domenica, Dicembre 15

Mongolia: strategia a due assi I due assi della strategia mongola: da un lato Russia e Cina, dall'altro Giappone ed UE

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Più di un milione e mezzo di chilometri quadrati di superficie e poco più di tre milioni di abitanti. La Mongolia è, tra gli Stati dell’ex-blocco sovietico, tra quelli che presentano tutt’ora una situazione molto particolare. La maggior parte della popolazione, infatti, è concentrata nella Capitale, Ulaan Baator, e, nel resto del Paese, gli insediamenti umani sono estremamente rari e poco popolati. Questa situazione non facilita lo sviluppo economico: oltre ad avere la più bassa densità abitativa al mondo, infatti, parte della popolazione, il 30% circa, è nomade.

Se l’economia di Stato dell’epoca sovietica era riuscita, almeno in parte, a gestire l’economia del Paese, con il passaggio ad un’economia di mercato seguito al crollo dell’Unione Sovietica la situazione si è in un primo momento aggravata. Dal 1924 al 1992, infatti, la Mongolia è stata una Repubblica Popolare di stampo sovietico. All’interno del mondo socialista, le economie dei vari Stati si integravano in un sistema che aveva il suo centro a Mosca: essendo la Mongolia una delle Repubbliche Popolari più fedeli all’URSS, l’integrazione economica tra i due Paesi fu dunque molto stretta.

Un’altra conseguenza dello stretto rapporto tra Mongolia e URSS fu, d’altronde, una maggior distanza dall’altro grande vicino del Paese, la Cina: negli anni ’60, durante la Crisi Sino-Sovietica, Ulaan Baator si schierò senza esitazione al fianco di Mosca permettendo anche all’Armata Rossa di agire sul proprio territorio.

Anche andando indietro nella Storia, se si esclude la folgorante ascesa  (e l’altrettanto folgorante caduta) dell’Impero Mongolo tra la seconda metà del XII secolo e l’inizio del XIII secolo, la politica del Paese è stata sempre fortemente influenzata dai due grandi vicini, russi e cinesi.

Con la fine del blocco sovietico succeduta alla caduta del Muro di Berlino, nel 1989, la Mongolia ha iniziato un processo di integrazione nel libero mercato che, a partire dalla Costituzione Semi-presidenziale del 1992, ha portato all’introduzione del libero mercato.

L’economia del Paese si basa principalmente sullo sfruttamento e sull’esportazione delle risorse del sottosuolo, in particolar modo petrolio, carbone, rame, fosfato, molibdeno e tungsteno. Con la fine dell’era della Guerra Fredda e l’esplosione dell’economia cinese in seguito all’introduzione del ‘Socialismo di mercato’, Ulaan Baator ha intensificato sempre di più i rapporti con Pechino a discapito di quelli con Mosca: la gran parte delle esportazioni di risorse minerarie mongole, infatti, confluisce in Cina (il 79% circa). Per quanto riguarda le importazioni, però, gli equilibri sono maggiormente bilanciati: se il 31% delle importazioni sono cinesi, il 26% sono russe. Di certo, la scarsa diversificazione dell’economia mongola, quasi interamente dipendente dal settore minerario, provoca forti oscillazioni del tasso di crescita del Paese: quando il mercato minerario soffre, soffre tutta l’economia del Paese.

Superata il periodo di grande crisi derivato dalla fine dell’URSS, la Russia è recentemente tornata a giocare un ruolo internazionale di primo piano; di conseguenza, anche i rapporti con il grande vicino mongolo sono tornati a crescere. La particolare condizione della potenza russa, forte sul piano politico e militare ma non troppo sul piano economico, fa comunque sì che Ulaan Baator resti legata principalmente alla Cina. Probabilmente consapevole dell’influenza cinese in Mongolia, il Governo di Mosca ha deciso di adottare una strategia di cooperazione con Pechino: da qui nasce il progetto del cosiddetto Corridoio Cina-Mongolia-Russia che prevede, nell’ambito della strategia cinese detta One Belt, One Road (OBOR), la creazione di una vasta rete ferroviaria che colleghi i due giganti (e dunque l’Europa Orientale all’Estremo Oriente dell’Asia).

In ogni modo, è chiaro che negli ultimi anni l’economia mongola si sia legata soprattutto a Pechino, sfruttandone la poderosa crescita. In cambio delle materie prime mongole, i cinesi hanno costruito (e stanno tutt’ora costruendo) importanti infrastrutture nel Paese, proprio nell’ambito della strategia OBOR. Il rischio, per il Governo di Ulaan Baator, è che la crescita degli interessi cinesi in Mongolia si trasformi in una totale dipendenza da Pechino. In occasione di una visita del Dalai Lama in Mongolia, ad esempio, si è avuta una piccola crisi diplomatica tra i due Paesi: il Governo di Ulaan Baator, che aveva invitato il religioso per una conferenza, ha dovuto fare le proprie scusa alla Repubblica Popolare e ha garantito che in futuro una tale situazione non si ripresenterà. Questo episodio fornisce un’idea della misura in cui l’economia della Mongolia abbia bisogno degli investimenti cinesi.

Il rischio, dunque, è che il Paese si trovo schiacciato, come in passato, tra i due ingombranti vicini, a maggior ragione ora che Russia e Cina sembrano avere diversi obiettivi in comune.

Per evitare di rimanere schiacciato sul vecchio asse russo-cinese, il Governo mongolo ha cominciato a diversificare le proprie fonti di investimento. Il tentativo di attrarre nuovi investimenti è, al tempo stesso, favorito ed ostacolato dall’alto tasso di corruzione presente nel Paese: se da un lato la corruzione può sembrare un’occasione per facili guadagni, dall’altro l’incertezza sull’esito dei propri investimenti e il rischio di sanzioni internazionali possono scoraggiare gli investitori.

Un esempio è dato dalle cosiddette ‘navi di comodo‘: la Mongolia, priva di sbocchi sul mare, possiede una flotta commerciale che, seppur ancora non numerosa, è in forte espansione. Si tratta di navi battenti bandiera mongola che vengono utilizzate da armatori di Paesi terzi per abbattere i costi derivati dalla tassazione (più bassa in Mongolia) e dal rispetto delle norme di sicurezza (molto meno rigide); inoltre, il sistema delle ‘navi di comodo’ viene spesso utilizzato per aggirare sanzioni ed embarghi, come nel caso della Corea del Nord. Contro questa pratica, però, molti Governi sono corsi al riparo applicando controlli severi sulle navi battenti bandiere di questi Paesi ‘prestanome’: in tal modo, la possibilità di fare affari vantaggiosi con questo sistema viene notevolmente ridotta.

In ogni caso, negli ultimi anni, la Mongolia è riuscita ad attirare investimenti da Paesi terzi e ad aprire un nuovo asse, oltre a quello tradizionale tra Russia e Cina. Il primo Paese ad attuare una forte strategia di investimento in terra mongola è stato il Giappone. L’interesse di Tokyo, iniziato in maniera timida già negli anni ’90 del XX secolo, è aumentato proporzionalmente alla crescita cinese: in questo caso, alle ragioni economiche, si affiancano quelle politiche. I giapponesi, infatti, hanno visto gradualmente ridurre la propria grande potenza economica a vantaggio di quella cinese: l’investimento negli stessi territori in cui sta investendo Pechino, dunque, fa parte di una strategia che, tramite la concorrenza, punta a sottrarre ai cinesi zone d’interesse. In quest’ottica va vista l’adesione della Mongolia al Programma di Cooperazione Economica Regionale dell’Asia Centrale, nel quale la maggior parte dei fondi è di proprietà nipponica, o la costruzione del nuovo aeroporto internazionale a Ulaan Baator, finanziato dal Giappone con cinquecento milioni di dollari.

La strategia mongola, che apre il proprio territorio ad investimenti da parte dei due storici concorrenti, Cina e Giappone, sembra dare i propri frutti: gli investimenti provenienti da Pechino e Tokyo, infatti, sembrano integrarsi a vantaggio di Ulaan Baator.

Oltre ad avvicinarsi al Giappone, negli ultimi tempi la Mongolia sembra sempre più interessata ad attrarre investimenti provenienti dall’Unione Europea. I primi rapporti, per ora, sono passati attraverso la Germania: Berlino ha infatti raggiunto accordi con Ulaan Baator per la creazione di nuovi centri di estrazione e, soprattutto, di impianti per la produzione di energia pulita capaci di combattere il forte inquinamento che soffoca la Capitale mongola. Il rapporto instaurato con la Germania apre a ulteriori contatti con altri Paesi UE.

La strategia della Mongolia sembra quindi duplice: da un lato, non rinuncia allo storico asse che la vede dividersi tra Russia e Cina, attualmente indispensabili per la propria economia; dall’altro, per evitare di essere fagocitata dai potenti vicini, tenta di aprire un nuovo asse con Paesi con una maggiore tradizione di libero mercato, il vicino Giappone e la lontana UE.

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