sabato, Agosto 8

Militarizzazione cinese dell’Africa Accordi strategici, basi militari e truppe: come la Cina sta conquistando il continente nero, ne parliamo con Marco Cochi

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2.500 soldati e una trentina di addetti militari nelle varie Ambasciate sparse nel continente. Questi i numeri che di fatto non rendonoonorealla effettiva presenza militare della Cina in Africa, un continente sul quale il Dragone sta investendo risorse umane, politiche ed economiche sempre maggiori. Non solo business, anche uomini in divisa, a tutela del business, e dei grandi progetti di infrastrutture nell’ambito della Belt and Road, certo, ma soprattutto della crescente soft power cinese che, come dicono quelli che il continente lo percorrono in lungo e in largo da decenni, oramai si puòtoccare con mano’. Il personale militare cinese è in costante aumento, ma al di là del personale: armi -negli ultimi anni, le vendite di armi cinesi in Africa hanno superato gli Stati Uniti-, formazione accademica presso i migliori centri militari in Cina, addestramento ma anche esercitazioni congiunte nei diversi Paesi africani, “i cinesi stanno dando kit militari completi agli africani”, ci dicono gli analisti.

Con Marco Cochi, giornalista esperto di sicurezza e sviluppo in Africa sub-sahariana e docente presso la Link Campus University, che da pochi giorni ha pubblicato il libro  ‘Tutto cominciò a Nairobi. Come Al-Qaeda è diventata la più potente rete jihadista dell’Africa’, abbiamo cercato di capirci qualcosa di più.  

 

Fino al 2012, la Cina inviava personale civile e medico nei teatri di crisi sotto l’egida delle missioni Onu. In questi ultimi sei anni, però, l’impegno nel continente africano è  diventato essenzialmente militare. Dove sono collocati i militari cinesi in Africa?

Per oltre due decenni, la presenza della Cina in Africa si è concentrata principalmente sulle attività economiche e commerciali, oltre alla partecipazione ad alcune missioni di peacekeeping. Negli ultimi anni, Pechino ha deciso di estendere la sua influenza sull’Africa anche a livello militare per proteggere i suoi interessi nel continente e assicurarsi un maggiore peso geopolitico. C’è anche da tener presente che l’Esercito popolare di liberazione, che rappresenta la Forza armata più grande del mondo, conduce regolarmente esercitazioni congiunte in tutta la regione. Mentre l’anno scorso, la potenza asiatica ha ufficialmente inaugurato a Gibuti la sua prima base militare permanente all’estero. E se consideriamo che la difesa degli interessi nazionali e dei mari sono tra le priorità del presidente Xi Jinping, presto potrebbero sorgere altri presidi militari cinesi in Africa, come quello che Pechino dovrebbe impiantare a breve a Walvis Bay, in Namibia. Riguardo alla collocazione, secondo recenti dati dell’European Council on Foreign Relations (ECFR), la presenza militare della Cina nel continente africano è di circa 2.500 soldati tutti impegnati in missioni di mantenimento della pace delle Nazioni Unite. Di questi militari, ben 1.051 sono schierati in Sud Sudan, 666 in Liberia, 402 in Mali e gli altri nella Repubblica Democratica del Congo, Centrafrica e Sudan. Da notare che sta aumentando il numero degli addetti militari nelle ambasciate cinesi, che nel 2017 sono arrivati quasi a una trentina.

Dati dell’ISS di Londra mostrano che il 68% dei Paesi africani acquistano equipaggiamento militare cinese. Che cosa fornisce in concreto la Cina?

Comincerei col precisare che il dinamismo della Cina in materia di sicurezza in Africa è confermato dalle stime dell’International Peace Research Institute di Stoccolma (SIPRI), secondo cui, tra il 2008 e il 2017, Pechino ha aumentato dell’8,1% il suo export militare nel continente e ha costruito caserme e centri d’addestramento. Gli ultimi dati disponibili del Registro delle armi convenzionali delle Nazioni Unite (UNROCA), risalenti al 2013, rilevano che la Cina ha esportato 24 carri armati in Tanzania e 30 nel Ciad. I veicoli corazzati venduti ai due paesi africani sono i VT4 (anche chiamati MBT-3000 o Hyder), veicoli di terza generazione avanzata, sviluppati dalla China North Industries Corporation, meglio nota come NORINCO, e destinati principalmente al mercato estero. I cinesi hanno anche esportato aerei da combattimento come il JF-17 Thunder e droni in Nigeria, Tanzania, Zambia, Bolivia, Namibia, Zimbabwe e Ghana. Mentre, sempre secondo l’UNROCA, Marocco, Congo, Ghana, Sudan, Camerun, Tanzania, Niger, Rwanda e Sud Sudan hanno importato dalla Cina sistemi missilistici anti-carro Red Arrow 9 e sistemi di artiglieria calibro 155 mm con proiettili laser GP6, che sono stati utilizzati durante i conflitti in Congo e Sud Sudan. 

Due settimane fa, sono stati siglati accordi di fornitura militare tra Cina e Camerun. In cosa consistono?

Lo scorso 18 luglio, la Cina ha siglato un accordo con il Camerun che prevede la donazione di 50 milioni di yuan (7,3 milioni di dollari) per consentire a Yaoundé di dotarsi di attrezzature militari a sua scelta. All’atto della firma, il Ministro della Difesa camerunense, Beti Assomo, ha spiegato che l’intesa è mirata a garantire la sicurezza in Camerun, che in questo momento sta affrontando numerose minacce. Le forze armate di Yaoundé hanno già acquisito una rilevante quantità di armi dalla Cina, compresi veicoli da combattimento di fanteria e cacciatorpedinieri.  E per essere più preciso cito quanto riportato nel database dei trasferimenti di armi curato dal SIPRI di Stoccolma: dal 2010 il Camerun ha ricevuto dalla Cina due motovedette P-108, due velivoli turboelica MA60 twin, 50 lanciamissili terra-aria FN-16, 12 cannoni anti-aerei Type-90 (PG-99) da 35 mm, 18 veicoli da combattimento di tipo 07P/VN-1, 12 veicoli da combattimento corazzati Assaulter WMA-301, due motovedette P-108 e quattro elicotteri Z-9WE che possono essere armati con missili Red Arrow-8.

Oltre alla fornitura di materiale, la Cina è impegnata in opere di addestramento alle truppe locali o in servizi di polizia locali?

Già nel gennaio 2006, la Cina pubblicò un documento programmatico, intitolatoLa politica della Cina in Africa, nel quale esplicitava le proprie politiche a lungo termine nei confronti del continente, sottolineando  le caratteristiche comuni dei due blocchi ed evidenziando l’intenzione di tutelare la pace e la sicurezza del continente promuovendo al contempo scambi militari di alto livello, fra cui il trasferimento di tecnologia militare correlato all’addestramento del personale militare africano. Adesso, oltre a prendere parte ad operazioni di pacekeeping, la Cina fornisce attrezzature militari ed addestra le forze di Polizia di alcuni Paesi. Negli ultimi tempi, la Cina si è anche impegnata per combattere la crescente minaccia dell’estremismo islamico in Africa, che danneggia i suoi interessi nel continente. Tuttavia, resta da stabilire se l’attenzione della Cina verso  i problemi di sicurezza dell’Africa si tradurrà in una collaborazione fattiva con l’Occidente (specialmente gli Stati Uniti) sull’antiterrorismo. Di fatto, mentre i Paesi con forti interessi in Africa sono orientati a rafforzare la loro cooperazione nell’ambito della sicurezza con i governi africani, Pechino può espandere la sua attività anche nel contrasto dell’insorgenza jihadista in Africa, aumentando così la sua influenza politica e rafforzando la cooperazione sino-africana. 

A fine giugno si è svolto il primo Forum sino-africano sulla cooperazione militare promosso da Pechino. Quali sono i risultati di questo incontro?

Il Forum si è tenuto a Pechino dal 26 giugno al 12 luglio sotto la supervisione del Ministero della Difesa nazionale cinese, che ha riunito i rappresentanti della Repubblica popolare e i delegati dell’Unione africana, oltre ad alti esponenti dell’esercito e dei dipartimenti della Difesa di 50 Paesi del continente, per discutere di numerosi temi. Il summit è stato caratterizzato da una serie di incontri, riunioni bilaterali tra gli Stati, approfondimenti e confronti con analisti ed esperti di strategia militare, oltre che da alcune visite che le delegazioni africane hanno effettuato presso basi militari e impianti dell’industria cinese della Difesa. Tutte questa attività hanno consentito a Pechino di rafforzare le relazioni in un settore nel quale figura già come un importante fornitore di equipaggiamenti a molti Paesi africani.

L’esempio lampante della presenza cinese in Africa è la costruzione della base militare a Gibuti. Che cosa significa per Pechino questa piccola Nazione e quali sono le strutture al suo interno?

