martedì, Luglio 16

Migrazione africana: dalle tensioni alle soluzioni Le migrazioni viste dall’Africa attraverso le riflessioni di Gumisai Mutume, noto giornalista di ‘Africa Renewal’, in un intervento di 13 anni fa che oggi suona profetico

0

Il caso #SeaWatch3 e della Capitano della nave, Carola Rackete, ha avuto il merito di farci riflettere sul problema della immigrazione in Italia e in Europa, utilizzato e strumentalizzato da vari governi europei per scopi politici, che con il diritto alla libera circolazione delle persone non c’entrano. Un problema complesso, ignobilmente semplificato da chi non vuole che si comprenda il quadro generale. Un problema che nasconde molti punti bui sia sulla gestione dell’Unione Europea, sia sui compliciafricani’. Ricordiamoci che anche nella tratta degli schiavi gestita da arabi ed europei vi erano complici africani…

Sono rimasto inorridito dalle scene di inciviltà e odio razziale che alcuni video amatoriali hanno mostrato, come lo spaurito ma agguerrito gruppuscolo di simpatizzanti della Lega presenti al molo di Lampedusa al momento dell’arresto di Carola Rackete. Oltre a disgustose allusioni a rapporti sessuali intrattenuti con gli immigrati sulla nave (frutto di pura fantasia,) questo gruppuscolo di ultras da stadio aveva condannato a priori Rackete, sostituendosi alla Magistratura, unico organo predisposto per tale compito. 

Questa scena, assieme alla valanga di fake news e post oltraggiosi sui social media, che hanno leso la dignità di Rackete, rappresentano il sonno della ragione. Quel gruppuscolo di ultras sono dei poveracci come me, vittime delle scelte economiche di precedenti governi e di quello attuale che parla di populismo, ma non è con il popolo. Dei ‘lumpem’, mano d’opera di una destra che si sta progressivamente orientando verso l’estrema destra di nefasta memoria storica. Sono persone che soffrono un disagio sociale ed economico reale, ma incapaci di comprendere cause e origini, e quindi facile mano d’opera per la famosa ‘guerra tra i poveri’. 

Gli stessilumpemche, dall’altra parte del Mediterraneo, disoccupati e senza prospettive, si arruolano nella Repubblica Democratica del Congo nelle varie milizie armate e banditesche. Gli stessi ‘lumpem’ che si arruolano nelle milizie genocidarie Imbonerakure in Burundi, nei gruppi islamici Boko Haram e Al-Shabaab in Nigeria e Somalia o nel Daesh-ISIL per le stesse ragioni. 

Gli stessilumpemche formarono le camice brune nella Germania degli anni Trenta, aiutando Adolf Hitler a conquistare il potere, per poi essere la lui stesso fisicamente eliminati una volta giunto al potere, in quanto non servivano più… 

Pur rimanendo disgustato dalla loro violenza verbale, non mi sento di condannarli a priori, senza appello e senza comprendere le ragioni dei loro gesti dettati da disperazione, esasperazione e incapacità di capire i veri problemi socio-economici della società italiana in profonda crisi. A sangue freddo paiono essi stessi vittime di un gioco più grande di loro e di noi tutti

Sono rimasto inorridito anche dalla violenza verbale usata sui social media da chi era pro o contro Carola Rackete. Vari interventi si sintetizzavano in una guerra di insulti e contro insulti. Una violenza verbale anticamera della violenza fisica. Non mi soffermerò sulle varie dichiarazioni ufficiali e meno ufficiali del nostro Governo. Nè sulle strumentali accuse rivolte all’Italia da Francia e Germania. Penso che tutti questi interventi si commentino da sol,i e si rivelino per quello che sono…

Mi soffermo invece sulla NECESSITA’ DI RAGIONARE! Pochi hanno tentato di esaminare l’episodio di cronaca, immediatamente divenuto caso politico nazionale, sotto un punto di vista razionale, pacato, riflessivo. 

