mercoledì, Agosto 21

Mobbing: quando il lavoro fa soffrire La storia di Caterina Ferraro Pelle per iniziare a parlare del problema

0

mobbing

Secondo i dati disponibili (e non particolarmente aggiornati, messi a disposizione dall’Ispesl -l’Istituto per la prevenzione e la sicurezza del lavoro), sono un milione e mezzo i lavoratori italiani vittime del mobbing (circa l’8% degli occupati), localizzati per il 65% al Nord, e per il 52% sono donne. Si tratta di dati da considerare parziali, in quanto tengono conto solo dei casi denunciati, mentre molti sono i casi che restano sommersi perché la vittima non denuncia, le persecuzioni psicologiche sul luogo di lavoro, affermano gli operatori, mietono un numero di vittime non censibile. Circa il 70% delle vittime lavora nella pubblica amministrazione. Nell’Unione europea le vittime sono circa 12 milioni (in testa alla classifica; Inghilterra con il 16,3%, la Svezia con il 10,2%, la Francia con il 9,9%, l’Irlanda con il 9,4%.

Eppure del mobbing se ne parla ancora molto poco, secondo gli operatori che si occupano di gestire il problema. Tra questi operatori, una vittima: Caterina Ferraro Pelle. Caterina è architetto, dipendente della Pubblica Amministrazione, e autrice del libro ‘Mobbing, storia di una donna che non si arrende’, un libro nel quale racconta la sua storia.  Caterina da vittima è diventata ‘operatrice’, infatti su Facebook si è fatta promotrice del gruppo ai auto-aiuto ‘Mobbing: contiamoci per contare’, attraverso il quale mette a disposizione delle vittime la sua esperienza e offre il suo sostegno (non solo psicologico), e svolge attività di comunicazione e divulgazione del tema.

I media si soffermano sullo stalking, ma sul mobbing si tace. Nessuna eco, nessuna morte bianca che valga l’attenzione di un cronista, uno sforzo legislativo. Il mobbing è un fatto di potere”, afferma Caterina, la quale, oggi, ci racconta la sua storia, e dal prossimo 22 aprile, ogni martedì, firmerà un servizio nel quale racconterà le altre migliaia di storie delle vittime di un certo modo di interpretare il lavoro.

 

Caterina Ferraro Pelle

“Quando nel 1982 vinsi un concorso per dirigente tecnico a Firenze, avevo appena 27 anni, ero laureata in architettura da cinque ed ero soddisfatta di me stessa. Avevo raggiunto un traguardo notevole in giovane età, dopo un brillante percorso scolastico e universitario. Vicende personali legate a un matrimonio fallito sul nascere mi portarono a stabilirmi definitivamente a Roma nel 1987.
Ero convinta che anche nella capitale, città per me familiare visto che ci è nata mia madre e ci vivevano nonni e zii, sarei stata apprezzata; fantasticavo sulle possibilità che si sarebbero aperte nella mia carriera. E così fu, almeno per i primi tempi.
Conobbi poi l’uomo giusto e da coppia diventammo famiglia con l’arrivo di due figli nell’arco di circa tre anni.
Come accade a molte donne, rientrando in ufficio dopo la pausa cui ero stata costretta dalle due gravidanze, entrambe difficili, non trovai più la scrivania, occupata da altri. Dovevo essere ricollocata, ripartire da zero.
Chiesi, allora, di restare nelle vicinanze della mia abitazione perché ancora allattavo il mio secondogenito, e invece fui spedita a ventidue chilometri di distanza.
Mi resi conto di essere in una situazione di estrema emarginazione, relegata a un ruolo di subalternità che nulla aveva a che fare con la mia qualificazione professionale, ma mi sembrò quasi normale, come dovessi pagare uno scotto per la colpa di essermi assentata per un periodo prolungato. Non era così.
Cominciava il mobbing, ma non ero consapevole.

La diffidenza crescente  dei vertici nei miei confronti culminò in un assurdo provvedimento di declassamento nella carriera notificatomi improvvisamente l’otto marzo del 2002.
La contestazione contenuta nel provvedimento faceva riferimento a miei presunti lati caratteriali considerati negativi e non già a violazioni di doveri d’ufficio. Insomma, ero accusata di essere psicologicamente instabile!
Riflettei molto sul perché di una tale punizione, senza riuscire a trovare spiegazioni, se non quella di aver involontariamente, compiendo il mio dovere, pestato i piedi a qualcuno che doveva avermela giurata. Mi chiusi in me stessa, piansi per settimane intere, cercando di nascondere ai bambini il mio stato d’animo. Ma i piccoli sono come spugne, mi osservavano, capivano, soffrivano con me a modo loro.

Nel 2003 il Tribunale del Lavoro, al quale mi rivolsi, mi riabilitò completamente, ma non altrettanto successe nell’amministrazione, e, all’indomani della sottoscrizione di un atto transattivo non oneroso che firmai disobbedendo agli  avvocati persuasa che la questione si sarebbe chiusa lì, mi vidi confinata addirittura in un ripostiglio seminterrato, privo di luce e rumoroso, come documenta questo video.

Ero diventata un bersaglio: fui trasferita da un ufficio all’altro, demansionata, spesso umiliata e maltrattata. Assistevo all’avanzamento nella carriera di molti miei colleghi, mentre a me toccava svolgere o incarichi difficilissimi, tra i quali lo sgombero di alcuni tratti di litorale occupati abusivamente, o restare a lungo in attesa di assegnazione a un qualche ufficio, senza avere nulla da fare, senza una sedia, un computer, né una scrivania.

Mi fu negata perfino l’indennità dirigenziale proprio mentre a molti consulenti esterni, assunti con contratto a tempo determinato, si pagavano i famosi stipendi d’oro.

Da maggio 2012, dopo mille insistenze, peripezie e vessazioni, ho finalmente recuperato le funzioni dirigenziali, ma le vicende incredibili che mi hanno visto protagonista hanno radicalmente cambiato la mia vita professionale, e non solo quella.

Quasi subito dopo il provvedimento disciplinare, mi accorsi che i colleghi cominciavano a prendere le distanze da me, come fossi una persona da evitare. Poi toccò ai conoscenti e agli amici. Notai che molti accettavano gli inviti a casa mia senza ricambiarli. I bambini furono entrambi un po’ isolati dai loro compagni. Le persone che eravamo abituate a vedere, a incontrare, a frequentare in breve sparirono. La chiusura si fece totale.

Rifiutavo la condizione oggettiva di isolamento nella quale ero precipitata, eppure non potevo far nulla per recuperare lo stile di vita precedente.

Ero in gravi difficoltà, anche economiche.

Stavo male, lo stomaco sottosopra, il peso giù di colpo, il cuore imbizzarrito. Ero sottoposta a continui controlli medici e costretta ad assumere farmaci.

Gli screzi con il mio compagno erano all’ordine del giorno, c’era tensione e sfiducia. Il letto e il sesso, come il cibo e le distrazioni, la cura di me e del mio look, come le chiacchierate al telefono o le visite ai parenti, purtroppo non facevano più parte della mia giornata, che trascorrevo comportandomi in modo automatico, obbedendo a fatica al dovere.

Niente mi interessava più, ero concentrata sul pensiero ossessivo di non farcela, la depressione aumentava, i disturbi pure: palpitazioni, ansie fobiche, insonnia, dispnea mi gettavano nell’apatia.

L’idea del futuro non trovava (e non trova, tuttora) più spazio nei miei pensieri, perché il futuro si accorcia e quello lavorativo, adesso che ho cinquantanove anni, praticamente non esiste più.

Tutte le mie ambizioni, tutti i miei sforzi, tutta la mia motivazione sono perduti per sempre, perché in realtà è me stessa che ho perduto. Dai miei amici di infanzia, che incontro di rado quando capita che vada nella mia città natale, in Calabria, sento dire la stessa cosa: “Non sorridi, non sei più tu”. Hanno ragione.

Ho scritto un libro –‘Mobbing: storia di una donna che non si arrende’- sulla mia storia, la casa editrice (Memori) è diventata in un certo senso la mia seconda casa, ho avuto dagli editori finalmente solidarietà, amicizia, comprensione.

Nel 2010, quando il libro è stato diffuso, ho aperto su Facebook il gruppoMobbing: contiamoci per contare’. Siamo circa centossesanta, per scelta il gruppo è chiuso, si entra solo dopo aver fatto richiesta e dimostrato di non essere spinti solo da curiosità. Tra noi un paio di psicologi, alcuni avvocati ed altri esperti. Abbiamo stretto legami forti, siamo vicini uno all’altro, siamo intervenuti verso chi aveva più bisogno anche con un sostegno economico raccogliendo quel che potevamo. Ho abbracciato molti dei componenti del gruppo, io che ne ho passato di cotte e di crude, io che sono di nuovo in Tribunale a chiedere giustizia, io con tutta la mia fragilità e insieme la mia tenacia, sono diventata un punto di riferimento per chi patisce il mobbing. Di questo vado fiera. Molti vivono disperatamente, tanti pensano al suicidio, alcuni ci hanno anche provato a morire.

I media si soffermano sullo stalking, che, come il bullismo o la pedofilia, è un reato orrendo, eppure sul mobbing si tace. Nessuna eco, nessuna morte bianca che valga l’attenzione di un cronista, uno sforzo legislativo. Il mobbing è un fatto di potere. È un fenomeno che, di solito, discende dalla proposito di estromettere dal gruppo chi rappresenta una voce fuori dal coro, chi non ha intenzione di sottomettersi a una volontà superiore passivamente, senza obiettare neppure quando si assista a violazioni di norme, il che, nell’Italia del nostro tempo, sembra essere un’abitudine fin troppo comune.

Dal prossimo 22 aprile, ogni martedì, proverò a raccontarvi una storia di mobbing, per tentare di avviare l’inversione di rotta, mettere fine al silenzio”

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore