giovedì, Dicembre 12

ISIS: da Stato a mafia

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L’ISIS perde terreno, perde statualità e cambia pelle anche dal punto di vista finanziario oltre che militare. Insomma, l’ISIS si reinventa. Una composita analisi di come cambia l’economia dell’oramai ex Stato Islamico, pronto a tornare essere ‘semplicemente’ ISIS, è stata condotta da Renad Mansour, analista del centro studi Chatham House.

Già dal luglio 2014, pochi giorno dopo la proclamazione -il 29 giugno, da parte di Abu Bakr Al Baghdad, della creazione dello Stato islamico dell’Iraq-  era chiara la potenza economica dell’organizzazione, e che su questa potenza economica  -derivata anche dall’accesso ai fondi della banca centrale dell’Iraq- avrebbe fatto la differenza rispetto a un qualsiasi altro banale gruppo terroristico.

Nel periodo d’oro, il business più importante era il petrolio. Il traffico degli idrocarburi, secondo gli analisti, faceva guadagnare allo Stato Islamico fino a 1,5 milioni di dollari al giorno -500 milioni di euro all’anno-, per una produzione giornaliera tra 34.000 e 40.000 barili di greggio. Il petrolio era prodotto e venduto soprattutto in Iraq e in Siria, e una parte, attraverso la Turchia, arrivava in Europa.

Oltre al traffico di petrolio, vi erano i fondi derivanti dai riscatti per la presa di ostaggi, il saccheggio e il traffico di antichità che permettevano all’ISIS di crescere, di pagare i suoi combattenti e pagare denaro alle famiglie dei jihadisti morti in combattimento. L’agricoltura era una delle altri fonti di finanziamento per il gruppo terroristico. Il cotone siriano finiva nelle maglie e camicie indossate dagli occidentali, coltivato nelle zone sotto il controllo dell’ISIS, come il petrolio, transitava dalla Turchia. Tutto ciò, oltre le donazioni, per la gran parte provenienti da ricchi donatori dell’Arabia Saudita, canalizzate attraverso il Kuwait, grazie alla facilità di riciclare il denaro in quel Paese, con un ruolo del Qatar (contro il quale proprio l’Arabia Saudita oggi punta il dito) e degli Emirati Arabi Uniti. Molti analisti si sono concentrati sull’evoluzione delle tattiche militari e della strategia che lo Stato Islamico perseguirà, ma per poter affrontare e sconfiggere il sedicente Califfato è essenziale, secondo Mansour, capire come il suo modello finanziario cambierà, ed ha già iniziato a cambiare.

Sebbene l’ideologia abbia avuto un peso fondamentale nell’incremento di potenza e influenza dell’ISIS, l’aspetto puramente economico della sua ascesa al potere non è da sottovalutare. Era il controllo del territorio l’elemento che distingueva l’organizzazione da altri gruppi terroristici ed estremisti simili – elemento chiave che permetteva un flusso finanziario sicuro e relativamente stabile nelle casse del Califfato.

Il controllo territoriale permetteva all’organizzazione di offrire una rete più o meno sicura a trafficanti di ogni tipo. Lo Stato Islamico aveva un ministro delle finanze, imponeva tariffe sulle importazioni e tasse alla popolazione nei suoi territori. Ora ISIS dipende da attori esterni per le sue attività ‘commerciali’. Ricettatori, spesso persino sciti (dunque teologicamente ‘eretici’), agiscono da anello di connessione tra il ‘bottino’ della guerra del Califfato e potenziali, a volte ignari, acquirenti. Lo ‘scambio’ avviene anche al contrario: queste persone sono pagate in contanti per aprire attività di vario tipo in città ‘perdute’ o estranee, come Baghdad. Gli introiti delle attività ‘sotto copertura’ vanno poi ad alimentare le casse dell’organizzazione, un po’ come succede con la mafia nostrana. Il Califfato è impegnato anche in attività di riciclaggio di denaro, con l’acquisto di dollari in cambio di dinari iraqeni, tramite le aste di valuta della Banca d’Iraq.

L’analisi di Mansour mette in guardia: la perdita di territori ha certamente assestato un colpo formidabile alle finanze dell’ISIS, ma con gli introiti sono anche calate le spese per coprire i costi dell’amministrazione dello ‘Stato’. La nuova ‘politica economica’ del Califfato non avrà necessariamente impatti sulla potenza degli attacchi che potrà infliggere: cambierà semmai la natura degli stessi.

Per due anni l’ISIS ha avuto introiti di 2 o 3 milioni di dollari al giorno: la riserva è ancora enorme e lo rende, nonostante tutto, il gruppo terroristico più ricco del mondo. La perdita di territorio può inoltre, a questo punto della lotta, rappresentare un vantaggio per gli islamisti. Sparito il territorio, la guerra convenzionale – quella che il Califfato non poteva illudersi di vincere nel lungo periodo – diventa inutile.

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