Gibuti è un piccolo Stato del Corno d’Africa popolato da circa 950mila abitanti, che gode di un importante posizione strategica prossima alle rotte di navigazione più trafficate del mondo con un transito di 20mila navi all’anno e di conseguenza in grado di favorire il commercio con un terzo del continente africano. Inoltre, la piccola Repubblica africana si trova all’intersezione di importanti passaggi marittimi tra cui lo stretto di Bab-el-Mandeb, che congiunge il Mar Rosso con il Golfo di Aden e quindi con l’Oceano Indiano. Dunque uno snodo vitale per le esportazioni cinesi e non a caso, Pechino, ne ha fatto il punto focale delle sue prime operazioni militari all’estero installandovi una base cinese che può ospitare fino a 10mila soldati, con la funzione di garantire i crescenti interessi della Repubblica popolare in tutta la regione, oltre a proteggere le navi cinesi che conducono missioni antipirateria. E non va dimenticato che l’apertura della prima base militare di Pechino all’estero è stata osservata con sospetto da alcuni Stati antagonisti della Cina, in primis l’India e gli Stati Uniti, preoccupati di un’eccessiva espansione degli interessi della superpotenza in Asia e in Africa.

L’impegno militare di Pechino è mosso soprattutto dalla necessità di mettere in sicurezza gli investimenti cinesi nei diversi Paesi africani oppure di mettere in sicurezza le infrastrutture della Via della Seta?

Direi che l’interesse scaturisce sia dalla necessità di salvaguardare  gli investimenti cinesi nei diversi Paesi africani, sia dall’esigenza di garantire la realizzazione delle infrastrutture della ‘Nuova Via della Seta’, anche perché Pechino considera questo progetto di capitale importanza per lo sviluppo e il sostentamento dell’economia nazionale, quindi ha tutto l’interesse a tutelarlo in ogni maniera.

Si può immaginare che questo impegno militare delle potenze regionali africane sia funzionale anche a guerre per procura, magari anche a bassa intensità, vedesi Congo, già latenti o prossimi a venire, considerando che l’Africa sarà un terreno di scontro economico tra Russia, Cina, India e Turchia con un Europa (ad esclusione della Francia che nel continente ha i suoi problemi) alla finestra?

In Africa, le cosiddette ‘guerre per procura’, che servivano a stabilire le zone di influenza dei Paesi più sviluppati, sono iniziate nel XX secolo e hanno lasciato un continente segnato da divisioni e smembramenti territoriali. Archiviata la guerra fredda, l’Africa ha sperato di potersi emancipare dalla tutela obbligata, dettata dal carattere bi-polare del mondo, delle potenze occidentali o di obbedienza sovietica. Poi, Il nuovo ordine mondiale ha originato nuove linee di contrapposizione, non più riconducibili alle ideologie, ma ascrivibili agli interessi economici che strumentalizzano la politica e gli interessi dei governi dei Paesi avanzati. Così si sono create nuove polarizzazioni, rese ancora più pericolose dalla necessità del controllo di aree economicamente strategiche, come nel caso del Congo Kinshasa. E a tutti gli effetti, l’Africa sarà un terreno di scontro decisivo nella battaglia per la leadership economica a livello mondiale tra gli attori internazionali da lei citati, che hanno adottato un approccio multisettoriale per accrescere la loro presenza nelle diverse aree geografiche del continente.  

Una presenza importante cinese nel continente è l’operazione di pace in Sud Sudan con i Caschi Blu dell’Onu. Alcune fonti sostengono che la presenza in questa missione sia prevalentemente di salvaguardia degli interessi economici cinese. Quali sono gli obiettivi da portare a termine e gli interessi da controllare?

La Cina è il più grande investitore nell’industria petrolifera del Sud Sudan, basterebbe questo motivo per spiegare l’attivismo cinese nel trovare una soluzione al conflitto, che si trascina dal dicembre 2013. E’ evidente che la Cina ha schierato i suoi militari nella MINUSS per tutelare i suoi interessi economici in Sud Sudan. Interessanti, a riguardo, sono le conclusioni di uno studio realizzato un anno fa dall’International Crisis Group. Secondo il think tank di Bruxelles, la Repubblica popolare avrebbe sperimentato nel Paese africano una nuova via di ‘non-ingerenza flessibile’, che ha modificato la visione tradizionale della Cina.  Così, nel caso del Sud Sudan, Pechino ha deciso un coinvolgimento molto più attivo per porre fine a un conflitto civile che ha generato una grave emergenza umanitaria e sta mettendo a repentaglio la sicurezza e la stabilità di un’intera regione. 

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