino di Roma, che offrivano la possibilità di conoscerci tra di noi. Come curatore del progetto è stato semplice per me coinvolgere altri artisti di caratura internazionale, in quanto c’era un legame di amicizia con loro, poi una volta capito bene il progetto, che era anche di memoria e di recupero della storia dei quartieri, esso è piaciuto ed è stato condiviso anche da loro.

 

Quanto durerà ancora l’espansione dei ‘murales’ nel quartiere?

I ‘murales’ si fanno quando se ne ha l’occasione. In un primo momento succedeva che ero io a chiamare gli artisti e a proporre la mia idea di progetto, che spesso intendeva legare l’opera alla storia di quel muro nel quartiere, o al tema che si voleva raccontare. Un esempio su tutti può essere il murales Q44, in ricordo della deportazione di quasi 1000 uomini avvenuta al Quadraro nel 1944 da parte dei nazisti: io ho trovato che poteva essere interessante se fosse stata riproposta proprio da Gary Baseman, in quanto figlio di genitori ebrei fuggiti dalla Polonia per non finire nei campi di sterminio o di concentramento.

Ma succede anche il contrario: vi sono gli artisti che sanno del progetto MURo, anche quelli che non conosco, come ad esempio Fin Dack, che ha realizzato l’ultimo ‘murales’ al Quadraro, amico di Alice Pasquini, un’altra artista che ha lavorato al progetto, e mi ha contattato lui via mail dicendo che era a Roma e voleva partecipare a MURo. Il Progetto MURo quindi prosegue perché più si fanno ‘murales’ in strada, più si viene a sapere del progetto in tutte le parti del mondo grazie agli artisti internazionali che vi partecipano, stimolando così altri a proporre nuove idee al riguardo. L’altro ieri ho parlato con Laurina Paperina, artista italiana, a cui piacerebbe tantissimo partecipare, e si è proposto anche Galo, un artista torinese, ex grafista o writer.

 

Come è stata accolto il progetto dai cittadini romani e dai turisti?

È giusta la distinzione tra chi abita Roma e vive i muri ogni giorno e i turisti. Io ho iniziato molto lentamente con questi ‘murales’, perché bisognava prima proporli ai cittadini, dato che ho molto rispetto della proprietà pubblica: il primo esempio è del 2010, poi tre nel 2011, e in numero maggiore nel 2012. Io credo che se gli italiani si rendessero conto maggiormente di tutto quello che è proprietà pubblica e spazio condiviso, lo difenderebbero e lo curerebbero di più! Dunque, questo rispetto non potevo tradirlo nel progetto, perciò lentamente ho proposto un primo murales (di cui ero proprio io l’autore), molto simile alla mia produzione a fumetti, quindi più vicino ai cartoon, a pupazzetto, vista anche l’elevata presenza di bambini nel quartiere, in modo che l’opera piacesse anche a loro. Ho poi chiamato via via artisti che potessero essere gradevoli da vedere, perché in fondo l’arte è una cosa molto intima, soggettiva, e alcuni sarebbero stati troppo violenti come impatto visivo sul pubblico. La lentezza del progetto è stata prevista, perché i cittadini che abitano e vivono lì capissero il tipo di lavoro e avessero tutto il tempo per metabolizzarlo, per discuterne in strada, per parlarne: io stesso ne parlo al bar, o dal barbiere, o sui social network, o presento il prossimo artista che viene a lavorare ai gruppi del quartiere di riferimento, chiedendo un loro parere e che cosa ne pensano, perché ritengo giusto che siano i cittadini a doversi esprimere prima che sia realizzato il murales. Ad oggi circa il 90% dei cittadini che risiedono nel quartiere mi sembrano contenti di MURo, anche se ci sono quelli che esprimono la loro insoddisfazione per un’opera in particolare o per il progetto in sé; c’è stato perfino l’episodio di un ragazzo che ha rovinato dei murales per una questione, secondo me, essenzialmente di protagonismo. Ma la cosa più bella è che sono state le persone più anziane del quartiere, quelli che vivono da più tempo o che sono nati qui, a chiamarlo per parlare con lui e chiedergli la motivazione del suo gesto vandalico, fino a convincerlo che il progetto riguardava tutti nel quartiere.

I turisti invece vengono nel quartiere (che non conoscono affatto, perché il Quadraro, così come Tor Pignattara, prima non aveva nessun tipo di affluenza o attrazione turistica, dato che non c’era nessun motivo di interesse ad andare a scoprire la storia di quei luoghi e delle persone che ci hanno vissuto) e ora visitano queste aree a piedi con le mappe, o con i tour realizzati da un’associazione che per le sue visite, guidate, noleggia bici che si occupa di aggiustare e affittare a tale scopo. Così gli stranieri conoscono qualcosa di arte visiva imprevisto e lo rispettano, ovvero giungono apposta nel quartiere per visitare questo museo a cielo aperto con la consapevolezza di vedere un’opera culturale. E questo fa parte di una tipologia di pubblico molto diversa da quella che fa danni o atti di vandalismo.

 

Sono quindi previste visite guidate a piedi e in bicicletta. Chi realizza queste iniziative?

Una, quella delle visite a piedi la facciamo noi come associazione, perché MURo è un progetto no profit, anche se partecipiamo a bandi, cercando ovviamente finanziamenti sia pubblici che privati, perché solo i materiali e i mezzi, come ponteggi e vernici per le opere, già rappresentano dei costi, come anche i viaggi degli artisti che vengono da fuori, il dar loro ospitalità, e molte altre esigenze. Abbiamo trovato una microeconomia nei tour a piedi che si svolgono due volte al mese, perché la guida è la stessa persona che assiste (gratis) gli artisti quando lavorano in strada, ovvero Giorgio Silvestrelli, che percepisce dai 10 ai 7 euro a persona (a seconda dell’età e delle fasce di riduzione) per accompagnare gli interessati a fare il tour dei ‘murales’. Il tour in bicicletta, che si effettua circa un paio di volte al mese, è fornito invece dall’Associazione Gazebike, la cui sede è nel Parco di Tor Fiscale, qui vicino, e costa 20 euro: ma nella cifra è compreso il noleggio del mezzo di trasporto, il casco e l’assistenza tecnica della persona che segue il tour per le esigenze del veicolo (ad es. foratura della gomma, rottura della bici, ecc.). Adesso c’è anche un ex writer, che si chiama Pepsi, che sta proponendo di fare anche lui dei tour (probabilmente uno al mese) con l’Associazione per la quale collabora. Sono più realtà che si presentano e che in questo contesto funzionano.

 

Quale supporto, anche economico, avete da Roma Capitale?

Da Roma Capitale non è mai arrivato nessun supporto economico. Abbiamo ora più facilità ad avere la disponibilità dei muri pubblici, perché si conosce il progetto e se ne è capito anche il livello artistico e qualitativo. Fondi pubblici sono arrivati in passato per la commemorazione della deportazione nel Quadraro: in quelle due occasioni abbiamo fatto parte di un progetto già esistente, in cui MURo è entrato soltanto per la realizzazione dei murales, ma credo che fosse di pertinenza della Regione. Un’altra occasione di finanziamenti privati è stata data da SKY Arte, che ha voluto realizzare un documentario su Ron English, un famosissimo artista statunitense, e noi abbiamo fatto in modo che venisse a realizzare qui un murales grazie ai fondi di questa emittente televisiva privata.

 

 

Abbiamo intervistato sulle opere realizzate per MURo ancora Diavù e Gio Pistone, quest’ultima disegnatrice e muralista, che ha partecipato con alcune opere all’iniziativa.

Qual è il messaggio che ha voluto lanciare con la Sue opere?

