giovedì, Luglio 18

Migranti, tensione al vertice. Ankara alza la posta

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Che il vertice dei leader Ue a Bruxelles non fosse un appuntamento facile se lo aspettavano tutti, ma la tensione è aumentata notevolmente dopo che la Turchia ha presentato una nuova proposta per gestire la crisi dei migranti. Lo ha annunciato il portavoce del premier turco Ahmet Davutoglu, che in un primo momento non aveva parlato chiaramente. La richiesta, poi, è stata esplicitata nel pomeriggio, come ha confermato anche il presidente dell’Europarlamento Martin Schulz in un incontro stampa al margine dell’incontro. La Turchia, dunque, ha chiesto altri tre miliardi rispetto ai tre che già erano previsti, per gestire la crisi dei migranti. E proprio riguardo ai fondi già stanziati,  il presidente Recep Tayyip Erdogan ha criticato l’Unione Europea per il lungo tempo previsto per lo stanziamento. «Sono quattro mesi e devono ancora consegnarli» ha detto Erdogan da Ankara. «Spero che il primo ministro torni con i soldi» ha aggiunto. La linea dura della Turchia è stata mantenuta da Davutoglu durante tutto il summit. «Questo è il secondo vertice Ue-Turchia in tre mesi. Questo dimostra quanto è indispensabile la Turchia per l’Ue e l’Ue per la Turchia» ha detto. «La Turchia è pronta a lavorare con l’Ue  ed è pronta ad essere un membro dell’Ue, e spero che questo vertice, che non si focalizzerà solo sull’immigrazione irregolare ma anche sull’adesione della Turchia all’Ue, sia un successo ed un punto di svolta nelle nostre relazioni». Dopo il pranzo con Tusk, i 28 si sono, dunque, riuniti per discutere della questione e i colloqui continueranno anche durate la cena prevista per questa sera. Ma per ora sembra che la Turchia l’abbia spuntata e Schulz ha fatto sapere che il finanziamento supplementare dovrebbe essere versato nel 2018.

Ad alimentare la tensione al vertice di oggi ci ha pensato, poi, anche l‘Austria, che ha deciso di chiudere tutte le rotte, anche quella balcanica. Lo ha detto il cancelliere austriaco Werner Faymann al suo arrivo a Bruxelles. «I trafficanti non devono avere alcuna opportunità, per molti è stato finora troppo semplice lasciar passare le persone. Vienna resta ferma contro la politica del lasciar passare»ha ribadito Fayman. D’accordo con lui anche il premier ungherese Viktor Orban. «Non ci possono essere discussioni su reinsediamenti diretti dalla Turchia all’Europa, sicuramente non in Ungheria» ha detto, «perché non c’è possibilità che il governo ungherese faccia alcun tipo di concessione. Consideriamo che il reinsediamento in Europa sia un errore se prendiamo i migranti direttamente da Grecia o Turchia è un invito alle danze. Si getta benzina sul fuoco. Poi ne verranno anche di più». Scettico sulla posizione della Turchia anche il Belgio il cui premier, Charles Michel, si è detto pronto a difendere gli interessi europei con franchezza e senza tabù. «Dobbiamo fermare puramente e semplicemente i flussi irregolari immediatamente e su questo mi aspetto un segnale chiaro» ha commentato. La discussione è ancora lunga e ogni leader dei 28 Paesi vuole dire la sua, ma nella bozza conclusiva del Consiglio dell’Ue, si parla di un impegno della Turchia nell’accelerazione della procedure per il respingimento dei migranti economici che arrivano dall’Egeo. Intanto, sono ancora migliaia i migranti bloccati alla frontiera tra la Grecia e la Macedonia. Circa 20mila sono fermi solo nel campo di Idomeni dove fa freddo, le tende non bastano per tutti, le condizioni igienico-sanitarie sono critiche, e c’era una lunga fila già all’alba davanti al cancello chiuso del checkpoint in cui vengono identificati.

Potrebbero arrivare al più tardi domani sera le salme di Fausto Piano e Salvatore Failla, i due ostaggi uccisi in Libia. Lo ha annunciato il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni che nella giornata di oggi si è tenuto in contatto con gli altri due italiani liberati l’altro ieri dopo otto mesi di prigionia. Gino Pollicardo e Filippo Calcagno sono stati ascoltati dagli inquirenti cui hanno raccontato di essere stati picchiati con calci e pugni e in alcuni casi colpiti con il manico del fucile. Secondo la ricostruzione, mercoledì i carcerieri hanno prelevato Salvatore Failla e Fausto Piano, forse per effettuare un trasferimento in una nuova prigione, e da allora Pollicardo e Calcagno non hanno più incontrato i loro carcerieri né hanno ricevuto acqua o cibo. A quel punto, i due hanno deciso di sfondare la porta del luogo dove erano segregati e sono riusciti a fuggire, senza sapere della morte dei colleghi. A trattenerli sarebbe stato un gruppo islamista non direttamente riconducibile all’Isis, quasi certamente una banda di criminali comuni, ma i pm della procura di Roma sono ancora al lavoro per cercare di ottenere risposte sull’intera vicenda, anche sulla morte dei due connazionali. Il sindaco di Sabrata, Hussein al-Zawadi, in un sms ha confermato che la questione dei corpi e dell’autopsia è nelle mani della Procura e del Procuratore generale, al fine di determinare le cause della morte. Intanto, rompe il lungo silenzio della famiglia Stefano Piano, figlio di Fausto, il tecnico di Capoterra. «Ora aspettiamo solo il ritorno a casa del corpo di nostro padre. Lo Stato ci deve dire la verità sulla sua morte e non abbiamo nominato nessun legale» ha affermato. «Ma ci devono spiegare cosa è accaduto veramente e perché mio padre ed il suo collega sono morti. Non abbiamo potuto riabbracciarlo da vivo, l’unico nostro pensiero adesso è poterlo riavere presto a casa per dirgli addio dignitosamente».

La vicenda è ancora avvolta da contortni poco chiari, mentre è certo che la situazione libica è sempre più fuori controllo. E mentre si parla di una possibile coalizione che intervenga nel Paese, il ministro degli Esteri del governo di Tripoli, Aly Abuzaakouk, ha detto che il suo governo non accetterà mai alcun intervento militare ammantato sotto qualsiasi scusa. Lo ha riferito l’agenzia Mena sintetizzando una dichiarazione televisiva fatta ieri dal ministro. Su eventuali operazioni internazionali contro coloro che si riconoscono nell’Isis, Abuzaakouk ha detto di essere in grado di combattere questi gruppi e di respingere qualsiasi intervento militare nel Paese.

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