mercoledì, Agosto 21

Morsi è morto, lunga vita ai Fratelli Musulmani La Fratellanza dopo la morte del primo Presidente democraticamente eletto: potrebbe rinsaldarsi e rafforzarsi senza ambire subito al Governo

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La morte dell’ex Presidente egiziano Mohamed Morsi, avvenuta lunedì 17 giugno nel corso di una delle tante udienze, in Tribunale, probabilmente come conseguenza di una sostanziale mancanza di cure (l’ex Presidente era malato di diabete e aveva una serie di altri gravi problemi di salute) che, secondo le organizzazioni di tutela dei diritti umani, ha sfiorato la tortura, come spiega dettagliatamente un rapporto di ‘Al Jazeera’, ha riacceso i fari sui Fratelli Musulmani.
Attenzione anche da parte del Governo egiziano, tanto che, secondo alcuni osservatori, la sua morte potrebbe spingere il Governo a riconsiderare le sue politiche riguardanti la Fratellanza da una parte, e dall’altra alimentare la rivolta contro l’attuale presidenza.

C’è da considerare che la cerimonia funebre si è svolta in una moschea nella prigione di Tora, un complesso che detiene prigionieri politici, le autorità hanno rifiutato di far seppellire Morsi nel cimitero della sua famiglia, nella sua città natale, nella provincia di Sharqiya, è stato invece sepolto in un cimitero del Cairo dedicato a importanti islamisti, e durante la cerimonia funebre giornalisti e fedeli sono stati tenuti lontano dalla Polizia, il che sembra dare ragione al Presidente turco Recep Tayyip Erdogan, il quale, partecipando  alla celebrazione in memoria dell’ex Presidente, ha dichiarato: «Al Sisi continua a perseguitarlo anche da morto. Costoro hanno paura anche del cadavere del primo Presidente egiziano eletto democraticamente».

I Fratelli musulmani, dichiarati fuori legge nel 2013 dal Governo di Abdel Fattah al-Sisi, il generale che ha guidato la rimozione militare di Morsi un anno dopo che era stato eletto nel primo  voto libero che si è tenuto nel Paese, nel 2012, sarebbero vittime di una intensificata repressione ora, dopo la morte del loro Presidente.  
Secondo altri studiosi del fenomeno, l’attuale Governo non cambierà le sue politiche verso la Fratellanza perché ritiene che il gruppo appartenga al passato e sia stato sconfitto, -decine di migliaia di egiziani sono stati arrestati dal 2013, accusati di avere legami con i Fratelli Musulmani, secondo un rapporto del 2018 del Tahrir Institute for Middle East Policy– ma contestualmente non permette alcuna espressione politica da parte della Fratellanza.

La morte di Morsi, secondo alcuni osservatori locali,  potrebbe rinsaldare la Fratellanza, divisa tra coloro che volevano che Morsi tornasse al potere e coloro che pensavano che una cosa del genere fosse impossibile. «Non c’è stata una divisione formale, ma le divisioni interne sono piuttosto nette», ha affermato Shadi Hamid, senior fellow della Brookings Institution. «Direi che è una delle peggiori divisioni interne nella storia della Fratellanza», già nel 2017 era evidente. Uno studio di allora registrava come «la storia mostra che la Fratellanza spesso si divide in tempi di difficoltà e repressione», il problema è che questa volta le avversità, in termini di repressione, arresti, e morte dei membri della Fratellanza, «ha raggiunto livelli senza precedenti, superando la cosiddetta mihna (ordalia) degli anni ‘50 e ‘60».

 Il professore di scienze politiche all’Università americana del Cairo Mustafa Kamel al-Sayed, interpellato da ‘Al Monitor’ non crede che la morte di Morsi influenzerà la scena politica in Egitto, data la forte presa di una leadership attuale, «I Fratelli Musulmani sono certamente arrabbiati per quello che è successo, ma non possono fare nulla. La classe dominante ha messo piede a terra e non permetterà a nessuno di allontanarsi dalle sue politiche».

I Fratelli Musulmani -la gran parte sono in prigione o in esilio rifletteranno sul loro futuro dopo la morte di Morsi  -per molti membri dell’organizzazione era ancora il loro leader legittimo, e stavano chiedendo il suo ritorno al potere-  e potrebbe innescarsi una riflessione sugli errori di quella Presidenza conclusa nel sangue nel 2013.
Secondo ‘The Wall Street Jurnal, la Fratellanza, che ha gruppi affiliati e alleati in tutto il Medio Oriente, affronta, in questo frangente, ‘questioni esistenzialisul suo futuro nella regione. Se l’Amministrazione Trump, come ha promesso di considerare, dichiarasse il movimento un’organizzazione terroristica, ciò ostacolerebbe la sua capacità di organizzazione, anche in esilio nei Paesi che sostengono il gruppo.   Alcuni leader chiave in esilio a Londra sono propensi ad aspettare che la situazione politica si calmi prima di riprendere apertamente il loro lavoro in Egitto. Un altro gruppo, composto da membri più giovani in Turchia, -dove ieri, per altro, si sono svolte le manifestazioni più partecipate per commemorare l’ex Presidente- vuole portare avanti la rivoluzione attraverso mezzi non violenti ma subito.
Atteggiamenti che dimostrano quanto già si evidenziava negli anni scorsi da parte degli studiosi del movimento: divisioni generazionali, in particolare in Egitto e Giordania, e un crescendo della disillusione giovanile. Già dopo la caduta di Morsi «molti membri della nuova generazione della Confraternita individuavano la necessità di un nuovo approccio per perseguire ed esercitare influenza politica. Ma queste divisioni interne, ideologiche o anche solo sul modus operandi, possono persistere senza necessariamente portare alla formazione di gruppi separati. Se l’unità ha la meglio è probabile che la Fratellanza diventi più ideologicamente plurale ma meno internamente disciplinata, il che può essere problematico per qualsiasi tentativo di riorganizzazione.  
La morte di Morsi, secondo Amr Darrag, ex Ministro della Pianificazione nel Governo di Morsi, ora in esilio in Turchia, «Rinforzerà il sostegno sì, ma non solo alla Fratellanza, ma soprattutto darà fuoco al sostegno per la causa di liberarsi del regime tiranno in Egitto».

