sabato, Agosto 8

Missioni militari all’estero: un’eccellenza tutta italiana Capacità di ‘mediazione’, empatia con la popolazione sono i tratti che costruiscono la forza tricolore nei diversi teatri. Ne parliamo con il Generale Luciano Piacentini

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E’ stata votata e approvata oggi in Parlamento la relazione delle Commissioni Affari esteri e Difesa sulla deliberazione del Consiglio dei ministri in merito alla partecipazione dell’Italia a nuove missioni internazionali (Doc. CCL, n. 3), oltre alla relazione analitica delle missioni internazionali svolte nel 2017, anche ai fini della loro prosecuzione (Doc. CCL-bis, n. 1).

Oltre alle consuete missioni in Afghanistan, Libano, Balcani, Somalia, oltre all’appoggio alle missioni Nato in Lettonia e Turchia, Roma ha deciso di concentrare i propri ulteriori sforzi militari e di cooperazione nell’Africa settentrionale e nel Sahel.  Sono state deliberate, così, tra il resto, tre nuove operazioni: in Niger, in Tunisia e un rafforzamento di quella in Libia.

L’Italia si concentra in modo particolare sul così detto Mediterraneo allargato, ovvero su quella parte del continente africano ritenuta di grande rilevanza strategica per la sicurezza nazionale. Una scelta volta al controllo dei flussi migratori, alla lotta al traffico degli esseri umani, che evidenzia come le preoccupazioni italiane siano legate particolarmente al filo conduttore che attraversa queste tre diverse realtà : il terrorismo jihadista. Per l’Italia, si legge nel documento del Governo, «c’è un rinnovato interesse alla fascia saheliana, la cui importanza geostrategica risiede nella collocazione di ponte fra l’Africa subsahariana e l’Europa, anche in un’ottica di flussi migratori e di traffici illeciti a questi connessi» . In Africa subsahariana «permane una fascia di instabilità che attraversa il Continente, dalla Mauritania al Corno d’Africa».

Il Governo per le nuove missioni ha previsto un budget superiore rispetto a quello del 2017, infatti, si passerà da 1.427 a 1.505 milioni di euro. 400 militari saranno impegnati in Libia (consistenza media annuale di 375 unità) per sostegno a carattere umanitario, assistenza e supporto sanitario, addestramento delle forze di sicurezza libiche, supporto alla Guardia costiera libica, ricognizioni in territorio libico, ripristino delle infrastrutture funzionali alla capacita’ libica di controllo del territorio. Verranno utilizzati 130 mezzi terrestri, oltre a mezzi navali e aerei nell’ambito dell’operazione ‘Mare sicuro’. Nel periodo 1 gennaio – 30 settembre 2018 questa missione potenziata costerà 34,98 milioni di euro.

470 militari andranno in Niger (consistenza media annuale di 256 unità)  per fornire supporto alla Repubblica nigerina, nell’ambito di uno sforzo congiunto europeo e statunitense per la stabilizzazione dell’area. Sarà potenziata l’attività di sorveglianza delle frontiere e del territorio e di sviluppo della componente aerea del Niger. L’area geografica di intervento sarà quella di Niger, Mauritania, Nigeria e Benin.

Il porto di Cotonou in Benin sarà usato come principale porto di imbarco e sbarco con linee di comunicazione che potranno attraversare Nigeria e Benin. Verranno utilizzati 130 mezzi terrestri e 2 mezzi aerei. E’ prevista una spesa di 30 milioni di euro per il periodo 1 gennaio – 30 settembre 2018.

60 militari saranno inviati in  missione Nato in Tunisia, per lo sviluppo di capacita’ interforze delle Forze Armate tunisine. Verrà sviluppata e rafforzata la capacità di pianificazione e condotta di operazioni interforze, in particolare nelle attività di controllo delle frontiere e di lotta al terrorismo. Stanziati 4,91 milioni per il periodo 1 gennaio – 30 settembre 2018.

La Difesa italiana si è distinta a lungo nei teatri internazionali per la sua forza, la sua preparazione e la capacità di ‘mediazione’. Ma chi è oggi, nel 2018, il militare italiano? E come si prepara ad affrontare le nuove missioni? Ne parliamo con il Generale Luciano Piacentini, ex-Comandante di Unità Incursori nel grado di Tenente e Capitano, ex-Capo di Stato Maggiore della Brigata Paracadutisti ‘Folgore’.

 

Quali sono i punti di eccellenza delle missioni militari italiane all’estero?

Noi abbiamo delle eccellenze nostre, soprattutto nei teatri dove andiamo. Questo è dovuto in particolare al nostro tipo di cultura, al tipo di attività che intraprendiamo in quel Paese. Tutto inizia dal tipo di rapporto che si ha con la popolazione, qualunque sia il teatro. Il nostro rapporto è sempre un rapporto empatico nei riguardi della popolazione, perché questo è il nostro tipo di cultura. I contingenti che vanno fuori cercano di acquisire, e lo ottengono, il consenso della popolazione per la nostra presenza lì dove siamo. A differenza di altri, non ci comportiamo come quelli che vogliono imporre la propria presenza o il proprio potere. Quindi, questo è sicuramente un nostro punto di eccellenza. Nei vari tipi di missione, che vanno da quelle  di Peace-keeping, o quelle di istruzione con il nostro personale per l’unità delle forze armate locali, noi ci contraddistinguiamo proprio per questo tipo di rapporto che instauriamo con loro, senza che ci sia alcuna asimmetria e indipendentemente dalla cultura. In due mila anni di storia noi italiani siamo sempre stati un Paese occupato da Paesi stranieri, per cui siamo abituati ad avere questo tipo di empatia e questa ci è rimasta nel DNA ed è un nostro punto di forza e quindi di eccellenza.

Nel corso degli anni quali sono le competenze che la Difesa italiana ha acquisito distinguendosi nei teatri internazionali?

Se non avessimo avuto determinate competenze il Parlamento non ci avrebbe mandato a fare questo tipo di attività. Sicuramente le nostre unità hanno una preparazione, ma a questa preparazione si è aggiunta l’esperienza e tutto un’insieme di ‘lezioni’ apprese che hanno ancora di più perfezionato e migliorato la preparazione e i rapporti con quei Paesi dove siamo stati. Tant’è vero che rispetto agli altri siamo tra i Paesi che sono un pò più presenti nei vari teatri. Tutto dipende dal fine della missione, vale a dire andranno in Niger? Da quello che si dice in Niger andranno a fare gli istruttori ad una parte dei nigerini che dovranno affrontare i problemi della loro difesa. Sono andati a fare gli istruttori del Kurdistan ai curdi per esempio, agli iracheni, lo hanno fatto in Afganistan. Contribuiscono all’istruzione e alla formazione dei militari. L’altra competenza è quella di concorrere alla difesa di determinate postazioni. Queste sono le competenze che nascono ovviamente da un addestramento. Dipende da caso a caso, da teatro a teatro. Non si può parlare di competenze in generale. Forniscono aiuto e supporto alla popolazione, curano anche la parte sanitaria, tutto ciò che occorre per il benessere della popolazione. In più, c’è la componente militare vera e propria, per cui nel caso di posti che sono a rischio, loro si mettono a difesa e non sono i primi ad attaccare. Tutto questo fa parte delle regole di ingaggio, ovvero quelle che determinano come si devono comportare al verificarsi di certe situazioni.

Chi è nel 2018 il militare italiano, per cosa si distingue?

Il militare italiano, a fronte di una sua preparazione che ha acquisito nel tempo in patria, alla quale ha aggiunto queste esperienze sia come militare che è andato in teatro, sia per i comandi che ci sono stati, è in una posizione particolare, vorrei dire di eccellenza, se non di eccellenza sicuramente al pari con gli altri proprio per questo tipo di rapporto che riesce ad instaurare nel Paesi dove viene chiamato ad operare. Nello stesso tempo il militare italiano è anche quello che una volta che è presente cerca di attuare una mediazione, un raggiungimento della fine del conflitto. Questo lo si può fare solamente acquisendo il consenso della popolazione o dei governi nei vari teatri. Anche perché nel nostro Paese non c’è un passato colonialista, se non per qualche eccezion. Per cui noi abbiamo una mentalità volta proprio ad aiutare quelle popolazioni.

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