(Diavù) Io ho realizzato murales diversi per questo progetto, pensando ogni volta alla storia del luogo che lo andrà ad ospitare. Gli ultimi due prodotti sono quelli nel Cinema Impero, dove ho voluto fare ritratti degli attori e registi che hanno lavorato in quel quadrante: idea che avevo proposto al comitato di quartiere di Tor Pignattara per un consenso preventivo, in quanto il cinema, che è chiuso da più di trent’anni e quindi tolto ai cittadini, è uno spazio molto grande e importante per la sua lunga storia nel quartiere. Ho voluto legare il dipinto alla storia del cinema e a qualcosa di un set in particolare che si è svolto là: Anna Magnani vi ha lavorato per il film ‘Roma Città Aperta’, Pier Paolo Pasolini aveva lì la sua osteria preferita e il casting dei suoi film era prevalentemente in quella zona, i fratelli Sergio e Franco Citti sono nati nel quartiere e Mario Monicelli vi ha girato ‘Un borghese piccolo piccolo’.

Il murales lungo 20 metri a Borgata Finocchio era invece contro le mafie, ma in realtà è stato fatto con l’Associazione da Sud che l’aveva espressamente richiesto e che come istituzione ben descrive la filiera delle mafie. Il murales racconta come la mafia interviene nel mercato delle slot-machines, della produzione di ecomostri, a fornire un nuovo e diverso welfare, con una diversa possibilità di fare soldi o dare quell’assistenza che lo Stato non fornisce: l’opera è realizzata in uno spazio detto la Collina della Pace, confiscato al cassiere della Banda della Magliana e quindi alla mafia stessa. In questo murales c’è la mia passione per i fumetti e per un certo tipo di immagine. Esso è composto unicamente da vari tipi di mani: quelle bianche rappresentano le persone che credono nella legalità e si trasformano in farfalle per cercare di abbattere l’ecomostro e riappropriarsi dello spazio verde, mentre quelle rosse, che si sono sporcate bene o male di sangue, anche solo con l’appoggio della mafia o perché inclini a quel tipo di mentalità, edificano l’ecomostro ed emergono dalle ossa con l’anello d’oro su cui è scritta la parola mafia. Esse rappresentano la cultura aggressiva della mafia che viene dalla storia dell’Ecatombe, quindi dei cadaveri. Vi è il serpente che finisce con una grossa mano rossa che attraverso la slot-machine accalappia mani bianche che stanno manifestando per i diritti, ma che sono cadute nel baratro del gioco d’azzardo, che distoglie l’attenzione dalle cose che dovrebbero interessare loro di più. Vi anche una mano bianca con un libro dove è scritta la frase chiave di tutto questo murales: l’antimafia non ha bisogno di eroi. Le manone richiamano e formano una specie di dedica a Jacovitti che ho sempre letto, adorato e riconosciuto come autore, anche se tutto il murales tratta un tema molto serio, che però volevo sdrammatizzare attraverso queste forme usando l’ironia come forma di comunicazione per raggiungere lo scopo. Tutte e due le opere citate fanno parte dei percorsi di MURo: Tor Pignattara è molto vicina al Quadraro e si può andare a piedi per arrivare fino al Cinema Impero, mentre Borgata Finocchio è più lontana, ma il murales sarà inserito nelle nuove mappe di percorsi del progetto, che stampiamo ogni tre o quattro mesi in 13.000 copie, per farla arrivare alle persone che vogliono vedere i murales da soli.

