venerdì, Maggio 24

Mille storie di ordinaria, quotidiana ingiustizia Spoleto, Terni, Napoli, Bologna, Roma, Taranto... : quando la detenzione è tortura

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Si prenda un qualunque giorno della settimana. A Spoleto accade che un detenuto tenti il suicidio; gli agenti intervengono tempestivamente, l’uomo viene salvato, ma è comunque in coma. A Terni un detenuto muore per febbre. A Sollicciano (carcere di Firenze) militanti e dirigenti radicali aderenti al gruppo ‘Progetto Firenze‘ dopo una visita denunciano «sovraffollamento e igiene assente»: a fronte di una capienza regolamentare di cinquecento persone, i detenuti sono 757, il 151 per cento. Nell’istituto, «permangono i problemi all’impianto di riscaldamento, con aree surriscaldate e altre gelide», mentre «nella sesta sezione una buona parte delle lampade a neon nel corridoio sono rotte e di notte gli agenti possono contare solo sulla luce proveniente dall’esterno». Inoltre, «è stata operata una disinfestazione approfondita, destinata a non durare per il perdurare del problema piccioni. Lo stato delle docce nelle sezioni maschili permane inaccettabile».

A Napoli (carcere di Poggioreale) i sindacati denunciano che «qui i reparti sono i più sovraffollati d’Europa…Queste condizioni penalizzano il corretto e sereno svolgimento delle attività quotidiane e incidono sul benessere psicofisico del personale...». Nel carcere di Taranto i detenuti in pianta stabile sono 640, a fronte di una capienza regolamentare di 306 unità. E’ il primo carcere in Italia, dice la radicale Rita Bernardini, «per sovraffollamento. A Bologna sono i dirigenti della Funzione Pubblica CGIL a denunciare il sovraffollamento nel carcere minorile».

C’è poi un dossier, inviato al Governo sulle peggiori strutture in Campania. Il segretario generale regionale Campania Uilpa Polizia Penitenziaria Domenico De Benedictis non le manda a dire: «Abbiamo riscontrato la presenza di istituti fatiscenti ovunque. Questo di Ariano Irpino, in modo particolare, è totalmente da chiudere. Mancano le unità lavorative, di pomeriggio è completamente aperto, con pochissime forze, come baluardo della sicurezza. Chiediamo interventi urgenti da parte del Governo. Vogliamo segnali tangenti in questa regione. La Campania, non è da sottovalutare. È una terra che da sempre produce purtroppo criminalità, ed occorre quindi mantenere alta l’attenzione. Allo stato attuale ci troviamo di fronte ad una situazione esplosiva. Quasi tutti gli istituti, sono allo stesso livello di Ariano Irpino, dove la struttura si presenta arcaica, rispetto a quelle più moderne. Ma la sofferenza maggiore la si ha con le risorse umane. Manca tutto, fondo per gli straordinari, manutenzione dei fabbricati. Da Poggioreale alle aree interne ci troviamo di fronte ad una situazione molto allarmante e ad altissimo rischio».

 Anche il carcere romano di Rebibbia è in sofferenza: conta complessivamente 649 stanze di detenzione;due intere sezioni detentive sono chiuse per ristrutturazione, i detenuti sono 1.567. Per la Fp Cgil Roma-Lazio la situazione «è insostenibile, ed è solo la punta dell’iceberg». Come in gran parte degli istituti del Lazio, il numero di detenuti supera la capienza regolamentare di 1.212 unità. L’istituto conta complessivamente 649 stanze di detenzione, ad oggi, due intere sezioni detentive sono chiuse per ristrutturazione, e i detenuti sono 1.567.

«In rapporto al sovraffollamento, per cui i detenuti in stanza sono sei anziché quattro, spesso anche con problemi psichiatrici per mancanza di posti nelle Rems», si legge in una nota, «ancor più grave è la carenza di personale denunciata: gli agenti sono 590, mentre gli educatori sono solo 17 in tutta la struttura, e poco personale c’è anche all’ufficio matricola, che cura e segue tutta la vita giuridica del detenuto». Impossibile anche pianificare una formazione adeguata, dove invece sarebbe necessario: «A Rebibbia vengono seguiti anche i transiti dei detenuti estradati (o in via di estradizione) che transitano da Fiumicino e chi è in sosta temporanea per questioni di giustiziaRispetto ai contingenti minimi, mancano 27 ispettori, 60 sovrintendenti e 52 agenti assistenti» – prosegue il sindacato – «Nel turno 7,30-15,40, abbiamo verificato che gli agenti in servizio erano 134, di cui alcuni non in reparto, ma in servizio esterno (per piantonamenti e visite ospedaliere urgenti), mentre avrebbero dovuto essere 189. In più di un reparto, gli agenti in servizio erano circa la metà rispetto a quanti dovrebbero essere: da una parte solo 11 poliziotti, anziché 20 per 452 detenuti, in un altro 5, anziché 10, in un altro ancora 9, anziché 13. E nei turni pomeridiani e notturni va ancora peggio: può succedere che un agente vigili un intero reparto, e spesso si lavora su doppi turni di oltre 16 ore, a cavallo dei notturni».

 Ora una storia di giustizia tetragona: crudelmente inutile, inutilmente crudele. E’ la storia del signor Giorgio Mancinelli, 72 anni, napoletano. Soffre di encefalopatia erpetica, di diabete mellito e di un principio di Alzheimer, quasi cieco. Finisce comunque il carcere. Nel dettaglio, la storia di questo anziano, ormai ridotto quasi a un tronco, incapace di provvedere a se stesso e bisognoso di cure e assistenza costante.

In primo grado l’uomo viene condannato per bancarotta fraudolenta ed evasione fiscale. Non si discute il verdetto, e neppure la condanna; cinque anni di carcere. Il fatto è che Mancinelli non presenta appello, così alla fine la pena diventa esecutiva. Perché? Perché durante lo stesso svolgimento del processo Mancinelli si è difeso poco e male? L’uomo non sembra neppure rendersi conto di quello che gli accade intorno. Non sa neppure ricostruire i fatti, a causa di un «decadimento cognitivo di grado severo»; non sa neppure come sia finito sul banco degli imputati. A casa non aveva mai raccontato la verità, che si è trasformata poi nella sua unica, vera colpa: nemmeno a sua moglie racconta di essersi prestato a fare da prestanome per la persona sbagliata. L’avvocato difensore? Non potendoselo permettere, a Mancinelli è stato un avvocato d’ufficio. E’ andata come è andata. Ora ci si aspetterebbe un po’ di logica, condita da una briciola di misericordia. Macché: la legge è legge. E con i poveri cristi è arcigna più che mai.

Il magistrato del Tribunale di Sorveglianza di Napoli respinge l’istanza con la quale si chiede una misura cautelare meno afflittiva: la trasformazione della detenzione carceraria in arresti domiciliari. Il giudice non ritiene convincenti le diagnosi che indicano il condannato come soggetto incompatibile con il regime carcerario. Un bell’esempio di prosa giuridico-carceraria: «Deve evidenziarsi», si legge nell’atto di differimento provvisorio dell’esecuzione di pena, «che i Centri terapeutici degli istituti penitenziari dovrebbero essere bene in grado di fronteggiare situazioni sanitarie come quella in esame all’interno del carcere; lì dove non fosse possibile nello specifico, resta onere della Direzione del carcere, a fronte di patologie che non implichino incompatibilità assoluta del condannato col regime detentivo, individuare la migliore collocazione all’interno della struttura stessa o collocare il condannato in strutture sanitarie adeguate alla cura del caso concreto». Ministro della Giustizia, questa è la situazione, questi (alcuni) fatti…

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