venerdì, Ottobre 18

Mosca e Kiev ai ferri corti, ma forse non irreparabilmente Le reazioni all’ultima fiammata del conflitto in Ucraina lasciano intravvedere una prevalente preoccupazione di scongiurare il peggio

0

Cos’altro potrà accadere sulla sponda nordorientale del Mar Nero e nei suoi dintorni, dopo l’incidente, chiamiamolo così, di mercoledì scorso, naturalmente lo ignoriamo tutti. Sappiamo invece che il fatto in sè è sicuramente grave se non altro perché si tratta del primo ‘confronto’ (per usare un corrente eufemismo) militare diretto, sia pure con uso solo unilaterale di armi, tra due Paesi non divisi da uno stato di guerra, benchè uno dei due sostenga con ogni mezzo i ribelli dell’altro appena al di là di un comune confine ora praticamente cancellato.

Tra Ucraina e Russia, inoltre, gli scambi di atti e gesti ostili, per non parlare delle parole, ormai si sprecano e sono in continua intensificazione. Finora però i rispettivi ambasciatori sono rimasti nelle loro sedi, il commercio bilaterale persino aumenta, e prosegue quanto meno la comune partecipazione a colloqui multilaterali, ossia insieme a rappresentanti di altri Stati, finalizzati, benchè sinora senza esiti apprezzabili, ad una soluzione pacifica di una crisi che infierisce ormai da cinque anni.

Il conflitto in corso, secondo Mosca solo tra i ribelli più o meno secessionisti del Donbass e il governo di Kiev, viene del resto spesso definito ‘anomalo’ o ‘a bassa intensità’, ma evidentemente anche da parte ucraina si sta ancora un po’ al gioco dell’avversario pur denunciando a piene lettere una vera e propria aggressione da parte russa. L’interrogativo che ora si impone è se l’incidente nel Mare di Azov, oltre a costituire una svolta, preluda ad un’ulteriore escalation dello scontro tra Kiev e Mosca ovvero alla sua trasformazione in un conflitto in piena regola.

Non è detto che ciò accada, anche se l’escalation ci sarà. A quanto pare, oggi si preferisce per lo più non formalizzare le guerre anche più aperte ed atroci, per un malinteso pudore e perché il termine suona male. Ipocrisia a parte, però, un’escalation sarebbe comunque ugualmente pericolosa e malaugurata non solo per i più diretti interessati bensì, in ultima analisi, per il mondo intero.   

Fortunatamente, non sembra tuttavia scontato, e neppure probabile, che incomba un’escalation, a giudicare dalle prime reazioni al fattaccio. Il quale, innanzitutto, non è giunto come un fulmine a ciel sereno. Anche a prescindere dal suo contesto così poco idillico, è stato infatti preceduto da preannunci da parte ucraina e moniti più o meno minacciosi da parte russa che non potevano, gli uni come gli altri, essere ascoltati distrattamente nei due Paesi al centro del contrasto e negli altri coinvolti nella crisi a più ampio raggio e comunque interessati.

Va detto altresì che almeno in questa circostanza il consueto scambio di accuse di deliberata provocazione è suonato meno rituale del solito e quindi meno irrilevante. L’avvicinarsi delle elezioni presidenziali in Ucraina, nel prossimo marzo, vede Petro Poroscenko decisamente sfavorito dai sondaggi d’opinione agli effetti di un rinnovo del suo mandato presidenziale. Il suo operato, fortemente contestato soprattutto in politica interna, lo è anche in politica estera specialmente da quanti gli rimproverano, malgrado tutto, insufficiente determinazione e durezza contro la Russia.

Non mancano in realtà neppure addebiti di segno opposto, che peraltro contribuiscono ovviamente ad indebolire la sua posizione. Appare comunque plausibile l’ipotesi che il ‘re del cioccolato’ abbia voluto compiere una mossa particolarmente avventata, come la sfida navale (o più modestamente marittima, dati i rapporti di forza) lanciata a Mosca benchè con effetti, questi sì, alquanto scontati, proprio per guadagnare consensi presso i suoi principali contestatori.

D’altronde, se Poroscenko ovviamente nega di avere cercato l’incidentenon può certo sostenere di essere stato sorpreso dalla reazione russa comunque pesante. Ma non può neppure negare che quella puntualmente scattata, e più dura del prevedibile, lo aiuti a rafforzare la propria posizione almeno sul fronte interno, rendendo quindi credibile l’accusa che gli accolla Vladimir Putin.

