sabato, Settembre 21

Morire di carcere: le tragedie dimenticate Poggioreale, bomba ad orologeria

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Lo si osservava una settimana fa: c’è un grande assente nel dibattito e nel confronto sulla crisi di governo, la situazione comatosa e drammatica in cui versa la giustizia; e in particolare le carceri, che di questa crisi rappresentano l’epifenomeno. Val la pena, allora (pena letterale) di sfogliare un corposo dossier:  ‘Morire di carcere. E’ un documento importante, perché ‘mostra’ una realtà che si tende a rimuovere: le reali condizioni del carcere, a cominciare dallo stato di difficoltà, e spesso di abbandono, in cui si trova la sanità penitenziaria.

 La parte principale del dossier è costituita da una sorta di ‘Spoon River’ tragica e dolente: le storie dei detenuti morti in carcere per suicidio, malattia, overdose, o ‘cause non accertate’. Si restituisce insomma un’identità a centinaia di detenuti, togliendoli dall’anonimato delle statistiche sugli ‘eventi critici’. Una seconda sezione del dossier raccoglie notizie e riflessioni tratte dai giornali carcerari: testimonianze di detenuti che conoscevano le persone morte, a volte degli stessi compagni di cella.

Nelle carceri italiane ci si toglie la vita con una frequenza 19 volte maggiore rispetto alle persone libere; spesso, accade negli istituti dove le condizioni di vita sono peggiori: strutture particolarmente fatiscenti, con poche attività trattamentali, con una scarsa presenza del volontariato. In alcuni casi i suicidi erano affetti da malattie invalidanti e ricoverati in Centri Clinici Penitenziari.

Tra i detenuti esiste la pratica del drogarsi inalando il gas delle bombolette per alimenti. Se un detenuto ci muore, è da considerarsi overdose involontaria o suicidio voluto? L’amministrazione lo considera sempre un atto involontario, ma non di rado si tratta di suicidio vero e proprio. I tossicodipendenti rappresentano circa il 30 per cento dei casi di suicidio ricostruiti. Si uccidono con più frequenza dadefinitivi‘ e, addirittura, in vicinanza della scarcerazione: questo può essere indicativo di particolari angosce legate al ritorno in libertà, all’impatto con l’ambiente sociale di provenienza, al rinnovato confronto con la propria condizione di dipendenza.

L’ingresso in carcere ed i giorni immediatamente seguenti sono un altro momento nel quale il rischio suicidio appare elevato, non solo per i tossicodipendenti: i detenuti per omicidio (il 2,5 per cento di tutti i detenuti, tra attesa di giudizio ed espiazione pena) rappresentano circa il 13 per cento dei casi di suicidio esaminati. Si tolgono la vita più frequentemente coloro che hanno ucciso il coniuge, parenti o amici, più raramente i responsabili di delitti maturati nell’ambito della criminalità organizzata.

Circa un terzo dei suicidi ha un’età compresa tra i 20 e i 30 anni; più di un quarto un’età compresa tra i 30 e i 40. Oltre 100 detenuti l’anno muoiono per ‘cause naturali’ nelle carceri italiane. Raramente i giornali ne danno notizia. A volte la causa della morte è l’infarto, evento difficilmente prevedibile. Altre volte sono complicazioni trascurate o curate male. Altre volte ancora la morte arriva al termine di un lungo deperimento, dovuto a malattie croniche, o a scioperi della fame.

Una storia emblematica, a proposito di sanità e assistenza penitenziaria: è quella di Giacomo Seydou Sy, figlio di Loretta Rossi Stuart, e nipote di Kim, l’attore protagonista, tra gli altri, del film ‘Romanzo criminale’. «E’ in cella ma dovrebbe stare in una struttura di cura (Rems), visto che è affetto da bipolarismo e, secondo la relazione psichiatrica, è inadatto al regime carcerario». Così non è perché i posti nelle Rems, le strutture che hanno sostituito gli ospedali psichiatrici giudiziari chiusi per legge, scarseggiano; in attesa che se ne liberi uno deve restare dietro le sbarre di Rebibbia, con il «rischio che diventi pazzo davvero».

Il racconto prosegue: «E’ arrivato al culmine, una bomba pronta ad esplodere. Se ora commette una stupidaggine si rovina la vita per sempre». Venticinquenne, il sogno di diventare campione del mondo di pugilato, la droga. «Con questo bipolarismo quando assume delle sostanze va subito fuori di testa», racconta Loretta Rossi Stuart. Due arresti nel giro di poco tempo: uno per resistenza a pubblico ufficiale, l’altro per un piccolo furto da 60 euro, compiuto in uno stato psicotico. Si spalancano così le porte del carcere. Da maggio ha finito di scontare la pena per il furto ma su di lui pende ancora un anno di Rems per infermità mentale: «E’ un internato, da tre mesi è obbligato a stare in carcere, senza le cure adeguate, perché non c’è posto nella struttura alternativa dove dovrebbe andare. La lista d’attesa è pazzesca’. Dopo la sacrosanta chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari e la svolta, indispensabile per un paese civile, verso la trasformazione in strutture più piccole dove i pazienti sono curati e non semplicemente rinchiusi (le Rems), il problema è che queste strutture sono ancora pochissime!Nel Lazio sono 3-4, 80 in tutta Italia a fronte di un fabbisogno di 120Non si può trattenere in carcere chi è stato destinato ad una struttura di cura, le Rems vanno potenziate, questo è il problema! Ma non fa audience, non attira like, non interessa nessuno, nonostante gli svariati episodi di suicidio avvenuti recentemente in carcere, erano giovani in attesa di ingresso in una struttura psichiatrica. Mio figlio è stato un mese in isolamento, da solo in una cella spoglia. Anche una persona sana va fuori di testa, figuriamoci chi ha problemi psichiatrici».

Il carcere di Poggioreale a Napoli: un caso paradigmatico. La realtà di questo (letterale) istituto di pena è raccontata dal cappellano del carcere, don Franco Esposito che paragona Poggioreale a un albero: «Un cattivo albero, da cui non possono nascere frutti buoni». E ancora: «Intendo tenere alta l’attenzione sulle condizioni gravissime in cui versa il carcere di Poggioreale: un istituto penitenziario nel quale ci sono quasi mille detenuti in più rispetto alla capienza prevista. Questo rende impossibile qualsiasi tentativo di renderlo vivibile. La presenza nostra come Chiesa o di psicologi, educatori, volontari si scontra con l’impossibilità di incidere in una realtà così sovraffollata e caotica. Una realtà indifendibile».

Aldo Di Giacomo, segretario generale del Sindacato di polizia penitenziaria, nei giorni scorsi ha dato un giudizio drastico: «A Poggioreale lo Stato ha fallito. Ora il carcere sia immediatamente chiuso e abbattuto…». Per don Esposito è una proposta da prendere in considerazione: «Il carcere di Poggioreale è una struttura solo detentiva. Non c’è un angolo di verde, non c’è spazio per la socialità. Per far fronte alla condanna inflitta all’Italia dall’Unione Europea a causa del trattamento disumano riservato ai detenuti nelle nostre carceri, qui si sono aperti i corridoi durante il giorno. Ma è un’ipocrisia: esistono ancora celle che dovrebbero ospitare tre-quattro detenuti e arrivano a ospitarne anche 12. Le altre carceri campane e italiane pure sono sovraffollate, così risulta impossibile alleggerire Poggioreale. Il risultato è una situazione ormai ingestibile».

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