domenica, Giugno 7

Minacce a Giorgia Meloni, solidarietà ma anche parole chiare Massima solidarietà alla mamma minacciata e alla sua prole, ma Giorgia Meloni e Matteo Salvini sono la poliziotta buona e il poliziotto cattivo dello stesso brodo mentale

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Un caro amico, liberale e intellettualmente onesto, mi indirizza un sms. «Spero che qualcuno scriva un articolo per difendere Giorgia Meloni e il suo bambino dagli attacchi violenti arrivati da un molestatore».

Rispondo che, come lui, ritengo inaccettabile certa neutralità su base ideologica, la violazione di un diritto non cambia al mutare delle collocazioni. Non ci sono dubbi e neppure discussioni. Nessuno può invadere lo spazio altrui, quello fisico e quello mentale, nemmeno suonando citofoni come giustizieri della notte, a nessuno può essere concesso di trasformare le proprie passioni malate in azioni etero lesive.

Messa da parte la premessa, mi domando però se la mamma Meloni è la stessa persona che durante il comizio in Piazza San Giovanni si era lasciata andare ad una performance da sovranista esaltata.

I contenuti di quell’intervento ammiccavano ad un approccio individualistico, chiuso all’altro, attento solo a creare, nell’angusto condominio di riferimento, una sensazione di accerchiamento, di paura, stati che evocano risposte non certamente pacifiche. Una prospettazione di morte, raccontata con lo stile di una showgirl consumata, attenta all’applauso ma incurante dell’effetto delle sue parole, che si depositavano su clienti predisposti ad accoglierle e ad amplificarne le suggestioni, traducendole in azioni antisociali.

Certo, poi magari in altri ambiti si mostra saggezza istituzionale, si arriva pure a pronunciare qualche parola di esecrazione, ma solo quando ormai le belve sono partite e stanno già colpendo.
Questo è lo stile della destra italiana, ma la violenza implicita, subliminale, è la genitrice di quella fattuale. Non ci sono scuse.

Forse non è la violenza criminale di chi ti viene a ‘prendere a casa’ con gli stivaloni, com’è accaduto al Pilastro, durante la rovinosa campagna elettorale in Emilia, ma per tanti versi è ancora peggio perché funziona come il condizionamento che Ivan Pavlov sperimentava sui cani, facendoli salivare a comando, basta suonare il campanellino, soprattutto adesso che lo si può manovrare a distanza, comodamente da casa, con l’ausilio della Belve digitale.

Viene spontaneo domandarsi cosa significhi affermare, con veemenza studiata, davanti a un parterre intrinsecamente violento, di essere donna, di essere italiana, ci si domanda a chi si sta ammiccando e chi si vuole lasciare fuori dal recinto, delimitato con quelle rivendicazioni ‘territoriali’ e culturali.

Mi chiedo ancora a quale normalitàvoglia alludere la signora, facendo finta di dire altro, e se possa avere presente quale grumo di discriminazioni alimentino quelle ‘innocenti’ espressioni, quale fiume carsico contribuiscano a ingrossare, salvo quando se ne viene travolti manifestare la propria giusta paura, per se e per i propri cari. Se fosse in buona fede avrebbe pubblicamente condannato lo stalking del suo alleato politico ai danni di persone indifese, proprio per quanto detto sopra. I diritti non devono mai passare attraverso il filtro ideologico.

Dirà, la signora, che nell’appassionata perorazione di Piazza San Giovanni non c’era niente di male, che si trattava solo di orgoglio, di giusto orgoglio nazionale. Forse pensa che quella piazza, in larga parte fascista e razzista, da lei arringata, rappresenti tutto il Paese, o forse è convinta che l’identità cristiana di cui parla, a vanvera, possa essere invocata mentre si banchetta con chi pensa che la Chiesa sia la cappella privata del Vittoriale di Gardone Riviera e il Papa debba portare gli stivali e combattere crociate quotidiane contro gli infedeli.

Giorgia Meloni e Matteo Salvini sono la poliziotta buona e il poliziotto cattivo dello stesso brodo mentale, ingredienti di una minestra avvelenata, persone confuse ma assetate di potere, disinvolti trasformisti con esordi di estrema sinistra ed evoluzioni di estrema destra. Proprio questa è la prova della loro malafede, sanno bene che tra i due orientamenti corrono visioni dell’uomo inconciliabili. La destra italiana e il progressismo italiano, per quanto quest’ultimo a volte faccia cascare le braccia, non possiedono alcunché in comune, concepisco la persona in modo radicalmente diverso, talmente diverso da rendere semplicemente impossibili salti di quella portata. Solo l’opportunismo e un cinismo radicale possono giustificarli.

Non possiamo non domandarci che razza di persone sono queste, una donna e un uomo che nel volgere di un lustro passano da una posizione solidaristica ad una individualistica, esattamente l’opposto, perché è questo il cuore del problema, è questo un parametro di affidabilità dirimente, che prelude all’altra domanda vitale, ossia gente così così cos’è disposta a fare per arrivare in cima.

Dunque, massima solidarietà alla mamma minacciata e alla sua prole, nonché condanna di ogni violenza in assoluto, ma altrettanto massima distanza da questi carrieristi senza ideali, se non quello di promuovere la propria persona, anche a costo di alimentare i fenomeni che poi si lagnano di subire.

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