Il quale, dal canto suo, non poteva e non può avallare un’altra possibile motivazione della mossa avversaria: obbligare Mosca a comportarsi in modo tale da peggiorare ulteriormente l’immagine della Russia agli occhi dell’opinione pubblica e dei governi occidentali tuttora prevalentemente maldisposti nei suoi confronti. Una mossa, in altri termini, spiegabile anche con la preoccupazione di Kiev di parare la minaccia, forse ancora non scongiurata, di un’eventuale intesa tra Putin e Donald Trump, se non necessariamente a spese dell’Ucraina e del suo futuro, almeno a danno del suo attuale gruppo dirigente.

Toccherà ora al voto di fine marzo attestare l’utilità o meno, sul fronte interno, dell’invio delle tre piccole unità navali ucraine nel Mare di Azov, superando da sudovest lo stretto di Kerch, già disputato tra l’Armata rossa e la Wehrmacht nazista durante la seconda guerra mondiale. Sul fronte esterno, l’azzardo non sembra destinato a fruttare un gran che a chi l’ha inscenato, benchè le autorità russe non si siano limitate a catturare le navi dopo una sparatoria con feriti ma le abbiano sequestrate e incarcerato i membri dei loro equipaggi, rifiutandosi poi di rilasciarli e mandandoli anzi a Mosca per, si suppone, processarli dopo adeguati interrogatori. Il tutto ignorando le sollecitazioni di Kiev e di vari soggetti occidentali.

Sono infatti rimaste lettera morta, finora, anche le richieste ucraine alla NATO di rafforzare la sua presenza navale con annesse attività varie nel Mar Nero; la risposta è stata che entrambe sono già cospicue e sufficienti. Angela Merkel ha promesso di premere su Putin (e si presume che l’abbia fatto a quattr’occhi durante il vertice del G20 in Argentina) affinchè il Mare di Azov venga aperto al normale traffico commerciale ma ha escluso accresciute pressioni di tipo militare sulla Russia sostenendo che conflitti e tensioni possono essere risolti solo con negoziati.

La stessa cancelliera tedesca ha inoltre respinto la proposta di Kiev di punire Mosca per la sua nuova malefatta annullando gli accordi per il secondo gasdotto del Baltico (pur promettendo di insistere presso il Cremlino per il mantenimento di alcune vie di transito del gas russo attraverso il territorio ucraino) e in pratica anche quella di infliggerle su due piedi ulteriori sanzioni, sostenendo che Berlino non le considera fine a se stesse ma necessarie solo per difendere i legittimi diritti e interessi di uno Stato indipendente per quanto adiacente alla Russia. Aggiungendo, ad ogni buon conto, che anche il governo ucraino deve contribuire a rendere proficuo l’indispensabile dialogo con essa mostrando “sensibilità” e “ragionevolezza”.

Da parte americana il segretario di Stato Mike Pompeo ha condannato il comportamento russo e promesso assistenza anche militare all’Ucraina assicurandola che non può contare su amici più fidati degli USA. Trump, secondo copione, ha invece esitato un po’ prima di optare per la soppressione dell’appuntamento con Putin a Buenos Aires a causa di quanto accaduto, ma poi ha finito col confabulare ugualmente col “nuovo zar” benchè solo per una ventina di minuti anziché per le due ore originariamente previste.

The Donald ha comunque ribadito, mediante il solito tweet, di confidare in un vertice ‘significativo’ col suo omologo russo non appena la situazione migliorerà, ossia, ha precisato, a condizione che Mosca liberi i marinai catturati e li lasci tornare in patria. Da ricordare ad ogni buon conto che anche il più lungo colloquio previsto in occasione del G20 non avrebbe avuto il carattere di un vertice in piena regola come quello che la Casa bianca aveva proposto, da ultimo, per l’inizio del prossimo anno, e per il quale si attendeva l’assenso del Cremlino, non scontato a causa delle più recenti lamentele russe per il moltiplicarsi dei torti subiti, a suo avviso, da parte americana.

Assenso che sembra in realtà arrivato proprio adesso, sia pure in forma implicita, con quanto dichiarato da Putin ai giornalisti. Prima del colloquio breve il ‘nuovo zar’ aveva liquidato con noncuranza la disdetta di quello lungo, definendola gradita perché gli dava più tempo da dedicare ad altri interlocutori. Dopo, ossia sabato scorso, ha invece espresso rincrescimento per l’occasione mancata, reso noto che sull’incidente marittimo lui e Trump la pensano diversamente e tuttavia affermato che il dialogo al più alto livello deve continuare o riprendere su una serie di problemi “di estrema importanza per i nostri Paesi e per il mondo intero”.