Gli esperti avvertono al-Sisi che la morte di Morsi, in un contesto di repressione politica e stagnazione economica nel Paese, potrebbe scatenare un contraccolpo. Il regime ha praticamente chiuso gli spazi politici in Egitto, l’opposizione non ha più voce, men che meno la Fratellanza, e questo potrebbe potenzialmente scatenare la violenza. Per questa eventualità, c’è anche la preoccupazione che l’Amministrazione al-Sisi possa stringere ulteriormente la presa sul potere in previsione delle proteste sulla scia della morte di Morsi.

«I Fratelli Musulmani sono stati tremendamente indeboliti e non penso che ci sia alcuna intenzione di permettere loro di tornare in vetta», ha detto Khaled Dawoud, leader di un partito di opposizione egiziano che, per altro, ha appoggiato la rimozione di Morsi.
Se, come è improbabile, la Fratellanza dovesse rientrare nella vita politica all’interno dell’Egitto, dovrebbe fare i conti con una parte dell’opinione pubblica fortemente critica nei riguardi dell’anno di Presidenza Morsi -periodo fatto anche di caos  e violenze. I critici di Morsi sostengono che la sua incapacità di gestire le fazioni rivali all’interno della società egiziana spianò la strada al colpo di Stato militare contro la sua Presidenza. Lo accusano di essere stato  incompetente, di non aver governato in modo inclusivo, alienandosi molti egiziani, compresi i suoi ex alleati.

Resta il fatto che la Fratellanza ha dimostrato, nel corso della sua travagliata storia iniziata nel 1928, di sapersi rialzare quasi sempre. Fondata in Egitto nel 1928 come movimento che chiedeva l’islamizzazione della società, la Fratellanza si è organizzata per decenni in segretezza, riuscendo attirare milioni di aderenti o anche solo simpatizzanti e sostenitori in tutto il mondo per la sua miscela di religione, assistenza sociale e attivismo politico. Il movimento ha ispirato partiti politici in molti Paesi, dalla Tunisia e alla Giordania fino al Qatar.

La repressione politica non è una novità per il gruppo, accusato, prima, del fallito tentativo di omicidio sul Presidente Gamal Abdel-Nasser nel 1954, subendo migliaia di arresti. Negli anni ‘70, poi, la presa dello Stato si è allentata, fino al punto di permettere al movimento di entrare in Parlamento. Da allora la Fratellanza ha lavorato alla scoperto, soprattutto nella società civile, e con la rivoluzione del 2011 è riuscita accedere alla Presidenza.

«Molti hanno scritto necrologi per la Confraternita nel corso dei decenni», ha detto Timothy Kaldas, analista politico del Cairo del Tahrir Institute for Middle East Policy, «alla fine si sono rivelati tutti sbagliati». Il motivo appare molto semplice: la Fratellanza, come sostiene Hamid, «non è che non è solo un’organizzazione, è un’idea, e le idee non muoiono o scompaiono facilmente».
La Fratellanza  a livello sociale e culturale può avere un seguito che resiste, quegli stessi seguaci sono consapevoli che alla prima prova di governo ha fallito, difficilmente a breve torneranno a sostenere un governo dei Fratelli Musulmani. Il che, però, potrebbe fare la fortuna del movimento, e di certo il ‘non-governo’ non significherà la morte della Fratellanza. Shadi Hamid, senior fellow della Brookings Institution.

Nell’anno di presidenza di Morsi l’Egitto ha vissuto un percorso verso «una vera transizione democratica» per quanto «imperfetta», ha sostenuto, in una conferenza di questi giorni, Shadi Hamid, del Brookings Institution. «c’era polarizzazione senza precedenti, paura, incertezza. Ma almeno gli egiziani potevano esprimersi. Stavano protestando sia a favore che contro Morsi. Le persone erano nelle strade», vi era «un senso di combattimento intellettuale a ruota libera …. c’era qualcosa di vivo nella politica egiziana». Quando si ricorda Morsi, dovremmo «riconoscere i difetti, i fallimenti e i passi falsi. Ma non dovremmo dimenticare che c’era qualcosa che stava accadendo in Egitto e qualcosa è andato perduto. E questo è qualcosa che vale la pena», da questo qualcosa la Fratellanza dovrà ripartire.

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