venerdì, Novembre 15

Monsanto ancora nell’occhio del ciclone Il colosso controllato dalla Bayer condannato ancora una volta da un tribunale Usa

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Monsanto, il gigante agrochimico da poco acquisito dalla Bayer, è stato nuovamente condannato da un tribunale statunitense per le gravissime ripercussioni sulla salute umana provocate dal suo erbicida Roundap, o glifosato. Il processo, tenutosi a San Francisco, si è protratto per nove giorni ed ha visto la società difendersi dalle accuse mosse da Andrew Hardeman, un cittadino statunitense che aveva costantemente impiegato il glifosato nelle sue proprietà rurali nel nord della California prima di ammalarsi di cancro. La giuria è ora chiamata ad acclarare se la compagnia abbia deliberatamente occultato i rischi per la salute umana apportati dal glifosato, e stabilire l’entità dei risarcimenti alle vittime che con ogni probabilità uniranno e forze per intentare una colossale class-action.

Per Monsanto si tratta del secondo verdetto sfavorevole in appena sei mesi, che va a sommarsi a quello che ha visto l’azienda subire una condanna a versare ben 289 milioni di dollari di indennizzo – poi ridotti a 78 –  a un bidello afflitto da cancro. Nello specifico, il tribunale competente aveva anche in quel caso riconosciuto la fondatezza dell’accusa secondo cui la malattia era stata contratta a causa di un periodo di contatto prolungato del paziente con diserbanti a base di glifosato. Una volta emessa la sentenza, Monsanto è stata trascinata in tribunale da oltre 5.000 cittadini statunitensi.

Oltre a ricorrere in appello, la società si è sempre difesa annunciando, come si legge in un suo comunicato stampa, che «la decisione del tribunale non cambia il fatto che oltre 800 studi ed esami scientifici provano che il glifosato non provoca il cancro». Una tesi, quella espressa dai legali di Monsanto, che si pone in netto contrasto con le valutazioni formulate nel 2015 dall’International Research on Cancer (agenzia facente capo all’Organizzazione Mondiale della Sanità) secondo cui il glifosato aveva al di là di ogni ragionevole dubbio effetti cancerogeni sugli esseri umani.

Non stupisce pertanto che la Bayer abbia rimediato pesanti contraccolpi borsistici; sia dopo la prima che dopo la seconda sentenza di condanna, il titolo ha perso oltre il 10% del proprio valore nell’arco di poche ore. E il peggio deve ancora venire, visto e considerato che oltre 11.000 cittadini statunitensi hanno denunciato la società tirando in ballo gli effetti nocivi del glifosato, tra cui spicca l’induzione del linfoma non-Hodgkin.

Ciò che colpisce dell’affaire Monsanto è il suo straordinario tempismo. Il fatto che le sentenze di condanna siano state emesse soltanto una volta conclusa l’acquisizione della società da parte della tedesca Bayer (per qualcosa come 63 miliardi di dollari) non è sfuggito a nessuno dei più attenti osservatori internazionali, che tendono giustamente a inserire il problema nel lungo ed estenuante braccio di ferro tra Stati Uniti e Germania di cui molto superficialmente si tende ad esaltare il carattere congiunturale e non strutturale, determinato cioè dall’ascesa al potere di Donald Trump. Quest’ultimo è effettivamente intenzionato a riequilibrare i rapporti commerciali tra gli Stati Uniti e i loro partner anche a costo di assestare contro di loro colpi devastanti e scompaginare l’ordine liberoscambista in vigore ormai da decenni. Il punto è che già sotto l’amministrazione Obama si era assistito a un evidente deterioramento delle relazioni tra Washington e Berlino legato alle gigantesche eccedenze commerciali tedesche e alle continue oscillazioni della Germania verso Russia e Cina, giudicati entrambi dagli Usa come pericolosi fattori di instabilità per l’assetto internazionale fondato sull’egemonia statunitense. Il Datagate, il Dieselgate, le pesantissime multe comminate dalle autorità Usa a Deutsche Bank e l’attuale vicenda-glifosato segnano quindi un progressivo inasprimento delle tensioni bilaterali, che vede la Germania barcamenarsi nell’affannoso tentativo di contenere gli effetti dirompenti dell’aggressività statunitense.

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