Dichiarandosi fiducioso, infine, che il vertice in questione prima o poi si farà, non appena Trump se la sentirà, Putin ha concluso assicurando di esservi pronto, per quanto lo riguarda, e senza porre alcuna condizione preliminare. Si dà però il caso che tra i vari “posti caldi” sui quali urge dialogare non risultino inclusi né il Mare d’Azov, né il Mar Nero né l’Ucraina in generale. Forse perché Putin aspetta davvero le elezioni a Kiev, o per quale altro motivo, ma sempre presumendo che il sostanziale stallo della crisi ucraina non convenga dopotutto, prolungandosi indefinitamente, neppure alla Russia?

L’Occidente nel suo complesso, come si vede, non intende drammatizzare, a differenza di Poroscenko e compagni, quanto è accaduto la settimana scorsa. E quanto alla necessità di non desistere dal dialogo con Mosca in generale, a cominciare proprio dalla questione ucraina, condivide di sicuro il pensiero di Putin. Dialogo che d’altronde già prosegue in varie sedi, finora improduttivamente o a rilento fin che si voglia, ma mentre appare momentaneamente in pausa sul versante russo-americano promette in questi giorni di rianimarsi, ad esempio, nell’ambito del “quartetto di Normandia”, formato da Russia, Ucraina, Francia e Germania.

Dove, certo, il problema sul tappeto dovrà essere affrontato nella sua interezza e anzi alla sua radice, se si vorranno ottenere risultati duraturi anche solo per scongiurare il ripetersi di fiammate minacciose come quella più recente e scoraggiare tentazioni di ulteriori ricorsi alla forza, deliberati o provocati, per avere la meglio sulla controparte.

La Russia sicuramente terrà duro sul singolo punto attualmente più controverso. A torto o a ragione Mosca considera irrinunciabile la riappropriazione della Crimea, in seguito alla quale il piccolo Mare di Azov, che bagna territori russi e ucraini, si ritrova chiuso dallo stretto  di Kerch in quanto quest’ultimo è ora sotto controllo russo da entrambe le parti, per di più con l’aggiunta di un nuovissimo ponte che congiunge la Crimea alla sponda opposta da sempre russa.

E chiuso, quindi, nel senso che Mosca può rivendicare (e lo sta facendo) il diritto di consentire o vietare l’attraversamento dello stretto da parte di navi altrui esattamente come potrebbe fare la  Turchia con Bosforo e Dardanelli se non fosse vincolata da una vecchia convenzione internazionale che peraltro gioca anche a suo vantaggio. Nell’angolo opposto del Mar Nero, invece, l’Ucraina ha bisogno del libero passaggio dello stretto per mantenere traffici e comunicazioni con i suoi porti sul Mare di Azov, e in particolare quello di importanza strategica di Mariupol, mentre la Russia non glielo concede a causa del rapporto conflittuale tra i due Paesi, reso nella fattispecie tanto più incombente dalla vicinanza di Mariupol al Donbass conteso con le armi tra il governo di Kiev e i ribelli filorussi.

Una soluzione del problema locale, evidentemente, presuppone quella condizionante e ben più ardua del problema più ampio e verosimilmente concepibile solo con un riconoscimento internazionale dell’appartenenza della Crimea alla Federazione russa, la concessione dell’autonomia regionale ai filorussi del Donbass (del resto già prevista dagli accordi multilaterali di Minsk tuttora mai applicati) e la scelta per l’Ucraina e/o da parte dell’Ucraina di una collocazione internazionale che soddisfi la sua apparente vocazione filooccidentale, escludendo comunque una sua adesione all’Alleanza atlantica, e tenga il debito conto dei suoi antichi e profondi legami con la Russia.

L’unica alternativa ad un equo compromesso rimarrebbe una soluzione di forza, che nessuno dovrebbe ragionevolmente auspicare e tanto meno perseguire, mentre dietro le reazioni all’ultima fiammata della crisi sembra di poter scorgere qualche avvisaglia di orientamenti più rassicuranti. Per la cui conferma occorrerà tuttavia attendere sia l’esito del test elettorale a Kiev sia un adeguato chiarimento dei reali propositi di Trump nei confronti della Russia nonché delle loro effettive possibilità di attuazione nel quadro della politica interna americana.  

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore