lunedì, Dicembre 16

Migrazioni agli estremi del Pacifico: USA e Australia verso lo stesso modello? Trump invia 5.200 soldati alla frontiera col Messico e vuole creare tendopoli, mentre l’Australia confina i migranti a Nauru, dove le condizioni di vita sono pessime

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Ormai non è più un mistero: sono le migrazioni la vera sfida di questo secolo, cui nessun Governo dei Paesi democraticamente solidi può sottrarsi dall’affrontare. Flussi umani che puntualmente si creano in tutte le parti del pianeta – Africa, Centro e Sud America, Asia – dicono che questa sfida è ben lontana dall’essere vinta e che si preferisce agire individualmente e affrontare le singole emergenze anziché cercare una soluzione olistica al problema e porre le basi per un’azione profonda che scavi alla radice del fenomeno e che produca, effettivamente, risultati concreti,

La carovana dei migranti formatasi in America Centrale, che raggruppa persone provenienti da Honduras, El Salvador e Guatemala, si sta ormai dirigendo prepotentemente verso gli Stati Uniti, in rotta di collisione con le politiche trumpiane che, probabilmente, fermeranno i richiedenti asilo al confine con il Messico.

Attualmente una prima carovana si trova nel versante sud-est del Messico, nello Stato di Oaxaca, dopo aver attraversato il  Chiapas. Fino a qualche giorno fa, i migranti in cammino erano 7.200, ma negli ultimi giorni, tra richieste di asilo – per poter rimanere all’interno dei confini messicani- e rimpatri, il numero di persone in viaggio è gradualmente diminuito. Ad oggi sarebbero circa 4.000 i migranti diretti negli USA che compongono il gruppo principale, la prima carovana.

Una seconda carovana, composta da oltre 1.500 persone suddivise in piccoli gruppi, è riuscita ad entrare in Messico solo ieri. Donne, uomini e bambini, provenienti per la maggior parte dall’Honduras, hanno attraversato il fiume Suchiate che separa il Guatamela dal Messico, con l’acqua che, nel punto più alto, arrivava fino al collo. Nel tentativo, un migrante ha perso la vita. Al confine, non sono mancati gli scontri con la Polizia guatemalteca che, nel tentativo di bloccare questo contingente, ha lanciato lacrimogeni mentre i migranti cercavano di abbattere la recinzione di frontiera che separa i due Stati.

Nel frattempo, il Presidente americano, Donald Trump, sta focalizzando la sua attenzione sulla prima carovana che, seppur ridotta nei numeri, è in marcia verso gli USA.

«Molti membri della gang e alcune persone molto cattive sono mescolati nella carovana diretta al nostro confine meridionale. Si prega di tornare indietro, non sarete ammessi negli Stati Uniti a meno che non passiate attraverso il procedura legale. Questa è un’invasione del nostro paese e i nostri militari vi aspettano!», ha tuonato Trump sul suo account Twitter lunedì scorso.

Dopo i numerosi tweet, ora Trump sta passando direttamente ai fatti. Il Dipartimento della Difesa americano ha confermato l’invio di 5.200 militari al confine meridionale. Un’operazione che sta destando non poca indignazione e che sta sollevando le polemiche ad un settimana dalle elezioni di mid-term, che saranno decisive per valutare quanto le politiche e gli slogan di Trump sia siano radicati nella società statunitense. Queste truppe vanno ad aggiungersi agli oltre 2000 membri della Guardia Nazionale che sono già presenti al confine.

In un’intervista a ‘Fox News’, durante il programma ‘The Ingraham Angle’, il Presidente americano ha detto che la sua Amministrazione costruirà delle tendopoli per contenere tutti i migranti che cercano di chiedere asilo negli Stati Uniti, in antitesi con gli ordini del tribunale che proibiscono la detenzione a lungo termine di bambini o famiglie. «Stiamo andando a mettere le tende dappertutto», ha chiosato Trump.

I Vescovi degli Stai Uniti, dopo le dichiarazioni del leader americano, hanno preso posizione e in una lettera hanno detto che «le Nazioni hanno il diritto di proteggere i loro confini, questo diritto deriva dalle loro responsabilità: ma i Governi devono applicare le leggi in modo adeguato, trattare tutte le persone con umanità e assicurare il giusto processo», ribadendo che «cercare asilo non è un crimine».

In merito a ciò, anche Stéphane Dujarric, il portavoce del Segretario Generale delle Nazioni Unite, ha dichiarato che «è chiaro che i Paesi hanno il diritto sovrano di difendere i propri confini e di inserire le politiche di cui sentono di aver bisogno ai propri confini», ed ha ribadito che le agenzie dell’ONU – IOM, UNHCR e UNICEF – sono «sul campo cercando di portare aiuti umanitari».

Ma, allora, una volta arrivati al confine, che fine faranno i migranti centroamericani? Lasciare i migranti, dopo un lungo e tortuoso viaggio, in balia dell’attesa di una regolarizzazione ed erigere tendopoli, può essere la soluzione?