Intendo dare il mio modesto contributo ad un necessario dialogo nazionale che, al di là delle convinzioni politiche e ideologiche di ognuno di noi, deve rimanere sul piano civile e non deve oltrepassare valori universalmente riconosciuti: Umanità, Solidarietà, Fratellanza, Giustizia, Stato di Diritto, Sicurezza dei cittadini e dei nostri ospiti stranieri. Valori sacri per il famoso ‘Villaggio Globale’ che tanto globale sembra non essere. 

Sono stufo di ascoltare solo i Taubob, i Kawajà, i Farenji, i Wasungu, insomma noi bianchi, come i fratelli africani ci chiamano. Per questo ho scelto di dar voce alla stessa Africa attraverso Gumisai Mutume, noto giornalista di ‘Africa Renewal della Sezione Africa del Dipartimento delle Comunicazioni Globali delle Nazioni Unite.

L’analisi che qui vi propongo nella sua traduzione integrale non può essere sospettata di coinvolgimento emotivo, o di presa di parte sulla vicenda di #SeaWatch3, in quanto pubblicata 13 anni fa, nel gennaio 2006. All’epoca Mutume analizzava un fenomeno che era sul nascere, ne intravvedeva le pericolose escalation e derive, proponendo rimedi, frutto di riflessioni comuni e razionali tra colleghi africani e occidentali. 

Avvertimenti e rimedi che noi –Taubob,  Kawajà, Farenji,  Wasungu- non abbiamo voluto o saputo prendere in considerazione per 13 anni, arrivando oggi alla situazione di deriva umanitaria e civile che tutto conosciamo.
Mutume a distanza di oltre un decennio ci fa regalo del dono più prezioso: la possibilità di riflettere e di comprendere. A noi saper utilizzare al meglio questo dono africano. 

 

African migration: from tensions to solutions

«A volte, per mesi e mesi, giovani donne e uomini africani rischiano tutto, compresa la loro vita, pur di affrontare il pericoloso viaggio attraverso dozzine di confini, e le insidiose onde del Mar Mediterraneo, alla ricerca di una vita migliore al Nord. Alcuni muoiono lungo la strada, alcuni vengono respinti e alcuni che terminano il viaggio si rendono conto che la vita potrebbe non essere più facile oltre frontiera. Ma con pochi lavori e scarse prospettive di un futuro decente, migliaia di giovani e adulti in Africa scelgono ancora di migrare, spesso in clandestinità.

Tali movimenti di persone pongono domande difficili per molti governi e per la comunità internazionale. Una delle preoccupazioni più urgenti dei governi e dei cittadini nei Paesi industrializzati è l’immigrazione irregolare: ingresso illegale, matrimoni fasulli, eccedenze temporanee di ammissioni temporanee, abuso dei sistemi di asilo e la difficoltà di rimpatriare i richiedenti non ammessi.

La migrazione è al momento al centro di disaccordi tra i Paesi di provenienza principalmente poveri e le Nazioni più ricche. Oggi il mondo è più connesso che mai. Informazioni, merci e denaro fluiscono rapidamente oltre i confini nazionali, un fenomeno spesso definito ‘globalizzazione’. Ma mentre i Paesi industriali promuovono flussi di capitali, beni e servizi, limitano, allo stesso tempo, il movimento del lavoro, che proviene principalmente dai Paesi in via di sviluppo. I Paesi in via di sviluppo considerano questo come un doppio standard, soprattutto perché il lavoro è un fattore importante nella produzione di beni e servizi.

Tra il 1960 e il 2000, la quota delle esportazioni di merci e degli scambi di servizi è approssimativamente raddoppiata, a causa delle nuove politiche commerciali globali negoziate presso l’Organizzazione mondiale del commercio (OMC). Ma nello stesso periodo la quota di migranti internazionali rispetto alla popolazione mondiale è aumentata solo leggermente, dal 2,5 al 3%. Ciò è dovuto alle crescenti restrizioni alla migrazione ufficiale, che sono anche in parte responsabili della crescita dell’immigrazione clandestina.
Nel 2000 c’erano circa 175 milioni di migranti in tutto il mondo, la maggior parte dei quali provenienti da Nazioni a basso reddito. Circa il 9 per cento -16,3 milioni- erano africani, in calo dal 12 per cento nel 1960. Tra il 5 e il 12 per cento della popolazione di 30 Nazioni industrializzate sono migranti, osserva la Global Commission on International Migration (GCIM).

