giovedì, Dicembre 12

Modi inaugura l’asse New Delhi – Tel Aviv

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La recente visita del Primo Ministro indiano Narendra Modi a Israele è stata considerata dalla gran parte degli osservatori un successo. Si è trattato della prima visita ufficiale di un Capo di Stato indiano nel Paese mediorientale, e rappresenta la fine del processo di ‘normalizzazione’ delle relazioni tra le due Nazioni.

La cerimonia di accoglienza all’areoporto Ben Gurion di Tel Aviv è stata descritta come «davvero elaborata, per standard israeliani»: Benjamin Netanyahu ha salutato Modi personalmente al suo arrivo, un cambio nell’etichetta riservato fino ad ora solo al viaggio in Israele di Donald Trump. Il Primo Ministro israeliano ha definito quello tra New Delhi e Tel Aviv un «matrimonio in paradiso». Certo è che, dopo 25 anni di cooperazione tenuta di fatto in sordina, l’intuito di Modi che ha voluto finalmente instaurare rapporti ufficialmente amichevoli tra le due potenze è stato ricompensato.

«E’ un onore essere il primo premier dell’India a partecipare questa rivoluzionaria visita a Israele», ha dichiarato Modi. «L’abbiamo aspettata per molto tempo. Abbiamo aspettato quasi 70 anni, effettivamente, perchè la Sua è davvero una visita storica», ha replicato Netanyahu.

Anche volendo ignorare il periodo della Guerra Fredda, sono 25 anni, da quando nel 1992 sono iniziate le attività diplomatiche vere e proprie tra i due Paesi, che l’India, nonostante la continua ‘corte’ da parte degli israeliani, ha continuato, almeno ufficialmente, a preferire l’amicizia del Mondo Arabo a quella di Tel Aviv. La ‘più grande democrazia del mondo’ ha certamente un passato che non aiuta: durante gli anni della Guerra Fredda, Nuova Delhi ha apertamente sostenuto l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP).

Non è infatti passata inosseravata la mancata visita di Modi a Ramallah, dove i palestinesi, che aspettavano il Primo Ministro indiano, hanno protestato davanti all’ambasciata indiana contro le continue vendite di armi tra i due Paesi. «Chiediamo al popolo indiano di supportare la nostra battaglia, di raggiungere l’obiettivo dell’autodeterminazione. Stiamo dando un chiaro segno che il nostro popolo continuerà la battaglia», afferma una delle persone in protesta fuori dall’edificio.

Segno che l’India è finalmente entrata nell’orbita di Israele? Quasi certamente sì: come si legge in un’analisi dell’Observer Research Foundation, «se le nazioni arabe, come la Giordania, riescono a mantenere i loro tradizionali legami con la Palestina, costruendo al contempo nuove relazioni con Israele, non c’è motivo per cui l’India non dovrebbe percorrere la stessa strada».

Il gigante asiatico sembra inoltre aver imparato la lezione: in anni di ‘allineamento’, il mondo arabo non ha mai effettivamente aiutato l’India in maniera rilevante, spesso, anzi, ha preferito schierarsi con lo storico rivale: il vicino Pakistan. Inutile, dunque, continuare a legarsi ottusamente a logiche ereditate dall’epoca della guerra fredda. Per un lungo periodo, la questione era considerata anche sul mero piano politico ed elettorale: schierarsi troppo apertamente dalla parte di Israele avrebbe infastidito l’elettorato musulmano indiano.

Già da tempo, comunque, l’India non sollevava in sede internazionale risoluzioni o obiezioni alle politiche di Israele. Tel Aviv, da parte sua, aveva deciso di non unirsi al coro di nazioni che denunciavano i test nucleari indiani nel Maggio del 1998. Dopo una lunga fase di tacita amicizia, i tempi sono quindi ormai maturi per un cambiamento, o, almeno, questa è stata la scommessa di Modi.

Non è un segreto, tra l’altro, che il Primo Ministro indiano nutra una sincera ammirazione per il suo ‘collega’ israeliano. Entrambi i leader rappresentano le forze conservatrici dei rispettivi Paesi. In politica estera, e in materia di sicurezza, essi sono legati dalla ‘linea dura’ che perseguono. Commentando l’episodio del cosiddetto ‘surgical strike’ del 2016, un breve scontro militare tra Pakistan e India, Modi aveva dichiarato che «sapevamo che Israele intraprendeva azioni simili, oggi la Nazione ha potuto vedere che l’Esercito Indiano non è inferiore».

Dando un’occhiata alle forze armate, Israele possiede uno degli eserciti più avanzati e meglio equipaggiati del mondo. Da parte sua, l’India aspira a una sempre più impegnativa militarizzazione: il Paese è il più grande importatore di armamenti (seguita da Cina e Arabia Saudita), e, in questo settore, il miglior cliente di Tel Aviv. Il 41% delle esportazioni israeliane è destinato all’amico indiano. L’anno scorso il volume del commercio di armi tra le due nazioni è aumentato del 117%, ammontando a 599 miliardi di dollari.

I due Paesi sono uniti anche da una lotta comune: quella al terrorismo. Le circostanze geopolitiche, infatti, costringono l’India e Israele a tenere costantemente gli occhi aperti per quanto riguarda le minacce interne, o proveniente dagli immediati vicini. Particolarmente critica è, per New Delhi, la questione del confine con il Pakistan. La porosità della frontiera rende il Paese particolarmente vulnerabile e gruppi di terroristi che possono colpire per poi ritirarsi e ottenere una sorta di tacita immunità garantita da Islamabad. Israele, tuttavia, possiede e ha venduto all’India tecnologie – radar, missili guidati, sensori di diversi tipi – in grado di rendere più semplice la sorveglianza delle aree critiche al confine.

La relazione tra i due Paesi è certamente basata sulle questioni della difesa e della sicurezza. L’India, a detta di alcuni, è in grado di usare l’amicizia con Tel Aviv per ottenere facilmente know-how e tecnologia che altri partner accetterebbero di scambiare solo al prezzo di alte concessioni politiche. Gli Stati Uniti, per esempio, sono stati impegnati in una sorta di boicottaggio per ritardare i progressi del Paese nel campo della balistica in seguito all’episodio dei test nucleari indiani del 1974.

Ora i due Paesi mirano a espandere la cooperazione verso altri campi: Israele è, per esempio, da sempre pioniere in materia di tecnologie per l’ottimizzazione delle risorse idriche nell’agricoltura. Anche la questioni della cybersecurity e dell’ingegneria aerospaziale vede i ricercatori e le aziende israeliane all’avanguardia, potenzialmente disposti a commerciare il prezioso know-how.

Insomma, il piccolo Paese ebraico e l’enorme sub-continente indiano mostrano al mondo di avere in comune più interessi e lotte di quanto non sembrassero avere fino a pochi anni fa. Modi torna a casa assicurando al suo Paese un avanzatissimo sistema antimissile ‘made in Israel’ e la creazione di un fondo comune per la ricerca tecnologica. A uscire sconfitto, in tutto questo, è il mondo arabo che vede Israele assicurarsi – ora sostanzialmente in maniera ufficiale – un enorme amico e un potenziale alleato sull’altra sponda del Medioriente.

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