Per rispondere a questa domanda, prendiamo ad esempio il modello di politica migratoria australiano, il cosiddetto ‘No Way’, salito recentemente agli onori della cronaca poiché il Ministro degli Interni nostrano, Matteo Salvini, ha dichiarato: «voi sapete che in Australia c’è il principio del ‘No Way’: nessuno di quelli che vengono salvati in mezzo al mare mette piede sul suolo australiano. A questo si dovrà arrivare».

‘No Way’ non è altro che la trasposizione mediatica dell’operazione politico-militare ‘Sovereign Borders’ avallata dal Governo australiano nel 2013 con l’obiettivo di respingere e deportare ogni migrante che cerca di arrivare illegalmente via mare nella ‘terra dei canguri’.

Tramite questa operazione, le imbarcazioni intercettate nelle acque australiane vengono dirottate e le persone a bordo trasferite in centri di identificazione nell’isola di Manus, in Papua Nuova Guinea, o nell’isola di Nauru, una Repubblica indipendente della Micronesia, dove poi vengono valutate le domande di asilo. Diritto d’asilo valevole esclusivamente per queste due località e non per l’Australia.

Dal 2013, riporta ‘Le Monde’, da quando è stato varato questo piano, oltre 3.000 richiedenti asilo sono sospesi, in attesa di un loro diritto. Da 5 anni, 626 persone sono ancora a Manus e circa 650 a Nauru, l’unica isola che accetta anche i minori.

Se in un primo momento i migranti avevano provato ad integrarsi con la popolazione locale, ora hanno costituito tendopoli e vivono in condizioni di prigionia, con i diritti umani costantemente erosi. Confinati da anni a Nauru, i migranti, specie i bambini, stanno dando segni di cedimento psicologico.

«People are broken», non c’è bisogno di tradurre le parole che usa il Refugee Council of Australia, in un rapporto del settembre 2018, per delineare la situazione sull’isola micronesiana.

Fra i bambini d’età compresa tra i 7 ed i 12 anni sono frequenti i tentativi di suicidio ed altri sono  affetti da catatonia. Molti cercano di spargersi benzina addosso, mentre altri provano ad ingerire detersivo. Almeno due si sono suicidati e altri tre sono morti.

Il 2 maggio del 2016 un ragazzo somalo si è dato fuoco e, trasportato tempestivamente in Australia tramite ambulanza aerea, è riuscito a salvarsi riportando ustioni sul 70% del corpo. Dalla fine del 2017 – riporta ancora Le Monde – oltre 50 bambini rifugiati sono stati trasferiti in Australia per essere ricoverati. Oggi sull’isola ne sono rimasti 46, ma le autorità australiane si oppongono alla maggior parte delle partenze.

Molti esperti dicono che questi bambini sono più traumatizzati di quei minori che vivono costantemente nelle zone di guerra.

«I raccapriccianti e dolorosi racconti di deterioramento della salute mentale, discriminazione e attacchi violenti, violenza sessuale, cure mediche inadeguate e molestie che ho sentito da madri, padri, adulti e bambini di sei anni, dipingono un quadro di persone guidate alla disperazione assoluta», aveva dichiarato Anna Neistat, Senior Director of Research di Amnesty International, nell’ottobre del 2016.

Depressione, ansia, perdita della memoria a breve termine, enuresi notturna e incubi sono i sintomi più frequenti. Il comportamento asociale è diffuso e viene trattato principalmente attraverso la sedazione. Oltre l’80% delle persone è affetto da disturbo da stress post-traumatico (PTSD) e depressione.

«Non mi aspettavo che la loro salute fisica e psicologica sarebbe deteriorata così rapidamente», ha riferito Beth O’Connor, psichiatra di Medici senza Frontiere.

Come spiega nel report il Refugee Council of Australia, i bambini – molto spesso separati dalle loro famiglie – hanno anche smesso di andare a scuola, di fronte a bullismo e molestie da parte di bambini locali e dei loro insegnanti. I fornitori di servizi hanno stimato che nel 2016, dopo la chiusura della scuola di Save the Children a metà del 2015, solo circa il 5-15% dei bambini frequentava la scuola. Amnesty International ha denunciato che nessun bambino frequentava la scuola nel settembre 2016.

Molte organizzazioni umanitarie, infatti, sono state espulse dall’isola e i giornalisti hanno difficoltà ad andare a Nauru poiché la richiesta di visto costa 8.000 dollari e non viene  rimborsata.

«Le prove sono chiare, il Governo australiano ha progettato un sistema deliberatamente violento, destinato a danneggiare le persone. Una tale indifferenza insensibile alla sicurezza e al benessere dei rifugiati non può continuare più a lungo», si esprimeva in questi termini Graham Thom, Coordinatore dei rifugiati presso Amnesty International, nel luglio del 2017.

La situazione era, ed è, talmente insostenibile che il ‘The Guardian’, nel 2016, ha rilasciato i ‘The Narau files’, dove ha raccolto migliaia di segnalazioni di incidenti trapelati da attacchi dettagliati a Nauru, abusi sessuali e pedofilia.

Ma quanto costano questi centri offshore all’Australia? Lo riporta direttamente il sito del Governo australiano: «il budget 2015-16 ha previsto una spesa di 810,8 milioni di dollari per la gestione offshore degli arrivi marittimi irregolari (IMA) nel 2015-16. Tuttavia, i documenti di bilancio 2016-17 indicano che la spesa effettiva stimata in quell’anno era di quasi 1,1 miliardi di dollari».

Costi elevati e violazione dei diritti umani di sicuro non fanno del modello australiano un punto di riferimento.

Lasciare i migranti, dopo un lungo e tortuoso viaggio, in balia dell’attesa di una regolarizzazione ed erigere tendopoli, può, dunque, essere la soluzione? Adottando le politiche di migrazione australiane la risposta non può che essere negativa.

Quali soluzioni adottare allora?

Viste le politiche intransigenti statunitensi, volgiamo lo sguardo al Messico, altro attore principale che gioca un ruolo più che fondamentale in questo contesto. Negli ultimi anni il Messico ha deportato più migranti centroamericani degli Stati Uniti.

Nel 2015, Washington ha espulso 31.443 guatemaltechi per via aerea, il Messico 75.045 via terra. Nel 2016, gli Stati Uniti hanno deportato 35.485 persone, mentre il Messico 56.142. L’anno scorso, invece, le cifre si sono stabilizzate, con il Messico che ha espulso solo qualche centinaia di persone in più degli USA.

Il Presidente eletto, Andrés Manuel López Obrador, che entrerà in carica il primo dicembre, si era subito espresso sulla questione migratoria non appena la prima carovana honduregna aveva iniziato a diventare più consistente. Il problema non va affrontato «solo con le deportazioni o con le misure di forza, ma offrendo opzioni», aveva detto AMLO. Già lo scorso luglio, nel suo discorso di fine campagna elettorale presso lo stadio Azteca, davanti a 90.000 suoi concittadini, Obrador aveva promesso di generare abbastanza lavoro in Messico in modo tale che nessuno sia costretto a lasciare il Paese e di rispettare i diritti umani dei migranti che provengono dalle altre regioni centroamericane.

Non bisogna dimenticare che il Messico arriva da un nuovo accordo commerciale con Canada e Stati Uniti, l’USMCA (United StatesMexicoCanada Agreement), che ha sostituito il vecchio NAFTA (North American Free Trade Agreement). «Gli dissi che il secondo passo è il piano di sviluppo che include l’America centrale per promuovere attività produttive, creare posti di lavoro e quindi affrontare il fenomeno della migrazione, non delle deportazioni», ha detto Obrador riferendosi ad un colloquio che aveva avuto con Trump durante una chiamata per discutere del nuovo accordo.

Oggi, anche l’Arcidiocesi del Messico ha espresso il suo parere in un editoriale: «la migrazione, sia in America centrale che in Messico, è solo la punta dell’iceberg della sofferenza di milioni di persone per la povertà, l’ingiustizia, la violenza e la corruzione»,

Intanto, venerdì 26 ottobre, il Governo della Repubblica messicana ha pubblicato un video, sul suo canale YouTube, nel quale il Presidente Enrique Peña Nieto vara il pianoEstá en tu Casa’, un progetto volto a facilitare lo status di rifugiato dei migranti centroamericani che stanno provando a raggiungere gli Stati Uniti. Il piano prevede per i migranti, assistenza medica, occupazione e accesso all’istruzione per i minori. Una ‘identificación oficial temporal’ sarà concessa nel mentre si regolarizzerà la propria situazione migratoria e permetterà di usufruire facilmente dagli alberghi del Chiapas e dell’Oaxaca. «Questo piano è un primo passo verso una soluzione permanente per coloro che hanno lo status di rifugiato in Messico», ha detto Peña Nieto che, rivolgendosi direttamente ai migranti, ha poi concluso: «il Messico vuole proteggervi e sostenervi, l’unico modo per farlo sarà regolarizzare la vostra permanenza nel Paese e attenervi alle nostre leggi».

Belle parole, peccato che molti migranti non siano propriamente entusiasti di questo progetto. Come riferito dall’agenzia stampa ‘EFE’, infatti, dopo aver organizzato un’assemblea nella città di Arriaga, nello stato del Chiapas, i migranti hanno risposto al piano in una dichiarazione rilasciata venerdì dalle organizzazioni civili. «Questo piano non risponde veramente alle cause dell’esodo centroamericano e quindi non risolve i bisogni [dei migranti, ndr]dal punto di vista del pieno rispetto dei loro diritti umani», si afferma nella dichiarazione, insistendo sul fatto che il piano debba essere ampliato così da includere tutto il Messico.  «Non vogliamo più città carcerarie o Stati in cui i migranti siano confinati senza la libertà di spostarsi o stabilirsi dove possono condurre una vita dignitosa».

I migranti hanno proseguito allora il loro cammino. Cosa li attende? Tra qualche giorno sicuramente i soldati americani alla frontiera. Il futuro lontano, invece, sembra essere molto più incerto e una nuova Nauru, dall’altro lato del Pacifico, non è certo l’ipotesi più umana.

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