(Gio Pistone) La prima opera, a via dei Lentuli, dove c’è il passaggio tra Quadraro vecchio e Quadaro nuovo, è stata una idea che si è sviluppata realizzando man mano il murales stesso. Si intendeva rimettere a posto il tunnel che durante gli anni è diventato un po’ ricettacolo di spacciatori, e quindi un posto non favorevole al quartiere. Si era pensato di dipingerlo tutto, ma poi la parte interna non è stata ancora risistemata e le luci non sono state messe, così si è voluto disegnare i ‘guardiani’ di questo tunnel, nella texture c’è infatti una delle due figure dipinte che riapre simbolicamente con una chiave l’arco di accesso, ossia il portone. Mentre ero sul posto ho parlato con persone anziane del Quadraro che mi hanno narrato di come questo passaggio venisse usato durante la guerra per fuggire dai bombardamenti, per fare riunioni nel momento in cui questo quartiere era un posto blindato a causa dei nazisti, e poi luogo frequentato dalle coppiette e importante per il quartiere stesso. Di recente è diventato una discarica, ma la frase che ho scritto sull’arco è un ricordo dell’uso fatto di esso durante la guerra: ‘Ai pensieri liberi’ si riferisce quindi alla libertà che non si poteva avere nell’ultima guerra, e soprattutto nelle dittature in generale; ‘alle paure’ invece rimanda a quelle che si avevano durante i bombardamenti, agli amori rubati delle coppiette, mentre ‘al passaggio fra i due tempi’ si riferisce invece al fatto che passando sotto quel tunnel si può avere l’idea di entrare sotto terra e uscire poi dall’altra parte in un certo lasso di tempo, quello che ci vuole nel percorrerlo da un punto ad un altro, tra un cielo e un altro pezzo di esso, e tra due momenti storici differenti, prima della guerra e dopo di essa. Sono tutte cose che mi sono state raccontate dalla gente sul posto e che ho provato a trasmettere facendo il murales per circa una settimana.

 

Come si inseriscono questa/e opera/e di street art nella sua produzione?

(Diavù) Io sono più un artista da studio, dipingo da molti anni in studio, a volte anche per l’editoria e preparo le opere per le mostre. Ma l’Urban Art, intesa come andare a dipingere qualcosa su un palazzo piuttosto che su un muro in strada, fa parte della mia produzione: è lo stesso che dipingere su tela, su legno; l’unica grande differenza è l’effetto sorpresa che ricevono le persone nel vederlo senza andarlo a cercare, come trovarlo sulla home di Facebook se si è in casa, o in ufficio, mentre alla mostra devi andarci appositamente, come per un libro che devi per forza prendere in mano per vedere la copertina realizzata dall’artista. MURo lo trovi in strada, si para davanti agli occhi e a me piace l’effetto sorpresa, perché stimola comunque le persone, se apprezzano una mia opera, ad approfondire, a trovarne la motivazione, che spesso è proprio la storia delle persone o di quel luogo. Questa è una cosa che mi interessa molto, ma io non sono un’artista che interviene in strada in forme illegali perché ritengo che lo spazio urbano appartenga ad ognuno di noi. Noi siamo i cittadini della nazione proprietaria di un particolare bene, paghiamo le tasse e manteniamo lo spazio urbano che ci appartiene: basta dunque semplicemente chiedere e domandare a chi amministra la città se possiamo realizzare il nostro progetto o la nostra idea. Mi piace molto che i progetti siano condivisi il più possibile, invece che fare una cosa di nascosto, sebbene in alcuni casi rispetto le scelte di chi compie un’azione illegale perché esisteva un motivo per farla.

(Gio Pistone) Io sono una disegnatrice e opero su ogni superficie. Ultimamente mi sto dedicando molto di più al muralismo perché è un periodo mi chiedono in prevalenza questo, pur essendo anche illustratrice e pittrice; mi muovo nei festivals, purtroppo soltanto italiani per ora.

 

Come è considerato un artista di ‘street art’ oggi: un semplice writer o qualcosa di più?

(Diavù) C’è un momento di passaggio molto importante al quale stiamo assistendo oggi, perché fino a ieri questi artisti venivano presi, inseguiti e cacciati, se andavano a dipingere in strada. Questo era dovuto al fatto che spesso si confondeva, come ancora oggi alcuni fanno, con il writing, ossia lo scrivere il proprio nome (sia la tag che è la semplice scritta fatta a bomboletta o a pennarellone, sia quello che in termine tecnico è il throw up o il flop, ovvero la scritta riempita, o quella che vuole essere bella in qualche modo) in maniera  illegale (per cui si veniva perseguiti legalmente), perché i writers non stavano e non stanno tuttora attenti a come intervengono, ma c’è una competizione per scrivere il proprio nome nella città deturpata dalla pubblicità, mentre l’intento è quella di salvarla con l’apposizione della propria firma dagli intenti artistici. Questa era ed è la logica del writers o del graffitaro, se così vogliamo chiamarlo. Gli interventi in strada, che nascono dagli inizi degli anni Sessanta, anche se i primi tentativi a New York, a Detroit e a Philadelphia sono precedenti, erano necessari per un certo tipo di persone, che non avevano una preparazione culturale borghese. Molti erano afroamericani e ispanici, che sentivano forte il divario sociale, questa specie di apartheid in cui venivano tenuti, e vedevano come importante la riconquista di uno spazio pubblico, cioè a dire che le città bianche e pulite erano anche loro, e se prendevano in questo modo una parte, rendendosi anche noti perché ci si chiedeva chi fosse quella persona chiamata Blade, o Phase 2, che metteva il suo nome in evidenza. A questa generazione è subentrata quella dei figli che hanno potuto studiare, che hanno una differente formazione culturale, che volevano magari fare gli artisti e hanno utilizzato questo metodo: il primo è stato Keith Haring. Questi non era uno che andava a fare il murales, i graffiti, ma si è appropriato di quel linguaggio per realizzare delle opere grazie ad esso. Quando veniva arrestato, si portava il suo amico con la telecamera in modo che riprendesse tutto: e ciò succedeva nelle metropolitane, dopo che lui aveva scritto con gessetti e pennarelli bianchi, o quando interveniva sui manifesti neri che a New York venivano messi sopra le pubblicità scadute. Pian piano gli aspiranti artisti si sono appropriati di questo metodo, andando in strada a dipingere sia negli spazi pubblici sia in quelli privati le proprie opere che non erano più delle firme e basta, ma solo un segno di riconoscimento messo alla fine del lavoro artistico. Così è nata la ‘Street art’, diversa dalle scritte, realizzata come un’immagine figurativa. Ed ha cominciato ad incontrare il gusto del pubblico, perché realizzando gli artisti qualcosa di figurativo, essa non viene più vista come un’arte comprensibile solo da colui che ha scritto o dall’ambiente dei writers cui è legato, come una sorta di ‘tribe’, ossia una tribù. La Street art vuole piacere perché si fanno delle opere figurative. Oggi, dagli anni Ottanta in poi (qualcuno afferma essa che nasce con Bansky nel 2000, ma non è assolutamente così, perchè nasce grazie a gente come Haring), con quel grandissimo comunicatore che è Bansky, diventa una forma di comunicazione, sempre più di moda: le persone se la ritrovano su internet, sui social network, su Instagram, la condividono e mettono il ‘mi piace’, tanto che si sta diffondendo anche negli uffici e nelle case. Nei computer questo tipo di arte si vede continuamente ed è sempre più gradita, tanto da ricevere delle commissioni apposta e da creare un mercato, al punto che si organizzano festivals (in Polonia, a Londra, a Mosca), nati dall’idea degli stessi artisti. Lo stesso è accaduto non solo per il progetto MURo, da me ideato, ma si svolge in alcune città delle diverse parti del mondo, con molti partecipanti. Negli ultimi cinque anni la questione dei festival è esplosa e si vedono così sempre più muri legalizzati per accogliere simili opere, tanto che molti artisti, soprattutto coloro che per primi hanno iniziato quest’arte illegalmente e continuano a farla nello stesso modo, vivono una sorta di crisi, pensando di non essere più considerati come un tempo e che viceversa sono più famosi coloro che realizzano delle grandi murate in tutto il mondo. Alcuni artisti hanno optato quindi per fare cose più visibili e più grandi, mentre altri sono arrabbiati per come sono andate le cose negli ultimi tempi, pretendendo la distinzione tra ‘street art’, figlia più legittima del writing, e ‘urban art’, quella legata allo spazio urbano.