Problemi complessi

La migrazione porta con sé ‘molte sfide complesse’, afferma il Segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan. Le questioni includono diritti umani, opportunità economiche, carenza di manodopera e disoccupazione, fuga di cervelli, multiculturalismo e integrazione, flussi di rifugiati e richiedenti asilo. I responsabili politici devono anche cimentarsi con le questioni delle forze dell’ordine. Soprattutto sulla scia degli attacchi terroristici agli Stati Uniti nel 2001, molti si stanno concentrando sulla sicurezza  nazionale. “Non possiamo ignorare le reali difficoltà politiche poste dalla migrazione“, afferma Annan. “Ma non dobbiamo nemmeno perdere di vista il suo immenso potenziale a beneficio dei migranti, dei Paesi che lasciano e di quelli verso cui migrano“.

A causa, in parte, della carenza di manodopera in alcuni settori, in un’economia globale in espansione e nella tendenza a lungo termine dell’invecchiamento della popolazione, molti Paesi industriali hanno bisogno di migranti. Affrontano carenze in settori altamente qualificati come la tecnologia dell’informazione e i servizi sanitari, nonché in lavori manuali in agricoltura, produzione e costruzione. Molti chiudono un occhio alla migrazione irregolare per riempire i posti di lavoro che i locali non vogliono assumere.

Ma ci sono limiti al numero di migranti che possono assumere, per una serie di motivi, tra cui l’aumento della disoccupazione nazionale. Alcuni Paesi dell’Unione Europea, ad esempio, hanno un numero crescente di lavoratori ‘sottoutilizzati’, che sono disoccupati o costretti a lavorare part-time. In Francia e in Italia, il tasso di lavoro sottoutilizzato ha raggiunto il 21% nel 2004, dal 17% nel 1994. Di conseguenza, più Paesi riceventi stanno diventando più selettivi riguardo ai migranti che sono disposti a prendere, optando principalmente per quelli con competenze o capitale da investire.

Al contrario, i Paesi in via di sviluppo chiedono politiche più aperte. Considerano la migrazione come un’opportunità per ridurre i ranghi dei disoccupati, guadagnare entrate attraverso la rimessa dei guadagni dei lavoratori e importare competenze, conoscenze e tecnologia attraverso i residenti di ritorno. Eppure sono anche preoccupati di perdere lavoratori qualificati nei Paesi più ricchi, un processo indicato come la fuga dei cervelli. Consapevoli dell’effetto negativo di tale migrazione, alcuni hanno introdotto misure per ridurre l’abbandono di persone le cui competenze sono necessarie, come medici e infermieri.

Come vengono sviluppate le politiche globali per gestire tutti questi problemi è scoraggiante. La migrazione è oggi al punto in cui il commercio internazionale è stato 50 anni fa, afferma Dhananjayan Sriskandarajah dell’Istituto per la ricerca sulle politiche pubbliche negli Stati Uniti. Per molti in quel momento, l’attuale sistema di governance per il commercio internazionale era inimmaginabile, dice. “Chi pensa a un nuovo quadro internazionale per la gestione della migrazione deve affrontare sfide molto simili“, afferma. “Come progettare un sistema che porti a flussi di persone, competenze e rimesse più liberi e più equi?

