martedì, Ottobre 20

Moro ‘libero’ dalla ‘gabbia’ dei 55 giorni del sequestro In un libro di Raffaele Marino, il Moro di ‘prima’ dei 55 giorni

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Oggi, quarant’anni fa, le Brigate Rosse facevano trovare in via Caetani, a Roma, rannicchiato dentro il portabagagli di una Renault rossa, il corpo di Aldo Moro, ucciso, ufficialmente, nel garage di un condominio di via Montalcini, e da lì trasportato nel cuore di Roma. Simbolica, via Caetani: equidistante tra le Botteghe Oscure, sede dell’allora Partito Comunista, e piazza del Gesù, quartier generale della Democrazia Cristiana.

E’ Valerio Morucci a telefonare dove il corpo di Moro può essere trovato: la famosa telefonata trasmessa da televisioni e radio mille e mille volte, al professor Franco Tritto. Alle 12.13 di quel 9 maggio di quarant’anni fa, Tritto, allievo e amico di Moro, riceve la telefonata e la ‘notizia’ che lo strazia e che mai avrebbe voluto ricevere.

Ma chi era Franco Tritto? Perché a lui Moro affida l’ultima volontà, “cioè di comunicare alla famiglia, perché la famiglia doveva riavere il suo corpo…” (così si esprime Morucci)?

In tutti questi anni si è parlato e straparlato di Moro, della ancora oscura vicenda di cui è stato vittima; del perché e del possibile come. Nessuno che si sia preoccupato di raccontarci di Tritto, la sua figura; perché ‘lui’ e non altri.

Una vistosa lacuna, e sì che la pubblicistica attorno a questa vicenda è sterminata; con i volumi pubblicati si possono riempire scaffali e scaffali. La lacuna viene ora colmata da Raffaele Marino, che di Tritto è stato allievo, amico e confidente, e per una sorta di proprietà transitiva è diventato amico dei Moro. Il suo libro ‘Aldo Moro è vivo’ (pagg.129, 12,50 euro) arricchito dalle prefazioni di Maria Fida Moro (la figlia del leader democristiano) e di Luca, il nipote prediletto, è pubblicato da una agguerrita casa editrice, Ponte Sisto, che qualche anno fa ha pubblicato un altro libro prezioso ‘Mio nonno Aldo Moro’.   

In realtà i libri sono due: si racconta infatti di Tritto, e del suo speciale rapporto con Moro; e si racconta del Moro uomo, professore e politico ‘liberandolo’ della gabbia di quei 55 giorni che partono dal sequestro di via Fani e si concludono con il ritrovamento del corpo a via Caetani. Il Moro diprima’, insomma: che è importante capire e conoscere per poter capire e conoscere quello che accade in quei 55 giorni del sequestro, e anche ‘dopo’. Anche oggi.

In questo senso, ‘Moro è vivo’; anche se, indubitabilmente, è morto; ed è morto non solo perché lo hanno ucciso le Brigate Rosse; è morto perché non lo si è saputo/voluto, forse anche potuto salvare. Marino tratteggia la figura di Tritto, e così emerge anche Moro, lo siliberadalla Renault rossa; gli si restituisce interezza politica e umana, lo spessore che in quei 55 giorni gli è stato negato; la dignità che meritava e merita.

Vengono messi a fuoco concetti importanti che hanno ‘segnato’ il suo fare politico: la ‘strategia dell’attenzione’ (pag. 16) ma anche ‘l’adottare la pratica dell’attenzione prima dell’azione’ (pag.57); il richiamare l’attenzione a un problema di sempre: non tanto deldovesi fa politica, ma nel come’ si fa politica (pag.65) e la capacità di  vedere e pre/vedere: Moro è l’unico democristiano che presta attenzione al ’68 e si rende conto che qualcosa accade, accadrà; e cerca di capire, interpretare. Come lo stesso Tritto racconta: “Moro sapeva leggere gli eventi grazie a una innata sensibilità d’animo guidata da una sapiente pazienza che lo portava ad aspettare che i processi prendessero forma, fossero maturi. Sapeva cogliere il momento giusto senza mai forzare a situazione…” (pag.65).

Non ci sono un Moro prima del sequestro e un Moro durante il sequestro. Moro è sempre lui, e tra i pochi, in quei 55 giorni a comprenderlo, a dirlo è Leonardo Sciascia col suo attualissimo “Affaire Moro” che tante polemiche sollevò.  O meglio: tanti lo sapevano, l’avevano capito, ma si trattava di una verità indicibile, che non doveva essere riconosciuta, non poteva essere ammessa: “Bisognava far credere, i definitiva, che quelle lettere erano state estorte o scritte sotto dettatura dei sequestratori e che comunque Moro non era lucido. E pensare che proprio in quei suoi scritti erano riconoscibili in toto non solo il pensiero e l’umanità di Moro, ma anche il garbo che lo contraddistingueva rispetto al resto della classe politica dell’epoca, e, direi, rispetto al resto degli uomini” (pag.118).

  Libro per tanti versi illuminante. Scommetto che pochi sanno che è stato Moro a volere che nelle scuole venisse introdotta come materia quell’Educazione civica che poi, sciaguratamente altri ministri hanno eliminato; e ancora meno forse sanno che è stato Moro a “imporre” alla TV di stato la storica “Non è mai troppo tardi” condotta dal maestro Alberto Manzi, che consentirà a milioni di italiani analfabeti di leggere, scrivere e saper fare la loro firma.  Seppe vincere resistenze che ora fanno sorridere: “Onorevole, quel Manzi è un comunista…”. E allora? Rispose serafico Moro.   

     Il Moro che fa “scandalo” quando in occasione dello scandalo Lockheed, nei primi giorni di marzo del 1977 pronuncia il noto discorso davanti a un Parlamento in seduta comune di cui si ricorda sempre la frase: “non ci faremo processare nelle piazze”; ma che conteneva un ammonimento di cui ancora oggi non si sa far tesoro: “C’è un rischio di involuzione verso una giustizia politica”.  

  Il Moro che subisce una beffa atroce, raccontata a pagina 46: “…Per la cronaca è stato ucciso delle Brigate Rosse, è l’unica persona in favore della quale non è applicata la legge per le vittime del terrorismo. Nonostante sia stata scelta proprio la data della sua morte, il 9 maggio, per la giornata della memoria che ricorda tutte le vittime del terrorismo”.

  Il lettore avrà ora compreso certamente perché è un libro che merita.

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