sabato, Settembre 21

Mongolia, un nano al ballo con i giganti Il piccolo Stato erede di un antico impero si destreggia quasi da pari a pari tra Cina, Russia, Stati Uniti e altri ancora. Con esiti, peraltro, che restano da riscontrare

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Può un Paese con poco più di tre milioni di abitanti aspirare al rango di superpotenza mondiale?  Sembrerebbe di no, ma c’è chi non lo esclude. Succede nel caso della Mongolia, una repubblica dell’Asia centrale spesso menzionata piuttosto come Mongolia esterna. Ne esiste infatti anche una interna, un po’ meno vasta territorialmente ma con una popolazione oltre sette volte più numerosa, ed è comunque una contigua regione della Cina.

L’unico titolo che un simile Paese, semi desertico e tra i più poveri del mondo, potrebbe vantare a sostegno delle sue aspirazioni è di carattere storico. Il gigantesco impero mongolo fondato da Genghis Khan nel Medioevo sottomise tra gli altri, per alcuni secoli, Cina e Russia: i due colossi tra i quali si trova oggi schiacciato lo Stato indipendente rinato agli inizi del Novecento e a lungo ‘satellite’ dell’Unione Sovietica in veste di ‘repubblica popolare’. 

Ripudiato una trentina d’anni fa, come la Russia, il regime ‘socialista’ che era stata la seconda ad adottare, nel 1924, quella che oggi si chiama semplicemente Mongolia ha optato per un sistema democratico e un’economia di mercato, sia pure in forme un po’ grezze compatibili con la generale arretratezza di una terra ancora popolata in gran parte da nomadi.

Di entrambe le scelte essa, o almeno la sua classe dirigente, si mostra convinta e gelosa, anche e forse soprattutto perchè agevolano il loro sforzo di allargare lo sguardo, coltivare rapporti e cercare appoggi ben al di là dell’adiacente spazio ex sovietico, a nordovest, e dell’incombente peso della Cina a sud. Un peso, questo, multiforme e oggettivamente soverchiante, che richiede di essere controbilanciato senza risparmio di impegni in ogni direzione, tanto assidui quanto spregiudicati e persino platealmente ambiziosi.

Le cronache più recenti parlano chiaro. Ai primi del mese ha fatto tappa a Ulan Bator Vladimir Putin, prima di recarsi nell’Estremo Oriente per partecipare all’annuale Forum economico internazionale di Vladivostok. Ma non è stata certo una sosta occasionale, e non solo perché il presidente russo era venuto in precedenza soltanto due volte nella capitale mongola: nel 2000, appena eletto, e nel 2014.

Insieme con il suo omologo ospitante, Khaltmaagiin Battulga, il “nuovo zar” ha firmato un Trattato permanente di amicizia e partnership strategica generale, che fa seguito ad un analogo ma meno ampio e magniloquente accordo del 2006 e al trattato di amicizia e cooperazione risalente al 1993. 

I due presidenti non hanno lesinato l’enfasi sul loro proclamato obiettivo comune: innalzare a nuovi livelli i legami bilaterali in ogni possibile campo, a cominciare naturalmente da quello economico e finanziario. Compiacendosi, in proposito, per lo sviluppo in corso degli scambi commerciali, aumentati del 21% nel 2018 e dell’11% nel primo semestre di quest’anno. 

Ciò non basta a ridimensionare i legami con la Cina, attraverso il cui territorio transita il 90% del commercio estero mongolo e nella quale viene tra l’altro rifinita industrialmente la lana cashmere che costituisce uno dei maggiori prodotti di esportazione mongoli. Il Paese è ricco di risorse naturali, dall’oro (già oggetto di una “corsa” persino paragonata a quella della California nell’800) al carbone e al rame, che fanno gola alla Russia come alla Cina. Il divario di potenziale economico avvantaggia però Pechino su Mosca, in una congiuntura che vede l’economia mongola alquanto in difficoltà.

L’amicizia e la quanto meno informale alleanza che legano oggi le due grandi capitali non impedisce loro di contendersi anche solo in modo latente, o indiretto, una prevalente influenza e un minimo di controllo su quanto resta della leggendaria Orda d’oro. E ciò anche a prescindere dal disegno attribuito più o meno attendibilmente a Putin di riunificare, naturalmente sotto la guida del Cremlino, lo spazio ex sovietico e/o ex zarista con relativi annessi e connessi.

E’ probabilmente vero, però, che l’odierno legame cino-russo poggia soprattutto sul comune interesse a combattere e se possibile abbattere l’egemonia planetaria degli Stati Uniti.  Non sorprende, perciò, che a Ulanbator ci si rivolga soprattutto a Washington, come sta infatti avvenendo, per sottrarsi alla morsa bilaterale promuovendo, per salvare l’indipendenza e al limite la sopravvivenza, una concorrenza trilaterale non si sa quanto rassicurante ma certamente più fruttuosa per chi ne è oggetto. 

E Washington, dal canto suo, non manca di ricambiare. Riesce difficile non scorgere nella visita di Putin, e nel suo esito, una risposta alla visita di Stato negli USA compiuta da Battulga un mese prima e adeguatamente preparata da quelle di John Bolton, consigliere di Donald Trump per la sicurezza nazionale, a Ulan Bator nel precedente giugno nonché e del suo omologo mongolo oltre oceano nel novembre 2018. 

La missione presidenziale è stata coronata dalla firma di una solenne Dichiarazione sulla partnership strategica tra le due parti, che proclama il loro comune impegno in favore della pace, della sicurezza e della stabilità regionali e globali, in difesa dei diritti umani e della libertà di pensiero e di parola, dell’indipendenza nazionale e integrità territoriale degli Stati e così via. 

Il tutto col puntuale corollario di una cooperazione economica già in atto ma da intensificare, in particolare con maggiori investimenti diretti americani per lo sviluppo delle piccole e medie imprese ma anche di quelle statali, con l’aiuto per la ricerca di nuovi mercati e con programmi comuni nei settori tecnologico, scientifico e persino dell’esplorazione spaziale. 

Sul piano più strettamente politico, un recente rapporto del Dipartimento americano della Difesa ha definito la Mongolia, in quanto una delle democrazie dell’area indo-pacifica, un ‘partner affidabile, efficiente e naturale’ degli USA, ricordando il suo contributo alle missioni di pace dell’ONU in Africa e alle operazioni militari americane in Afghanistan.

Un punto, quest’ultimo, certo poco gradito soprattutto a Pechino e sul quale è comunque tornato il nuovo segretario alla Difesa USA, Mark Esper, che ha compiuto proprio a Ulan Bator, pochi giorni più tardi, la sua prima visita all’estero. Ha infatti sottolineato, per l’occasione, la preziosa funzione che svolge la Mongolia offrendo condizioni ideali per l’addestramento in un clima freddo di reparti americani destinati ad operare nel Paese dell’Asia centrale più aspramente e lungamente disputato con le armi. 

L’alleanza strategica del nano centrasiatico con la superpotenza mondiale, fino a ieri unica nell’ultimo trentennio, contiene dunque già qualcosa che ha a che fare con la valenza bellica originaria dell’aggettivo. Un’alleanza, insomma, quanto meno estensibile anche al piano militare. E che d’altronde i dirigenti mongoli, non paghi di un’assidua politica di buon vicinato con Russia e Cina, non esitano a caricare di addizionale spessore definendo gli USA un ‘terzo vicino’.

C’è di che domandarsi, naturalmente, se l’abuso di alleanze strategiche non finisca con lo svuotare l’espressione del suo reale significato. Tanto più, nella fattispecie, in considerazione dell’abissale sproporzione esistente tra il contraente minuscolo e gli altri. I quali, tuttavia, stanno evidentemente al suo gioco perché lo ritengono utile non solo a livello verbale.

Gli osservatori fanno infatti rilevare, ad esempio, che mettere almeno un piede in Mongolia può servire a Washington (in procinto, forse, di disimpegnarsi davvero dall’Afghanistan), al limite, per dotarsi di una moneta di scambio da usare per dissuadere Mosca e Pechino dal mantenere più di un piede nel Venezuela, benchè assai meno vicino agli USA di quanto lo sia la Mongolia a Russia e Cina.

Quanto poi alla sproporzione, va invece rilevato che a Ulan Bator si vedono le cose in modo diverso da altre capitali e parti del mondo, o almeno si lascia crederlo. Rispondendo a varie domande dopo una conferenza tenuta il 30 luglio scorso a Washington, il presidente Battulga ha tranquillamente affermato che la Mongolia non si è mai considerata un piccolo Paese. 

E ha spiegato, ad un uditorio verosimilmente perplesso, che la forza del suo Paese poggia proprio sulla sua volontà e capacità di destreggiarsi tra le grandi potenze, sulla sua collocazione strategica nell’area Asia-Pacifico e sull’attivo contributo che esso può e vuole dare alla salvaguardia della pace, della sicurezza e della stabilità regionali.

La credibilità e le prospettive di una simile posizione e impostazione programmatica avranno ben presto modo di essere messe alla prova dai prossimi sviluppi dei rapporti tra le tre maggiori potenze direttamente interessate. 

In un contesto analogo, la Corea del nord, meno minuscola della Mongolia ma anche di meno alto lignaggio, ha già dimostrato che un tentativo analogo si può fare e qualche risultato più o meno duraturo si può forse ottenere, sia pure mediante uno stile alquanto diverso da quello mongolo.

Un settimanale britannico online, “The Week UK”, intitola un recente report sull’argomento “Mongolia: the next global power player?”, lasciando intendere di non nutrire un totale scetticismo circa la reale capacità di Ulan Bator di giocare con profitto a raggio globale. Ma che proprio questo lo stia facendo davvero, con quanto meno ammirevole coerenza, è fuori discussione. 

Durante la visita di Putin è stato commemorato l’ottantesimo anniversario di una comune vittoria militare delle forze sovietico-mongole sugli invasori giapponesi. Di una potenza straniera, cioè, che può considerarsi storicamente nemica per la Mongolia come, fra gli altri, per la Corea del nord. 

Ciò nonostante, anche con l’Impero del sol levante gli eredi dell’Orda d’oro intrattengono una partnership strategica stipulata nel 2010. E lo stesso vale per l’India (2015), oltre che, naturalmente, la Cina (2014). Se è una carta buona da giocare, Ulan Bator ne possiede già cinque e ne farà magari ulteriore incetta. Con quale profitto non effimero, si vedrà.

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