 

Creazione di posti di lavoro

La maggior parte delle persone che cercano di migrare sono spinte dalle circostanze nei loro Paesi d’origine. Guerra, povertà e persecuzione spingono le persone a diventare rifugiati, richiedenti asilo e lavoratori migranti. Nella maggior parte dei Paesi produttori di emigranti, i posti di lavoro sono scarsi o gli stipendi sono troppo bassi, costringendo le persone a cercare opportunità altrove. Pertanto, in tempi di pace, i governi possono arginare il flusso di cittadini che cercano di andarsene creando posti di lavoro.
Non possiamo ignorare le reali difficoltà politiche poste dalla migrazione, ma non dobbiamo nemmeno perdere di vista il suo immenso potenziale a beneficio dei migranti, dei paesi che lasciano e di quelli verso cui migrano“, afferma Kofi Annan.
La globalizzazione non ha finora portato alla creazione di opportunità di lavoro dignitoso sufficienti e sostenibili in tutto il mondo“, afferma il Direttore Generale dell’ILO, Juan Somavia. Finora, dice, “posti di lavoro e redditi migliori per i lavoratori del mondo non sono stati una priorità nel processo decisionale“.

Negli ultimi decenni molti Paesi africani non sono riusciti a creare posti di lavoro, nonostante il perseguimento di politiche di adeguamento strutturale raccomandate dalla Banca Mondiale e dal Fondo monetario internazionale. Invece, in molti Paesi c’è stato un calo delle opportunità di lavoro e dei redditi reali. Tra il 1994 e il 2004, il numero di lavoratori che vivevano con meno di un dollaro al giorno è aumentato di 28 milioni nell’Africa sub-sahariana.

Temo di pensare alle scene che potremmo contemplare, diciamo, in 20 anni se non facciamo uno sforzo massiccio e consolidato per creare posti di lavoro e opportunità nell’Africa occidentale“, dice il rappresentante speciale delle Nazioni Unite per l’Africa occidentale, Ahmedou Ould-Abdallah. “Quello che sta accadendo ora è solo una punta dell’iceberg, rispetto a quello che accadrà se non si troveranno soluzioni urgenti“.

La Commissione economica delle Nazioni Unite per l’Africa (ECA) di Addis Ababa propone che le politiche di creazione di posti di lavoro nel continente si concentrino su settori ad alta intensità di manodopera come l’agricoltura. I governi dovrebbero lavorare per ridurre al minimo le regolamentazioni agli investimenti privati, nazionali ed esteri, fornire infrastrutture e promuovere sistemi politici che consentano la partecipazione della maggior parte dei cittadini, osserva la Corte dei Conti nella sua relazione economica sull’Africa 2005. Attualmente, i posti di lavoro in agricoltura sono nell’economia informale, a bassi livelli di produttività, osserva la Corte. Questi non possono fornire ai lavoratori un reddito sufficiente per liberare se stessi o le loro famiglie dalla povertà.

Le politiche commerciali internazionali peggiorano la situazione per molti Paesi africani. Ad esempio, la maggior parte dei Paesi che ricevono migranti, proteggono i loro settori agricoli attraverso sussidi, garantendo ai loro agricoltori prezzi più alti che sui mercati mondiali e lasciando i contadini poveri nei Paesi di origine che non sono in grado di competere.

Persino le politiche di investimento nelle Nazioni industriali, che potrebbero essere utilizzate per gestire il flusso di migranti, stanno fallendo. “L’incentivo a investire nei paesi in via di sviluppo è guidato dai profitti attesi, non dalla necessità di posti di lavoro per ridurre l’emigrazione“, afferma Philip Martin, professore all’Università della California negli Stati Uniti.
Non abbiamo bisogno di più diagnosi o soluzioni valide per tutti“, afferma Somavia. “È tempo che le istituzioni finanziarie internazionali, l’intero sistema delle Nazioni Unite e la cooperazione bilaterale concentrino le energie sulla creazione di posti di lavoro in Africa, che sappiamo essere così fondamentali per la pace, la sicurezza e l’unità“.

 

Verso politiche più corrette

Molti Paesi in via di sviluppo sostengono che una migrazione più libera sarebbe un mezzo rapido per aumentare i loro benefici dalla globalizzazione. La sfida è sviluppare politiche accettabili, sia per le Nazioni industrializzate che per quelle in via di sviluppo, e che stimoleranno la crescita economica globale.

Insieme, africani ed europei, abbiamo il dovere di smantellare le reti di immigrazione clandestina, dietro le quali si nasconde un traffico spaventoso e mafioso“, ha detto il presidente francese Jacques Chirac al vertice Francia-Africa in Mali a dicembre. “Insieme, dobbiamo incoraggiare il co-sviluppo e consentire agli africani di godere di condizioni decenti per vivere e lavorare nei loro paesi“.

Ma una cooperazione internazionale di successo per spronare le economie dell’Africa dipenderà da un finanziamento adeguato per la strategia di sviluppo continentale, il Nuovo partenariato per lo sviluppo dell’Africa (NEPAD), compresi aumenti degli aiuti e una soluzione duratura al carico del debito dell’Africa.

I Paesi africani stanno anche spingendo le Nazioni industrializzate a eliminare gli ostacoli alla libera circolazione dei lavoratori attraverso i negoziati in corso presso l’OMC. I Paesi africani e  altri Paesi in via di sviluppo sostengono che, così come lo scambio di merci, servizi e informazioni è stato aperto, anche il flusso di lavoro, un settore in cui i Paesi in via di sviluppo detengono un vantaggio e da cui potrebbero ottenere entrate sostanziali. Guidata dall’India, le Nazioni in via di sviluppo stanno utilizzando la liberalizzazione del lavoro come uno dei marcatori per misurare il successo dell’attuale ciclo di negoziati dell’OMC, che dovrebbe concludersi nel 2006.

 

Convenzioni internazionali

Il GCIM, un organismo fondato su sollecitazione del Segretario generale delle Nazioni Unite nel 2003, propone che le Nazioni Unite istituiscano un meccanismo di migrazione globale per le interazioni. L’agenzia riunirebbe oltre una dozzina di Nazioni Unite e altre agenzie internazionali e sarebbe il forum principale per la migrazione.

I migranti che lasciano i loro Paesi in cerca di lavoro, al momento non sono adeguatamente protetti dal diritto internazionale. Due convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) sono i principali strumenti a tutela dei loro diritti. Le convenzioni sottolineano l’uguaglianza, affermando che gli stipendi dei migranti dovrebbero essere gli stessi di quelli di altri lavoratori che svolgono gli stessi posti di lavoro nei paesi ospitanti. Raccomandano, inoltre, che le Nazioni d’origine e di destinazione adottino accordi bilaterali per proteggere i diritti dei lavoratori stranieri.

La Convenzione internazionale delle Nazioni Unite sulla protezione dei diritti di tutti i lavoratori migranti e membri delle loro famiglie, entrata in vigore nel 2003, va un pò oltre. Copre tutti i migranti economici, compresi i marittimi e i lavoratori autonomi. La legge stabilisce i poteri e le responsabilità degli Stati per gestire i movimenti delle persone attraverso i loro confini e enuncia i diritti dei migranti internazionali.

Tuttavia, permangono le lacune nel diritto e nelle norme internazionali, in particolare legate alla migrazione per motivi familiari ed economici“, osserva la signora Susan Martin dell’Istituto di migrazione internazionale presso la Georgetown University negli Stati Uniti. Le convenzioni dell’OIL sono entrate in vigore con un numero relativamente ristretto di firmatari e la convenzione delle Nazioni Unite è stata ratificata da soli 27 Stati, tutti Paesi di origine per la migrazione.

Le convenzioni internazionali sono impopolari tra i Paesi di accoglienza, in parte perché costano denaro, ad esempio per fornire servizi ai migranti. Alcuni Paesi sviluppati sostengono che queste leggi incidono sul loro diritto di determinare le proprie leggi. “Gli Stati Uniti credono che l’Organizzazione internazionale della migrazione, pur non all’interno del sistema delle Nazioni Unite, sia l’organo appropriato per centrare le discussioni sulla migrazione“, afferma l’Ambasciatore Sichan Siv, un rappresentante degli Stati Uniti presso l’ONU, reagendo alla proposta GCIM di un’agenzia internazionale sulla migrazione. Mentre il coordinamento è importante, dice, “un tale sforzo deve avere al centro che le leggi e le politiche sulla migrazione sono i diritti sovrani degli Stati“.

 

Migrazione temporanea

Negli Stati Uniti, dove ci sono circa 34 milioni di lavoratori nati all’estero (11 milioni di persone illegali), il Presidente Bush sta spingendo per una nuova legislazione interna che consenta la migrazione temporanea per i lavoratori fino a tre anni. Coloro che partecipano, tuttavia, non potranno richiedere lo status giuridico permanente una volta scaduto il loro tempo nel programma. Con più di 1 milione di immigrati catturati che cercano di entrare negli Stati Uniti dal Messico solo nel 2005, il piano di Bush raccomanda l’aumento delle pattuglie di confine.

Le proposte hanno suscitato accesi dibattiti, alcuni dei quali contrari a concedere concessioni alle persone che vivono illegalmente nel Paese. Tali concessioni, sostengono, premetterebbero i ‘trasgressori’. Ma c’è una crescente pressione da parte delle imprese statunitensi per una riforma globale dell’immigrazione, compresi i programmi per i lavoratori ospiti, per fornire modi legali per coloro che sono entrati illegalmente nel paese per continuare a lavorare.

A causa della necessità di ricoprire posti di lavoro in molti Paesi sviluppati, si è registrata una tendenza verso condizioni di ingresso rilassanti per determinate categorie di lavoratori, in particolare in agricoltura su base stagionale. Il settore agricolo dell’Unione europea impiega quasi 500.000 lavoratori stagionali provenienti da oltre 15 membri di lunga data dell’UE ogni anno, prende atto dell’Indagine economica e sociale mondiale del 2004, una relazione prodotta dal Dipartimento per gli affari economici e sociali delle Nazioni Unite.

Migrazione in aumento

Nonostante i tentativi di limitare il numero di persone che attraversano le frontiere, in particolare tra Paesi ricchi e poveri, gli esperti prevedono che la migrazione internazionale aumenterà. Una ragione è demografica. Mentre le popolazioni dei Paesi in via di sviluppo stanno crescendo rapidamente, quelle nelle Nazioni ad alto reddito stanno diminuendo. Per mantenere le loro economie in esecuzione, i Paesi sviluppati hanno bisogno di risorse umane. Il più grande datore di lavoro in Europa, il National Health Service del Regno Unito, è fortemente dipendente dai migranti per lavorare come infermieri e medici, mentre il settore dell’alta tecnologia negli Stati Uniti utilizza migliaia di giovani migranti per riempire molti posti vacanti.

Inoltre, la migrazione è un bene per la crescita economica. La Banca Mondiale stima che se la forza lavoro nei Paesi ad alto reddito crescesse del 3%, anche se i lavoratori aggiuntivi fossero tutti migranti, ci sarebbero 356 miliardi di dollari in guadagni economici globali annuali. “Questo sarebbe più grande dei guadagni dal commercio, per esempio“, dice Dilip Ratha, economista senior presso la Banca Mondiale.

I benefici della migrazione non riguardano solo le Nazioni industrializzate, ma anche i Paesi in via di sviluppo, che ora ricevono oltre 165 miliardi di dollari all’anno in rimesse, denaro spedito a casa dai lavoratori all’estero. “Le rimesse riducono la povertà perché generano trasferimenti diretti di reddito alle famiglie“, afferma Ratha. Indagini domestiche in Uganda mostrano che le rimesse a quel Paese potrebbero aver ridotto la povertà dell’11%.

La domanda è se sia meglio promuovere o limitare la mobilità delle persone che cercano di migrare. La semplice chiusura della porta potrebbe avere implicazioni profondamente preoccupanti per i diritti umani delle persone coinvolt, potrebbe non essere efficace e limitare i benefici che la migrazione offre, sia ai Paesi riceventi che a quelli mittenti, dice il signor Sriskandarajah dell’Istituto statunitense per la ricerca di politiche pubbliche .

Una risposta migliore, suggerisce, è iniziare riconoscendo che la migrazione può essere positiva per coloro che si muovono, per le società in cui si trasferiscono e per le società che lasciano.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore