martedì, Luglio 16

Migrazioni in Sud America: cambio di rotta Il giornalista Carlo Cauti ed il professore Roberto Vecchi spiegano i perché di una situazione che non si è mai verificata prima in America Latina

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Il Venezuela sta stravolgendo le migrazioni in Sud America, area che nelle ultime settimane sembra intenzionata ad alzare muri. Il Brasile è protagonista, in questi giorni, di azioni di militarizzazione dei confini. Perù e Colombia hanno inasprito i controlli alla frontiera. In Centro America il Messico dà segnale di voler procedere ad un giro di vite in fatto di politica migratoria con l’avvento del nuovo Presidente Andrés Manuel López Obrador.

Il fenomeno migratorio, che negli ultimi anni sta mettendo in seria difficoltà le politiche, interne ed esterne, dei Paesi membri dell’UE – con i conseguenti rigurgiti di proto-nazionalismi e populismi  – non è una questione definita e confinata solamente nell’area euro-mediterranea, ma sta travolgendo, in maniera massiccia, come mai accaduto prima, anche il Sud America.

L’agenzia delle Nazioni Unite IOM (International Organization for Migration) stila annualmente un report sui dati relativi alle migrazioni mondiali, prendendo però in considerazione statistiche quinquennali. Così, l’ultimo quinquennio in riferimento alle migrazioni globali analizzato dall’IOM è stato quello relativo al 2010-2015, al quale, però, vengono annualmente aggiunti dei brevi aggiornamenti.

Dal rapporto dell’IOM si evince che, tradizionalmente, la dinamica migratoria in Sud America è caratterizzata da modelli intraregionali ed extra-regionali, ma, negli ultimi anni, la migrazione intraregionale è aumentata ed è, oggi, la tendenza dominante.

Il numero di migranti intraregionali in Sud America è aumentato dell’11% tra il 2010 e il 2015 e circa il 70% di tutta l’immigrazione nella regione è intraregionale.

I Paesi – sempre secondo il report IOM – che ricevevano il maggior numero di immigrati erano l’Argentina e la Repubblica Bolivariana del Venezuela; un aumento sostanziale dell’immigrazione si era verificato anche in Cile e Brasile.

Disparità economica, conflitti e violenze sono le cause principali degli spostamenti. In Colombia oltre 7,2 milioni di persone sono sfollate a partire dalla fine del 2016, più di qualsiasi altro Paese al mondo. Alla fine del 2016, oltre 300.000 colombiani vivevano come rifugiati all’estero e 1,2 milioni si erano spostati soprattutto in Venezuela ed Ecuador.  Questo, dunque, il quadro relativo al quinquennio 2010-2015 ed, in parte, delle vicende susseguitesi nel 2016.

La situazione, però, si è completamente ribaltata negli ultimi due anni. La crisi economica venezuelana, determinata dalle politiche del Presidente Nicolás Maduro fresco di rielezioneha stravolto il quadro sociale del Venezuela, ripercuotendosi sulla testa di milioni di cittadini che stanno abbandonando il Paese, riversandosi negli Stati adiacenti. La ritrovata stabilità in Colombia, invece, ha fatto sì che molti colombiani, che si erano spostati precedentemente in Venezuela, prendessero la via del ritorno in patria e che i venezuelani tracciassero il percorso inverso.

Il numero dei migranti venezuelani, ad oggi, è da stimarsi tra l’1.6 ed i 4 milioni di persone come riporta il MPI (Migration Policy Institute): una diaspora.

Una situazione inedita che mai prima d’ora si era verificata in Sud America e che sembra essere esplosa improvvisamente, senza preavviso. “In America Latina migrazioni di questo tipo non ce ne sono mai state”, spiega, dal Brasile, il giornalista Carlo Cauti, che continua dicendo “che non è mai avvenuto che in un Paese sudamericano gran parte della popolazione se ne vada. Il Venezuela sta perdendo popolazione perché la gente se ne sta andando, non solo in Brasile, ma anche negli USA, a Miami, ma anche in Europa”. Dello stesso avviso il professore Roberto Vecchi, titolare della cattedra di Letteratura Portoghese e Brasiliana presso l’Università di Bologna, che specifica come questo sia “un fenomeno che si trascina da un po’ di tempo ed è rimasto invisibile almeno per un paio di anni”, e ricorda di aver avuto delle informazioni già dallo scorso anno di un forte flusso dal Venezuela con i rischi di una crisi migratoria, quindi, quello che va visto è, in questo momento, l’esplosione del problema”.

La diaspora venezuelana si è riversata soprattutto al confine con il Brasile, nello Stato del Roraima, nel nord-est del Paese. Proprio qui, qualche settimana fa, gli abitanti della cittadina di Pacaraima si sono rivoltati violentemente contro  circa 1.200 migranti venezuelani, bruciando le tendopoli e spingendoli oltre il confine.

La situazione sempre più difficile alla frontiera col Venezuela ha portato il Presidente brasiliano Michel Temer ad emanare il ‘Decreto di Garanzia di Legge e Ordine’ tramite il quale si autorizza l’invio di soldati al confine nord-est e sulle autostrade federali.

Il confine non è chiuso perché è proibito anche per legge chiuderlo, e più volte Temer ha dichiarato che è impensabile chiudere il confine e che andrebbe contro i trattati internazionali”, ha precisato Cauti, “l’invio dell’Esercito è per garantire l’incolumità dei venezuelani che sono presenti sul posto”. A rendere complicata la questione è la difficile situazione del Roraima che “è uno Stato di frontiera, molto povero, non ha strutture sufficienti, ha una popolazione di 300.000 abitanti e il numero di venezuelani presenti nella regione sono oltre 60.000”, continua il giornalista, a cui fa da sponda il professore, il quale afferma che “il concetto di frontiera in quella zona, nel Roraima, è un concetto molto diverso, nel senso che le frontiere in Amazzonia sono, storicamente, molto porose, molto permeabili”, e prosegue dicendo che “la questione fondamentale è che c’è stato un aumento delle migrazioni in Amazzonia e i cittadini dei Paesi in crisi economica entrano nelle frontiere che si sfaldano più facilmente, come quella amazzonica”.

La mobilitazione dell’Esercito fa sorgere un dubbio, ovvero che questo decreto emanato da Temer non sia dettato esclusivamente da motivi stringenti di sicurezza, ma anche -e, forse, soprattutto- da ragioni politiche, dato che il prossimo 7 ottobre il Brasile andrà alle urne per eleggere il nuovo Presidente federale.Sicuramente c’è una motivazione politica”, dice Vecchi, “tra l’altro, la mobilitazione dell’Esercito, ha provocato le dimissioni di una figura molto importante, un senatore dello Stato del Roraima, Romeo Jucá, che si dimette perché in questo momento è indietro nei sondaggi nella campagna per la rielezione a senatore”. Cauti, invece, vede, dietro questa decisione, la forte pressione del candidato di destra, Jair Bolsonaro, il quale “è stato sempre più duro nella gestione dei flussi migratori ed ha chiesto più volte la chiusura della frontiera, anche se non si può fare”.

Il Brasile non ha mai affrontato un flusso migratorio di queste proporzioni, è assolutamente inedita una situazione del genere per il Paese”, afferma Cauti ripercorrendo la storia dei flussi migratori in Brasile. È “una crisi che rappresenta la debolezza dello Stato brasiliano, che ha lasciato per molto tempo a sé stessa questa situazione”, prosegue Vecchi, il quale indica nella sottovalutazione del fenomeno da parte delle istituzioni brasiliane la causa principale di questo inasprimento nei confronti dei migranti venezuelani.

Il flusso dei migranti venezuelani, però, non ha coinvolto solo il Brasile, ma anche il Perù -che recentemente ha dichiarato lo stato di emergenza sanitaria- e la Colombia, che hanno decretato l’obbligo di esporre i passaporti alla frontiera. “Non ci dimentichiamo che il Venezuela ha avuto legami anche con Paesi assolutamente non democratici e non affidabili, come l’Iran o la stessa Siria, e più volte sono transitati nei confini venezuelani anche esponenti di Hezbollah, quindi non è una questione secondaria”, ammonisce Cauti, ribadendo il pieno diritto dei Paesi ospitanti di chiedere i documenti, ma riconoscendo che “è molto complicato per un venezuelano che fugge, in buona fede, permettersi un passaporto, perché è in fuga dalla fame, dal disastro economico”. Vecchi si concentra, invece, sugli aspetti sociali ed economici dell’area, dicendo che “il Perù pure versa in condizione difficili, ma è una meta molto più ambita da parte dei venezuelani rispetto al Brasile, anche per un fattore linguistico”, e prosegue, “la metà più ambita in assoluto è il Cile, che in questo momento è il Paese che gode di un benessere economico in controtendenza rispetto al resto del subcontinente, ed ha interesse ad avere una manodopera a costi bassissimi”.

Inevitabile affrontare il discorso su un probabile parallelismo tra situazione migratoria sudamericana e quella che sta affrontando l’UE. “No, secondo me no, si tratta di fenomeni molto diversi”, dice il professor Vecchi, che parla però di  “analogie, ma di superficie come quella che c’è tra Italia e Brasile come luoghi di transito rispetto ad altre mete”. Neanche Cauti scorge particolari affinità tra le due situazioni “oddio, parallelismi non saprei, mentre quello che si può dire è che i governi dittatoriali portano sempre alla fuga della popolazione”.

E sulla possibile ondata di nazionalismi e fascismi che si potrebbero ripercuotere in Sud America così come sta succedendo in Europa, Cauti è deciso nel rigettare tale eventualità “No, innanzitutto in America latina non conoscono il concetto di nazionalismo come lo conosciamo in Europa, basato su una questione etnica e qui le popolazioni sono meticcie già di per loro, quindi non esiste questo estremismo di destra basato su una sorta di purezza etnica e culturale”. Vecchi, invece, pone l’attenzione sul fatto che “nonostante i meticciati, in America latina esistono forme razziali”, ma anche lui è concorde nel non far derivare il tutto da pregiudizi razziali, “credo che questa sclerosi non abbia, in questo momento, dei connotati di tipo razzista. È chiaro, però, localmente, quando ci si trova davanti alla disputa di poche risorse da parte di molte persone, il pretesto razzista può sempre scattare. Questo rigurgito di razzismo, se c’è e se si dovesse aggravare, è legato alla disputa delle risorse da parte di un numero crescente di persone”.

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