(Gio Pistone) La differenza sostanziale è che il writers è illegale e non vuole farsi conoscere se non in una ristretta cerchia di persone, e usa le tag per firmare le scritte con lettering; la street art è un’azione legale, legata all’abbellimento del contesto urbano e le persone che la realizzando sono prevalentemente artisti e disegnatori che si dedicano ad essa in maniera ‘megalomane’.

 

È stato difficile realizzare i suoi murales in questi quartieri?

(Diavù) No, assolutamente: è stato veramente facilissimo. Quando si lavora in strada, si diventa una specie di sportello per il cittadino, nel senso che le persone parlano con te come se fossi una persona che fa parte della municipalità locale, proprio dove realizzi le tue opere di urban art. L’artista lavorando alla sua opera in strada diventa un po’ un punto di riferimento per quanto riguarda lo stato del quartiere, tanto che le persone arrivano a segnargli il problema delle buche nei marciapiedi, la necessità di sistemare il verde pubblico… A tutti manca veramente il rapporto con l’amministrazione pubblica, e in Italia questo è un problema fortissimo delle grandi città.

(Gio Pistone) Per me è stato molto piacevole ed è meglio lavorare in quartieri come il Quadraro, che ha un alto livello di umanità nelle persone. C’è stata la curiosità da parte dei cittadini del quartiere di conoscere gli artisti –anche se eravamo stati introdotti da persone che frequentano il Quadraro, come David Vecchiato e i suoi collaboratori, che avevano già illustrato alla gente i progetti che dovevano essere fatti– e loro stessi mi hanno raccontato ciò che hanno vissuto in quel quartiere durante la guerra e come da allora sia cambiato il quartiere. Queste informazioni sono molto interessanti, e quando si lavora per la strada è bello vedere come la gente del quartiere collabori colloquiando con te.

 

Pensa che continuerà a fare murales o realizzerà altre tecniche?

(Diavù) Adesso sto lavorando ad una mostra insieme con Lucamaleonte, che inaugurerà a metà ottobre, con varie tecniche artistiche (su carta, su stencil, su legno, ecc.) che ha come tema ‘L’arca di Noe’ e parla in un certo senso anche di annegamenti e sbarchi sulle nostre coste, che oggi sono temi molto attuali e accadono ormai da tanto tempo da non poter essere ignorati; in questo racconto biblico c’è l’idea degli animali che vengono ospitati nella barca per non arrivare ad estinguersi e il mare assassino insieme al diluvio. Questo lavoro non ha niente a che fare con il murales, se non che all’interno di questa galleria d’arte nel quartiere Monti che aprirà con la nostra mostra bipersonale, faremo un murales insieme, io e Lucamaleonte: molte gallerie si stanno rendendo conto che questo tipo di arte comincia a stimolare la richiesta del pubblico, e molte persone li chiedono anche nelle proprie case. Continuerò a fare murales: ne sto progettando uno proprio per MURo, al fine di recuperare alla memoria un luogo dimenticato come le ex stalle dei colossal americani che si giravano negli anni Cinquanta a Roma, che sono state utilizzate anche per i cavalli degli ‘spaghetti western’ girati a Cinecittà. Molte storie degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta girate a Cinecittà si sono svolte al Quadraro, che non è lontano e fino agli anni Sessanta era l’unico quartiere prima degli studios, infatti la via Tuscolana e quelle ad essa parallele erano quasi in terra battuta o costruite in minima parte, senza i grandi palazzi eretti dopo. Questa grande parete che c’è al Quadraro, e di cui nessuno conosce la storia, se non le persone più anziane, era parte delle ex stalle, senza tetto, con all’interno ancora i muri di separazione degli spazi per i cavalli. Vorrei qui realizzare un’opera che ricordi tutto ciò, in maniera che, quando nel tour di MURo, le persone passeranno davanti a quel murales scopriranno che questo era il luogo di ricovero dei cavalli, visti nei film storici o negli stessi ‘spaghetti western’.

(Gio Pistone) Sono abituata a fare contemporaneamente arte in tutte le forme possibili e disponibili in quel momento. Continuo a fare murales perché questa forma artistica mi piace molto e ha un effetto diverso realizzare un disegno piccolo e nel mio studio, da quello prodotto per strada, che acquisisce un’altra valenza, anche per quanto riguarda la resa del disegno che cambia radicalmente, o entrando in contatto con persone che magari non vogliono la mia presenza e quel tipo di disegno, o non sopportano l’idea dello stesso in quel luogo. Quando effettuo un murales, cerco dunque di comunicare e di essere meno ermetica nella mia arte.

 

Qual è la differenza artistica tra i murales di MURo e le scritte di nomi sul muro?

(Diavù) La scritta sul muro, o tag che dir si voglia, è a tutti gli effetti un intervento che ha l’intenzione di deturpare la città, un modo di fare arte che appartiene al passato, perché se prima ciò serviva per affrancare gli afroamericani e gli ispanici e i bianchi volevano imitarli nel diventare rupper o writers come loro, oggi nella città, già di per sé abbandonata dai tagli economici dati dalla spending review o per altri motivi che l’amministrazione comunale si trova a fronteggiare, questo sistema non è più rivoluzionario: oggi il writers è magari un ragazzino di buona famiglia che esce da casa e va ad imbrattare un luogo (per esempio a Roma il Pigneto) perché lì si può fare. A livello teorico la scritta sul muro può avere dietro tutto un discorso sulla riappropriazione degli spazi, sulla lotta contro la pubblicità, sul fatto che la città viene amministrata soltanto dal potere politico e da quello economico, o qualsiasi altra cosa. Realizzare i murales del progetto MURo, dei quali sono il curatore, si avvicina più all’idea di una riqualificazione, anche se, come ho spiegato prima, per me è un’altra cosa, ossia un intervento artistico vero e proprio con l’intenzione di far qualcosa di culturale che racconti qualcosa o trasmetta un concetto oppure una storia, come del resto fa l’arte. La concezione è quindi diametralmente opposta alla quella della scritta sul muro: ossia intervenire su spazi che magari sono degradati, oppure abbandonati, o su mura di semplici palazzi, per concepire lì un opera d’arte.

(Gio Pistone) C’è un altro tipo di ricerca tra le scritte sui muri e i murales: il mio lavoro come artista è di tipo personale rispetto al mio pensiero e va avanti da tanti anni, invece alcuni writers realizzano scritte che possono avere valore perché belle da vedere e interessanti.

 

Come si pone di fronte alle scritte vandaliche sui monumenti?

(Diavù) Sui monumenti la scritta è una cosa ridicola e mostra la propria enorme ignoranza e non ha nessun significato, se non quello di rovinare il monumento, oltre che a fare investire soldi pubblici per poi ripulirlo; diventi nemico della gente che paga le tasse allo Stato e che deve spendere soldi per rimediare a questo tuo atto vandalico.

(Gio Pistone) Non mi piace, è una cosa che non condivido e aborro. Io non riuscirei mai a vandalizzare i monumenti, anche se non mi piacciono, perché secondo me la loro storia è molto importante per la memoria di molti episodi. Vandalizzare senza criterio i monumenti non lo trovo giusto. Le persone che realizzano un atto vandalico purtroppo sono persone non educate e senza rispetto. Io non credo nelle forme di repressione dell’individuo perché così non ci saranno più queste forme di inciviltà, ma bisognerebbe lavorare alla base con il rispetto e l’educazione data a scuola; deve nascere dalla persona stessa il rispetto dell’ambiente che appartiene a tutti.

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