martedì, Luglio 16

Monicelli, tra ironia e impegno politico La dedica di una strada a Firenze nei luoghi di ‘Amici miei’ occasione per ricordare con lo scrittore Fabrizio Borghini la figura e il pensiero vivo e attuale del Grande Maestro della commedia all’italiana

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“Molte scene del film “Amici miei” sono state girate a San Niccolò, uno dei quartieri più belli di Firenze, la mia città,  la quale ha dedicato una via meravigliosa a Mario in quello stesso quartiere proprio nel giorno del suo compleanno. Mai come ora, Mario c’è”. Mario, è Monicelli, uno dei padri della Commedia all’italiana, e sono queste le parole con cui l’ultima compagna,  Chiara Rapaccini  salutava  alcuni giorni fa, l’apposizione della targa con su scritto: Via Monicelli.  

Una piccola e semplice  cerimonia per un significativo atto d’amore, che la città di Firenze ha voluto compiere  in onore del grande regista, proprio nell’anniversario della nascita: il 16 Maggio, giorno in cui avrebbe compiuto 105 anni.  L’intitolazione di una parte della celebre piazza Demidoff al regista ‘viareggino’, era stata proposta dall’assessore alla Toponomastica Andrea Vannucciperrendere omaggio a un grande regista e allo spirito di tutti i fiorentini: un modo per ricordare, anche attraverso la toponomastica, un protagonista del cinema italiano che ha lasciato una traccia indelebile nella storia di Firenze e del Paese” . Questa strada si trova vicino al celebre Bar Necchi di via dei Renai,  luogo di ritrovo degli indimenticabili ‘Amici miei’, ricordato da un’altra targa scoperta il 4 novembre 2017, presso l’attuale Bar Negroni.  Qui, in piazza Demidoff –ricordava Chiara  Mario  ha girato le scene più esilaranti di “Amici miei”; poco più in là, a Palazzo Benci, viveva con la troupe al tempo delle riprese. In questo angolo di paradiso fiorentino attraversato dall’Arno, l’ho incontrato nel 1975. Sono felice e onorata di tornare nella mia città per una celebrazione così bella del compagno di una vita, nel giorno del suo compleanno. Oggi Mario compirebbe centocinque anni. Un grande vecchio, un regista straordinario, un uomo libero di pensiero, ironico e rivoluzionario – come lo sono i fiorentini tutti – che merita di vivere per sempre alle falde di San Niccolò, un quartiere che amava tanto. Grazie Firenze» . Parlando ancora del suo cinema, del suo carattere, del suo pensiero politico, Chiara  ha aggiunto che anche nei film più ironici, è rintracciabile un fondo di amarezza, che in  Amici   miei, è particolarmente  evidente, trattandosi – dice – di  un film sulla morte  che ha per protagoniste persone ormai al tramonto, che si prendono gioco di tutto per esorcizzarla.  Mario ha dato però al cinema italiano e internazionale anche capolavori come La “ Grande guerra” e”  I compagni”, che rivelano “ un pensiero molto forte,  il che non vuol dire che non fossero commedia all’italiana.” Ecco due temi – l’ironia, lo sberleffo, e l’impegno civile e politico –  che si prestano ad alcune curiosità e riflessioni, che vogliamo fare insieme ad un amico di Mario, il giornalista  scrittore e saggista Fabrizio Borghini, che a Monicelli  ed al suo cinema ha dedicato più di un libro.

 

A te, che lo conoscevi bene,  da quando ti laureasti con una tesi proprio su Monicelli, ti chiedo  di azzardare una risposta alla domanda: come reagirebbe oggi, vedendo quel che succede nel nostro paese,  uno spirito libero e sarcastico come Mario? Alludo alle lenzuola appese alle finestre, come segno di protesta e di sberleffo nei confronti di colui  che in alcuni social viene definito Capitan Fracassa, in particolare al lenzuolo con scritto Portatela lunga la scala….sto al quinto  piano”. Non siamo in pieno spirito monicelliano?

“Già a suo tempo Mario, vedendo la Lega di Bossi muovere il carro armato di cartone verso S.Marco, mi disse: Vedi?, La commedia è morta, superata  dall’attualità e da persone che fanno queste cose! Un riferimento si trova anche in un film che fece per la TV con protagonista Stefano Accorsi….Quelle persone le considerava macchiette.  Ora immagino avrebbe riso di meno. Avvertirebbe che oggi c’è più cattiveria in giro, e la presa per il culo non gli basterebbe più per rappresentare il tempo che stiamo vivendo. E ci metterebbe in guardia dalle trappole:  La speranza è una trappola – diceva – è una cosa infame inventata da chi comanda. Quanto agli italiani vogliono che qualcuno pensi per loro. Se va bene, bene, se va male l’impiccano a testa sotto. Giudizi secchi. Ma ormai ho più di 90 anni – diceva – e posso dire ciò che voglio, tanto in galera non mi ci mettono più….Di fronte all’imbarbarimento della lotta politica, alla perdita di umanità che si registra, sarebbe stato forse meno ironico e più concreto, sì, certo dentro un’ideale  di sinistra, socialista, democratico e unitario, l’ ha detto in varie occasioni, ma senza rincorrere utopie, Mario era anche dotato di un grande senso realistico”.

E il fenomeno ‘5 stelle’ come  l’avrebbe accolto?

“E’ chiaro che le mie sono solo elaborazioni   fantasiose del suo pensiero, ma conoscendolo penso che  lo avrebbe salutato come una sorta di “Armata Brancaleone”, lanciata alla ricerca di una missione più grande delle sue possibilità, in definitiva allo sbando.  Mario aveva una simpatia per i perdenti e gli sbandati ma ripeto, il suo spirito anarchico, ribelle, si nutriva anche di senso realistico. Mario ci manca, ci mancano la sua ironia e il suo pensiero….”

Faceva parte anche del suo gioco umoristico  definirsi ‘viareggino’ e, quindi, celando il suo  vero luogo di nascita: Roma? Quando scrivesti la sua biografia,  sapevi che non era nato a Viareggio?

Lo seppi  da Suso Cecchi D’Amico, ma quando ne chiesi conto a Mario, mi diffidò dal rivelarlo. Si definiva viareggino perché amava quello spirito libertario, disincantato,   umanitario, anarcoide che respirava fra la gente di mare. Più volte siamo stati insieme a Viareggio per tornare a respirare quel clima, dove era cresciuto.

Lo sentivi spesso?

Sì, anche pochi giorni prima  del suicidio. Gli avevo chiesto la  prefazione a “Cari amici miei”, un libro che ha avuto uno straordinario successo, ma lui mi disse: “ Vieni a  Roma sono mezzo cieco, me lo leggi e poi te la faccio. “ In quel  periodo ero troppo impegnato. Non ce la feci. Lo sentii tranquillo, non immaginavo assolutamente ciò che sarebbe accaduto. E invece, seppi poi dalla figlia che aveva preparato tutto  meticolosamente per l’uscita di scena. Suicida come suo padre Tomaso, noto giornalista e  scrittore antifascista, morto nel ’46.

Ho letto da qualche parte che  Monicelli dichiarò di aver capito il suo gesto, tagliato fuori ingiustamente dal suo lavoro, anche a guerra finita, sentiva  suo padre di non avere più niente da fare qua. E aggiungeva: La vita non è sempre degna di essere vissuta, se smette di essere vera e dignitosa non ne vale la pena.  Anche lui come suo padre, E così anche lui decise di chiudere la partita con la vita la sera del 29 novembre del 2010,  dopo che aveva speso le residue energie, alla bella età di 95 anni, nelle battaglie politiche e civili contro la deriva berlusconiana.  

“Evidentemente i mali che lo devastavano li riteneva invalidanti al punto di  convincerlo dell’inutilità della sopravvivenza. D’altra parte, Il suo impegno politico e civile non è mai venuto meno, e lo ritroviamo anche nella sua vasta filmografia. Di lui mi rimangono tanti ricordi, i nostri moltissimi  incontri, i viaggi, le visite sul set dei suoi film, le Feste dell’Unità nei vari paesi in cui lo conducevo, gli incontri culturali, le cene viareggine e nelle trattorie romane, la cittadinanza onoraria di Firenze che proposi al Sindaco Leonardo Domenici, di conferirgli. E di cui andava fiero, perché in quello spirito si riconosceva pienamente”.

Potresti  scrivere un  altro libro, tanti sono gli aneddoti e i ricordi dei momenti passati insieme al Maestro. Lo leggerei con immenso piacere.  Tornando a quello spirito umoristico, dissacratorio, graffiante ma non offensivo, noto che almeno qui è ancora vivo e film come Amici miei, di cui si sono avute tre edizioni, sono ormai un cult  e le cui ‘frasi celebri’ vengono continuamente ripetute, tipo ‘la supercazzola’ ecc .ecc. ‘. Ma quei personaggi erano proprio veri? Ed erano tutti fiorentini?

“Sì, nel mio libro ho ricostruito la genesi di quella trilogia, a partire dal primo e più celebre film che porta la data del 1975, che ha avuto una gestazione  complicata passando da Scarnicci e Tarabusi  a Pietro Germi, Leonardo Benvenuti, Pietro De Bernardi e Tullio Pinelli. Germi lo voleva ambientare  a Bologna, ma i personaggi rappresentati  erano tutti fiorentini, di cui si conoscono nomi e cognomi. Germi vi rinunziò per motivi di salute e   la regia fu affidata a Mario, che decise di ambientare il film a Firenze. Anche i luoghi in cui si snoda il film sono divenuti itinerario  per i cultori degli Amici miei, che sono ormai tutti scomparsi: l’ultimo è stato Gastone Moschin, che nel film vestiva i panni  dell’architetto Melandri, morto giorni addietro. Gli altri erano  Ugo Tognazzi ( il conte Raffaello Mascetti), Philippe Noiret (Giorgio Perozzi, giornalista), Duilio Del Prete (Guido  Necchi, il gestore del bar), Adolfo Celi (il professor Sassaroli), Bernard Blier (Nicolò Righi).Ora potranno tornare tutti insieme a fare le indimenticabili “zingarate”, tra cui la più esilarante è quello dello schiaffo alle persone affacciate al finestrino del treno in partenza da S,M.Novella. Si ride molto in quei film e come in altri del Maestro, ma  sullo sfondo c’è sempre la presenza della morte, anche ne I soliti ignoti, oltreché nel Borghese piccolo piccolo ( 1977) opera interamente drammatica estranea alle suggestioni tragicomiche degli altri suoi lavori, alcuni dei quali gli sono valsi 6 nomination  agli Oscar, due Leon d’Oro alla Mostra di Venezia ( uno per La Grande Guerra, l’altro alla carriera), 7 David Donatello, e vari altri premi internazionali ( Cannes, Berlino, San Sebastian) oltre a tantissimi riconoscimenti. Quanto al senso della sua filmografia, lui stesso ha scritto: tutti i miei  film sono percorsi da un sentimento di sconfitta, sono tutti film comici che finiscono con un fallimento dei protagonisti”.  

Per concludere, Fabrizio,  come avrebbe accolto Monicelli questa targa in un quartiere a lui  particolarmente caro, davanti al bar degli Amici miei?

“Con immenso piacere e, se in vena d’ironia,   penso gli sarebbe venuto spontaneo di aggiungere a Via Monicelli,  anche via Tognazzi, via Noiret, via Moschin, via Celi, via Montagnani, nel senso di  cacciar via anche tutti i protagonisti della saga degli Amici miei, memore di quel gesto beffardo  di un Pasquino dei nostri tempi, il quale alla targa appena inaugurata di Via Arnaldo Mussolini, aggiunse e via anche Benito!”

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