sabato, Dicembre 14

Miniere: ricchezza e maledizione nel Venezuela Stato fallito Nuove banconote per rispondere all'iperinflazione mentre la ricchezza delle miniere resta ingovernata nelle mani delle bande armate colombiane e non solo

0

Da oggi in Venezuela saranno messe in circolazione nuove banconote da 10.000, 20.000 e 50.000 bolívar; è la seconda revisione in un anno. La causa è l’iperinflazione -l’inflazione a maggio ha raggiunto l’815.000%-  che ha eroso gli effetti della revisione monetaria di agosto 2018, anche allora volta a migliorare la disponibilità di contante, per «rendere il sistema di pagamento più efficiente e facilitare le transazioni commerciali», come recita il comunicato della banca centrale, per quanto in Venezuela da tempo le banconote in circolazione scarseggino.

E’ l’ennesimo segnale della terribile crisi che colpisce il Paese, che ormai, nella indisponibilità della sua principale ricchezza, il petrolio, si regge solo grazie al fatto che è puntellato da Cina e Russia  -a inizio settimana è arrivato a Caracas il quarto carico di materiale medicale dalla Cina, mentre ieri il Ministro degli Esteri ha informato che presto il Presidente Nicolas Maduro si recherà in Russia «per firmare nuovi accordi a beneficio del popolo» .

Una delle ricchezze meno conosciute del Venezuela è quella mineraria, il Paese, infatti -le analisi sono sostanzialmente concordi- possiede una delle riserve più importanti al mondo di oro e  coltan -per quanto, probabilmente, non nelle dimensioni sbandierate dal Presidente Maduro. Una ricchezza che, però, come è stato per il petrolio, il Governo non riesce a gestire a beneficio del Paese intero e per tanto è in mano ai cartelli criminali.

Crisis Group, il think tank che si occupa di prevenzione dei conflitti in tutto il mondo, con  Bram Ebus, è tornato a dare un’occhiata su cosa succede, nel mezzo della grande guerra per procura che si sta consumando in Venezuela, nell’arco minerario del Sud del Venezuela.

Il 26 febbraio 2016, il Presidente Nicolás Maduro aveva emanato una nuova legislazione quadro del settore minerario, in tale intervento era compresa la creazione dell’‘Orinoco Mining Arc’,  descritto come «un piano strategico complesso e ambizioso per attirare investimenti», area di 112.000 kmq.
In un piano di sviluppo pubblicato di recente, il Venezuela ha fissato l’obiettivo di produrre più di 80 mila kili d’oro all’anno, entro il 2025. Maduro stima investimenti per oltre 7 miliardi di euro per il piano minerario nazionale 2019-2025, che presumibilmente porterà introiti per oltre 30 miliardi di euro. Ma Maduro, nel 2016, aveva annunciato 5,5 miliardi di dollari di offerte minerarie. Offerte che, per quanto noto, non si sono mai concretizzate, non ultimo causa la crisi. Investimenti nel settore minerario sono stati fatti da aziende cinesi, centinaia di milioni di dollari per rivitalizzare il settore sottosviluppato. Tra i più importanti una joint venture da 400 milioni di dollari tra la Corporación Venezolana de Minería, le imprese cinesi  CAMCE  e  Yankuang Group e la Colombia Inter-American Coal.

Secondo il report di Bram Ebus, oggi l’arco minerario «sembra poco più di un rivestimento legale per il saccheggio da parte di una gamma di gruppi armati in espansione».
Una varietà di gruppi armati che si stanno impossessando del sud del Venezuela, per altro complicando ulteriormente la crisi  del Paese e pregiudicando i tentativi di risoluzione pacifica.
Tutti questi gruppi sono accomunati dallafame di oro’ e di altri preziosi minerali.

L’estrazione di oro, coltan e altri minerali finanzia gruppi armati e danneggia le comunità indigene. Persino i minerali venduti dalle compagnie statali venezuelane e dalla Banca Centrale Venezuelana (BCV) derivano in parte dalle stesse miniere controllate da gruppi armati e dovrebbero quindi essere classificati come minerali di conflitto, sostiene Crisis Group.

Le aree dimenticate del sud del Venezuela sono di fondamentale importanza per il futuro politico del Paese. Le comunità abbandonate dallo Stato -e i gruppi armati che li depredano- dovrebbero preoccupare molto i più di quanto di fatto preoccupano -o anche solo sono considerati- gli attori internazionali che guardano al futuro del Venezuela, si sostiene nel report. La pace in Venezuela non può essere raggiunta senza prendere in considerazione il sud.

I ‘sindicatos’ criminali venezuelani hanno gestito miniere informali per anni. Più recentemente, i guerriglieri colombiani – dissidenti delle ormai liberate forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc) e membri dell’Esercito di liberazione nazionale (ELN)- hanno esteso la loro portata per centinaia di chilometri in Venezuela.  

I gruppi sono profondamente radicati nelle comunità locali e spesso lavorano in alleanze instabili con alcune frange dell’Esercito che traggono profitto privato dall’estrazione illegale.

Almeno 300.000 persone lavorano nelle miniere illegali che hanno causato enormi danni ambientali e hanno scatenato un’epidemia di malaria, sostiene il ricercatore di Crisis Group. L’attività di questi gruppi armati rivali rendono il Venezuela meridionale una delle regioni più violente dell’America Latina. «Tutti vogliono essere padroni», ha spiegato un ex minatore fuggito in Colombia per evitare l’escalation della violenza.

Numerose fonti confermano la partecipazione dell’Esercito all’estrazione illecita -come già rilevato in una approfondita ricerca del medesimo think tank anche gli squadroni della morte dei militari sarebbero attivi sul fronte minerario.
La maggior parte degli omicidi non viene registrata, ma i media locali hanno segnalato più di una dozzina di massacri dal 2016.

Di questi gruppi armati, il colombiano Ejército de Liberación Nacional  (ELN) è uno dei più importanti, opera in 13 dei 24 Stati venezuelani e  attraverso le regioni minerarie meridionali gestisce un corridoio attraverso il Venezuela, fino al confine  con la Guyana.

L’allineamento tattico e ideologico dell’ELN –il più grande esercito di guerriglieri dell’America Latina- con il Governo venezuelano fa considerare che in caso di un intervento militare straniero nel Paese l’Ejército si attiverebbe dalla parte di Maduro -lo ha promesso più di una volta-, il che, secondo Crisis Group, potrebbe innescare una disastrosa escalation di violenza e determinare un conflitto a bassa intensità che causerebbe tremende sofferenze alle popolazioni più vulnerabili del Venezuela.

Fonti locali hanno descritto come i guerriglieri si integrano nelle comunità locali, dando formazione politica e militare. «Fanno innamorare [la gente del posto], offrono loro armi e li indottrinano» , ha detto un leader indigeno dello Stato di Bolivar. Come in Colombia, i ribelli intervengono nelle dispute locali e offrono ‘autorità’ in aree senza legge – i minatori delle miniere illegali dicono di preferire i  guerriglieri ai sindacati criminali venezuelani brutali e meno tolleranti.

La libertà con cui i gruppi armati operano a sud del fiume Orinoco riflette la debolezza dello Stato venezuelano. Le minacce di un intervento militare straniero  incoraggeranno la guerriglia e rafforzeranno i loro legami con Caracas.

L’aiuto umanitario è essenziale per gli abitanti della regione,  per le comunità che hanno bisogni umanitari urgenti. Le carenze di cibo sono esacerbate dalla dipendenza dall’oro come moneta nelle città minerarie. L’aiuto umanitario è dunque essenziale per disinnescare quella che potenzialmente potrebbe essere una bomba a orologeria.

Secondo Crisis Group, gli attori esterni dovrebbero lavorare per ripulire le catene di approvvigionamento minerario venezuelano. Gli Stati esteri dovrebbero applicare regole ferree per minimizzare i rischi di acquistano di minerali illegali venezuelano che finiscono per finanziare conflitti e violazioni dei diritti umani.

La ‘guerriglia mafiosadalla Colombia ha sequestrato le miniere d’oro sotto la protezione del Governo di Nicolás Maduro, dice oggi ‘Panam Post, commentando il report di Crisis Group, e sottolineando come la responsabilità di questa situazione, che persiste e si sta cronicizzando in un Venezuela oramai stato fallito, sia solo di Juan Guaidó che non ha saputo e non sa avere il ‘coraggio’ di capitalizzare il consenso che da gennaio ha avuto da parte della comunità internazionale e dare l’ok all’intervento militare, l’unica terribile via d’uscita per porre fine alla parabola di Nicolas Maduro.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore