martedì, Ottobre 20

Mosca, torna alla ribalta Kudrin

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A differenza di altre economie dei paesi maggiori l’andamento di quella russa, come si sa, dipende in larghissima misura dai prezzi del petrolio. Un fattore la cui quasi unicità, lungi dal presentare un vantaggio, come potrebbe sembrare a prima vista almeno per quanto riguarda previsioni e programmazione, rende queste ultime quasi proibitive a causa dell’attuale imponderabilità o addirittura imperscrutabilità del mercato dell’”oro nero”. Che è forse senza precedenti, perché dovuta, in misura rilevante benchè per nulla quantificabile, anche a molteplici fattori politici.

Ciò che accade in questi giorni è solo in parte un dejà vu nella principale erede dell’Unione Sovietica. La Russia postcomunista era già stata messa in ginocchio due volte dal deprezzamento del greggio. La prima crisi (1998), particolarmente grave, contribuì a porre fine al regime a suo modo democratico di Boris El’zin, ma si esaurì nel giro di mezzo anno e il regime più autoritario di Vladimir Putin potè ben presto fregiarsi di una crescita economica a ritmi da primato grazie essenzialmente alla stabilizzazione di lauti proventi dalla produzione petrolifera e dal suo smercio nel mondo.

La crisi successiva (2008-2009) costituì solo una breve parentesi perché il rapido risollevamento delle quotazioni del petrolio consentì una ripresa della crescita sia pure a velocità ridotta. La terza crisi, iniziata nell’autunno 2014, ha ovviamente risentito del deterioramento dei rapporti con l’Occidente culminato nelle sanzioni inflitte alla Russia da Stati Uniti e Unione europea, con la partecipazione anche di altri paesi, in seguito all’annessione russa della Crimea e allo scoppio del conflitto in Ucraina.

L’impatto delle sanzioni sull’economia russa, benchè non trascurabile, è stato tuttavia assai meno pesante del crollo dei prezzi del greggio, che ha fatto franare anche il rublo nel corso del 2015. Un crollo, peraltro, di origine mai sufficientemente chiarita e tuttora controversa. Si è parlato di complotto americano-saudita e/o di guerra commerciale di Riad contro la produzione USA da scisto ovvero di guerra sempre saudita ma piuttosto di ispirazione politico-religiosa contro l’Iran, mentre a Riad si è sempre sostenuto che le cause del fenomeno sono puramente di mercato.

Negli ultimi mesi si è assistito ad insistenti pressioni, soprattutto ma non solo russe, sul cartello dell’OPEC per indurre gli sceicchi mediorientali a ridurre o quanto meno congelare una produzione di greggio in continuo aumento con conseguenti ricadute sui prezzi. Sembrava che qualcosa si potesse finalmente ottenere, ma le speranze dei produttori più danneggiati sono rimaste deluse dall’ultima sessione dell’organizzazione, svoltasi nel Qatar a metà aprile, per volontà ancora una volta determinante dell’Arabia saudita. Il principe Muhammad, nuovo uomo forte di Riad, ha però ribadito per l’occasione che per il suo paese e i suoi alleati aumentare o ridurre la produzione è indifferente, date le enormi riserve di cui dispongono, e che la colpa del mancato accordo ricade sull’Iran restìo a sottoscrivere il congelamento. Osservatori autorevoli, d’altronde, fanno rilevare, da un lato, che la Russia continua ad incrementare ad ogni buon conto l’estrazione di greggio battendo ogni record e, dall’altro, che la recente, parziale risalita delle quotazioni dipende essenzialmente dalla già sensibile contrazione della produzione americana incapace di sostenere la concorrenza.

Per cui, ad avviso ad esempio dell’’Economist’, il futuro del mercato petrolifero sembrerebbe dipendere non dall’OPEC ma dagli USA. Ciò potrebbe anche essere vero, ma aiuta poco a sapere quale potrà essere questo futuro. I primi a non saperlo appaiono gli economisti ed esperti russi, divisi tra quanti prevedevano, come effetto del fiasco nel Qatar, una ricaduta del barile a 26-27 dollari, che però finora non c‘è stata, e un successivo ritorno a quota 45, con conseguente ulteriore prosciugamento del Fondo nazionale di riserva (così Michail Krutichin, partner di RusEnergy), e quanti invece confidano su nuovi negoziati che dovrebbero consentire il mantenimento di oscillazioni tra 35 e 60 dollari. Così, tra gli altri, l’accademico Jakov Mirkin, il quale pronostica altresì un apprezzamento compensativo del dollaro fino ad un cambio variante tra 75 e 90 rubli verso la fine dell’anno (ora è sotto 70), tale da sostenere ulteriormente i ricavi dalle esportazioni.

Mentre il pessimismo di Krutichin potrebbe trovare un primo riscontro nel peggioramento dei principali indici congiunturali all’inizio di Maggio, dopo i progressi sia dei prezzi del petrolio sia del cambio del rublo nei primi mesi dell’anno, il relativo ottimismo di Mirkin sembra rispecchiare una linea ufficiale riflessa dal bilancio federale per il 2016, impostato sulla base del barile a 50 dollari. Un ottimismo, peraltro, pur sempre realistico, se così si può dire, dal momento che per rimettere il bilancio in equilibrio il petrolio dovrebbe risalire a 82 dollari.

L’azzeramento del deficit, dunque, resta un obiettivo ancora lontano e del resto neppure perseguito dal governo nei tempi brevi e medi. Ci si accontenta, per il momento, di un disavanzo attualmente non superiore al 2,5%, che certo non sfigura al confronto con i livelli dell’Unione europea, oggi non in crisi, mediamente, come la Russia. La quale, inoltre, non è afflitta finora, malgrado tutto, neanche da un indebitamento pubblico paragonabile a quelli così mastodontici ben familiari a ovest dei suoi confini.

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