lunedì, Dicembre 16

Morto al-Baghdadi, l’ISIS vive, anzi, si espande 14 Province ISIS, 14mila forse 18mila combattenti in tutto il mondo, oltre i jihadisti detenuti nel nord della Siria, 80mila: questa è l’organizzazione globale costruita dal Califfo e pronta a colpire

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Non importa scoprire quanto di verità e quanto di teatro e bugie vi sia nel racconto sulla morte di  Abu Bakr al-Baghdad nelle parole di Donald Trump (se non per avere l’ennesima conferma del ‘personaggio Trump’), quel che importa è cosa si lascia dietro il Califfo, ovvero l’ISIS oggi, l’ISIS del dopo Califfo.

Secondo gran parte degli analisti più seri, a partire dagli americani, e tra loro a partire da quelli più vicini al Pentagono, l’ISIS oggi è «un’organizzazione globale che ha continuato ad espandersi nonostante la perdita», nel marzo 2019, del Califfato, tanto che «ha aggiunto quattro nuove province al suo autoproclamato califfato tra aprile-maggio 2019: Africa centrale, Turchia, India e Pakistan». L’espansione globale dell’ISIS oggi è sufficientemente radicata, «tanto che un successore sarà probabilmente in grado di sostenere gran parte delle operazioni globali dell’ISIS». Tra le possibilità, vi è quella di «una nuova collaborazione tra ISIS e al Qaeda per lanciare attacchi in Occidente». A sostenere questo è l’Institute for the Study of War (ISW) di  Washington, uno dei maggiori e più rispettati think tank americani in materia di Difesa e politica estera.

Il 26 ottobre 2019 sarà certamente ricordato come il giorno più nero dall’ISIS, ma a parte il duro colpo in termini emotivi e simbolici, l’ISIS è ottimamente infiltrata a livello globale e essendo «un’organizzazione analoga a una rete globale di franchising»,  «probabilmente non dipendeva in modo significativo dalle attività di Baghdadi o dalla direzione strategica», non solo, la leadership dell’Isis si è dimostrata negli anni resistente, soprattutto capace di adattarsi, ovvero modificarsi per adattarsi, oltre molto capace nell’assorbire e superare le sconfitte.  Il che vuol dire che dal punto di vista operativo la dipartita» del Califfo «potrebbe non incidere o incidere pochissimo, afferma oggi Philip H. Gordon, esperto di un altro autorevole centro studi vicino al Pentagono, il  Council on Foreign Relations (CFR). Tanto che Gordon afferma chiaramente che l’operazione militare statunitense che ha eliminato il leader dello Stato islamico «è benvenuta ma non riesce a dissipare le preoccupazioni per il vuoto di sicurezza causato dalla rimozione delle truppe statunitensi dalla Siria settentrionale», giusto per precisare che non è affatto vero, come sostenuto da taluni nelle ore successive all’annuncio della morte di al-Baghdad, che tale operazione metta al sicuro Trump dalle critiche degli ambienti della Difesa americana e dal Congresso per la scelta di ritirarsi dalla Siria. Sulla stessa linea di ISW, che afferma: «La morte di Baghdadi è certamente una vittoria importante nella lotta contro il terrore jihadista, ma quella lotta è tutt’altro che finita».

Secondo l’analisi militare-strategica di ISW,  l’ISIS potrebbe anche interrompere le sue operazioni nell’immediato, ma ciò non toglie che non sarebbe necessario, il successore di Baghdadi «sarà probabilmente in grado di sostenere gran parte delle operazioni globali dell’ISIS».   Secondo altri analisti vicini al Pentagono, alcune operazioni pianificate potrebbero essere accelerate se i pianificatori dell’ISIS credessero che l’intelligence che ha agito contro al-Baghdadi potesse identificarle.
Aki Peritz, ex analista antiterrorismo della Cia, è convinto che il gruppo abbia «una strategia per portare avanti le operazioni nel prossimo decennio», sottolineando come l’ISIS è in primo luogo una ideologia, per tanto, «sradicare l’idea dello Stato Islamico si rivelerà molto più difficile di un’operazione militare e di intelligence di successo». 

Al-Baghdadi aveva fatto dell’espansione globale dell’ISIS il fulcro della sua campagna 2019. Il Califfo ha pubblicato il suo secondo e ultimo video il 29 aprile 2019, usando il video per elogiare  l’espansione globale dell’organizzazione, nell’ottica di uno Stato finale salafi-jihadista  -unico corpo politico-religioso che governava su tutte le terre musulmane-  e minimizzare le perdite in Iraq e Siria. Si è presentato come il comandante sul campo di una jihad globale, ha elogiato i devastanti attacchi all’estero, sottolineando gli attentati del Giorno di Pasqua dello Sri Lanka del 2019. 

Ora l’organizzazione globale ISIS comprende 14 province,  e ha semplificato e riorganizzato molte di queste province, potendo ora contare su 14mila forse 18mila combattenti in tutto il mondo, oltre i jihadisti detenuti nel nord della Siria (alcuni dei quali sarebbero fuggiti durante l’attacco turco ai curdi delle scorse settimane), circa 11mila, mentre altri 70.000 sarebbero in altri campi di detenzione sempre in Siria -combattenti e famiglie, compresi bambini che oggi assorbono e domani diffondono l’ideologia.

Così, prosegue ISW, «la presenza globale dell’ISIS offre punti di appoggio da cui poter metastatizzare ulteriormente, lanciare attacchi e guadagnare risorse per finanziare la sua rinascita in Iraq e Siria.
Il comitato antiterrorismo delle Nazioni Unite ha avvertito, a fine luglio 2019, che l’ISIS sta lavorando per ‘reinvestire nella capacità di dirigere e facilitare complessi attacchi internazionali”». Quattro province sono state le più attive negli attacchi all’estero, quella dell’Afghanistan si è concentrata negli attacchi contro gli Stati Uniti già nel 2016, quella della  Libia per sostenere gli attacchi in Europa nel 2017, quella in Somalia è stata collegata ad almeno un piano di attacco in Italia nel 2018, attacco sventato, infine quella nelle Filippine ha tentato di dirigere un attacco nel Regno Unito nel 2018, anche questo sventato.
Secondo ISW, le diverse province dell’ISIS starebbero incanalando risorse per riorganizzare l’ISIS in Iraq e Siria. «La conservazione anche di alcune di queste province globali renderà l’ISIS una minaccia permanente per l’Occidente». 

L’altro grande elemento di preoccupazione evidenziato dall’Institute for the Study of War, è che  la morte di al-Baghdadi «potrebbe essere una svolta nella relazione tra ISIS e al Qaeda. L’ISIS potrebbe ora essere vulnerabile a una rinnovata spinta di al Qaeda a rivendicare la leadership del movimento jihadista globale. Probabilmente Al Qaeda tenterà di sottrarre il supporto locale e reclutare all’estero dalle consociate ISIS. Ad esempio, le consociate di al Qaeda nell’Asia meridionale e in Africa hanno gareggiato duramente con l’ISIS per il supporto locale e potrebbero riscontrare un nuovo successo». Una battaglia tra le due organizzazioni jihadiste il cui effetto esterno potrebbe essere però un rafforzamento degli attacchi verso l’Occidente.

Il rischio prospettato, infatti, è una sorta di fusione jihadista
Al-Baghdadi ha sempre tenuto, da dopo il 2014, la sua organizzazione alla larga da una cooperazione con al Qaeda  -per quanto il fatto che al momento della sua morte si trovasse in area di fatto controllata da al Qaeda potrebbe anche significare che fosse lì proprio per riconsiderare con i vertici al Qaeda uno spazio di collaborazione-,  «il suo successore potrebbe essere più disposto a considerare un’unificazione, anche limitata e pragmatica». 

Un successore che non è ancora ufficialmente definito, si ritiene verrà nominato a breve, ma in queste ore circola insistentemente il nome di Abdullah Qardash (noto anche come Hajji Abdullah al-Afari), che, secondo ‘Newsweek’, sarebbe  stato nominato da al-Baghdadi in agosto a gestire alcune relazioni speciali. Poche le informazioni su Qardash, sconosciuta anche l’età, si sa solo che è un ex ufficiale militare iracheno che prestò servizio sotto Saddam Hussein, che sarebbe cresciuto  vicino al- Baghdadi, entrambi incarcerati a Bassora dalle forze statunitensi per i loro presunti legami con al-Qaeda, nel 2004. Nella prigione al-Baghdadi si mosse come un demagogo jihadista, convertendo centinaia di prigionieri alla sua dottrina del Califfato globale. La relazione tra i due risalirebbe a quel periodo.
La possibilità che l’ISIS si ‘avvicini’ o addirittura si unisca al gruppo ‘madre’ di  al-Qaeda è considerata molto realistica anche dalla Cia. La leadership dell’ISIS è costituita da ex ufficiali militari iracheni Ba’th, cioè di Saddam Hussein
C’è anche da considerare che in questi mesi al-Qaeda ha continuato espandere la sua presenza in Afghanistan in una stretta relazione con i talebani, ha rafforzato la relazione con i talebani, non ultimo al fine di ‘disturbare’ i negoziati con gli Stati Uniti, negoziati poi abbandonati dagli stessi americani.
Insomma, al-Qaeda sta vivendo la stagione ‘acquisti’, e le migliaia di combattenti ISIS potrebbero sicuramente fare molta gola.

L’avvicinamento dell’ISIS a al-Qaeda non sarebbe altro che un ritorno alla casa madre’,  la quale, per altro, ha vissuto l’uscita di scena del suo fondatore praticamente nella stessa maniera, e al-Qaeda è sopravvissuta dopo che  Osama bin Laden è stato ucciso in un raid della Marina americana del 2011. Al Qaeda in Iraq è sopravvissuta come ISIS dopo che il suo fondatore, Abu Musab al-Zarqawi, è stato ucciso in un attacco aereo americano del 2006.

All’inizio del 2006, al- Baghdadi si era collocato in al-Qaeda, guidata al tempo da Zarqawi, ucciso proprio nel giugno 2006.  Già nel 2010 al- Baghdadi  emerse per il suo dogmatismo e assunse il controllo del gruppo che alla fine sarebbe stato chiamato  Stato Islamico, gruppo il cui predecessore era Al Qaeda in Iraq (AQI). AQI era stato guidato da Abu Musab al-Zarqawi fino a alla sua morte.
Al-Baghdadi apparve presto come un problema per al-Qaeda: troppo brutale, violento e alla fine controproducente per gli obiettivi di al-Qaeda.   Al-Baghdadi, da parte sua, non aveva interesse a far rientrare l’IS sotto la più ampia guida di al-Qaeda. Così, nel febbraio 2014al-Qaeda ha tagliato i legami con al-Baghdadi. Da qui, poi, il famoso sermone con il quale di fatto presentò la sua organizzazione al mondo, più che altro all’Occidente, suo obiettivo nel mirino. Nel giugno 2014, infatti, al-Baghdadi ha fatto la sua prima apparizione pubblica pronunciando un sermone da una moschea nella città di Mosul,  dove ha affermato di provenire dalla stessa tribù del profeta Maometto e dove si è dichiarato Califfo.

Cosa ci sia da attendersi da un ISIS in combinata con al-Qaeda,  o forse addirittura fuso in al-Qaeda, lo si capirà chiaramente tra qualche mese, certo l’ISIS prospera proprio quando chi lo deve contrastare lo sottovaluta.

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