sabato, Agosto 24

Moldavia: il caos continua Dopo lo stallo politico dovuto ai risultati elettorali dello scorso febbraio, la situazione in Moldavia rimane ancora molto confusa

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La Moldavia è un piccolo Stato, già parte dell’Unione Sovietica ed oggi confinante con Romania ed Ucraina. Un piccolo Stato di poco più di 3 milioni di abitanti, ma come molti, in questa parte d’Europa, con una storia sufficientemente travagliata: dapprima spartito ed occupato più volte da russi e turchi, venne definitivamente invaso dai sovietici nel corso della seconda guerra mondiale, fino al 1991, quando ottenne l’indipendenza, al crollo dell’impero di Mosca.

Condivide con altri Paesi di quest’area geografica anche il destino post implosione sovietica e nonostante le piccole dimensioni, è poco più estesa della Sicilia, si trova di fatto con una parte del territorio sottratta alla sua amministrazione: la Transnistria, una piccola regione a ridosso del fiume Nistro, nel 1990, dichiarò unilateralmente la propria indipendenza, mai riconosciuta dall’ONU, ma con una richiesta, più o meno ancora pendente, di adesione alla Federazione Russa fatta nel 2014.

Le storia e le vicende passate si intrecciano inevitabilmente con gli eventi degli ultimi anni, caratterizzati da instabilità politica, governi ballerini, Corte Costituzionale più volte chiamata in causa, ingombrante presenza di oligarchi, corruzione pervasiva anche tra le più alte cariche dello Stato ed economia stagnate. Anche le vicende degli ultimi mesi seguono il consueto canovaccio: lotta tra fazioni politiche, governi precari e questa volta anche il Presidente della Repubblica sospeso dall’incarico.

Un caos totale riconducibile al risultato delle ultime elezioni di febbraio per il rinnovo del Parlamento, con tre partiti a poca distanza l’uno dall’altro e con una maggioranza difficile da costruire: i socialisti filorussi con il 31% dei consensi, primo partito, ma impossibilitati a governare da soli, il blocco pro-europeo ACUM con il 27% e il Partito Democratico dell’oligarca Vladimir Plahotniuc con il 23%. Arrivati ai primi di giugno, senza alcuna intesa in vista, il tempo sembrava scaduto, ma i due partiti apparentemente meno affini, il blocco pro-europeo ACUM ed i socialisti filorussi, riescono a trovare un accordo ed a costituire un governo con a capo Maia Sandu, di ACUM, ex economista della Banca mondiale.

Una strana alleanza, quasi contro natura, considerando le diverse posizioni legate al futuro del Paese: nell’Unione europea per ACUM, più vicina alla Russia per i socialisti. Evidentemente, però, messe da parte posizioni ai più inconciliabili, le due forze politiche hanno trovato un punto in comune, puntando sulla voglia di estromettere dal governo e dalla politica che conta Vlad Plahotniuc, il discusso oligarca a capo del Partito Democratico, che ha lasciato il Paese pochi giorni fa e la cui candidatura a primo ministro fu rifiutata nel 2016 dall’allora Presidente Nicolae Timofti, che spiegò che il candidato non soddisfaceva i criteri richiesti, specificando che «l’integrità non avrebbe dovuto mai suscitare dubbi». Il Partito Democratico è oramai da tempo tra i principali protagonisti della vita politica moldava. Ha fatto parte della compagine governativa anche assieme al Partito Liberale dell’ex premier Vlad Filat, arrestato nel corso di una vicenda legata ad una frode bancaria che coinvolse le principali banche moldave, la Banca de Economii, la Unibank e la Banca Socială. Uno scandalo dalle dimensioni enormi, che vide le tre banche al centro di finanziamenti a società di comodo e trasferimenti illegali di fondi per un valore di quasi un miliardo di euro, più del 10% del prodotto interno lordo della Moldavia.

La decisione di formare il nuovo governo sembrava essere stata presa, da socialisti e ACUM, sul filo di lana, l’8 giugno, in tempo per evitare elezioni anticipate, ma non per l’Alta Corte, che invece dichiarava illegittimo il nuovo esecutivo e sospendeva il presidente socialista Dodon, sostituito ad interim da Pavel Filip, del partito democratico, che annunciava lo scioglimento delle camere e le elezioni politiche anticipate per il mese di settembre. Tutto da rifare quindi e la Moldavia, per qualche giorno, si è ritrovata addirittura con due governi: quello di Pavel Filip nominato nel 2016 e quello appena eletto di Maia Sandu.

La decisione della Corte Costituzionale è riconducibile ad una interpretazione restrittiva della scadenza dei termini concessi al Parlamento per formare un governo: non 3 mesi dalla data di certificazione dei risultati elettorali, ma 90 giorni da quella stessa data, con il termine ultimo quindi fatto slittare dal 9 al 7 giugno e con la nomina del nuovo Governo avvenuta, secondo la dichiarazione dell’Alta Corte, oltre i termini. La decisione della Corte Costituzionale, naturalmente, ben accetta dal Partito Democratico, che a questo punto ha sperato di tornare in gioco, ha trovato la ferma opposizione della nuova prima ministra, che invece considerava e continua a considerare il nuovo governo legittimo.

La situazione non è ancora stata definita e rimane incerta, anche se Pavel Filip sembra aver deciso di rassegnare le dimissioni, rimanendo comunque convinto della necessità di nuove elezioni politiche. Non della stessa opinione evidentemente Sandu ed i socialisti.

L’alleanza socialisti e ACUM è decisamente anomala. Se il Governo dovesse essere confermato, presumibilmente guiderà il Paese con operazioni di piccolo cabotaggio e soprattutto senza alcuna visione, ma sarebbe comunque una soluzione, anche se temporanea, per superare lo stallo politico. Certo, difficile immaginare come i socialisti, già alleati del Partito Democratico, concilieranno le proprie posizioni filorusse con l’alleanza di centro destra ACUM, nettamente a favore di vicinanza e futura integrazione europea, ma la Moldavia ha abituato oramai da tempo gli osservatori internazionali che le soluzioni meno probabili in altri luoghi sono quelle invece più plausibili a Chisinau.

In realtà il Paese avrebbe bisogno di ben altro che accozzaglie politiche indefinite: un esecutivo coeso, un indirizzo comune, un programma politico ed un’azione di governo rivolti ad una seria lotta alla corruzione ed idee molto chiare sul futuro del Paese. Se il presente rimane incerto, con queste premesse, anche il futuro purtroppo presenta più zone d’ombra che di luce.  

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