sabato, Ottobre 24

Migranti respinti illegalmente ritornano. Giustizia è fatta La nave militare aveva violato le norme internazionali e nazionali in materia di respingimento e di obbligo di accoglienza. Ora 5 eritrei rientrano, l’Italia paga, Berlusconi e La Russa a processo

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Con l’arrivo ieri, all’aeroporto di Fiumicino, con visto umanitario, di cinque cittadini eritrei respinti illegalmente dall’Italia in Libia, nel 2009, a seguito della sentenza del Tribunale di Roma del 14 novembre 2019, si conclude, sia pure in una fase non ancora determinata definitivamente, una vicenda in materia di migranti’, che, a mio parere, chiude in maniera definita la vicenda, ponendo in termini nettissimi il tema.

Ricorderà, forse, a chi come me ha ripetuto con insistenza, senza particolare consenso generale, che il problema della migrazione non può, in termini di garanzie fondamentali dell’ordinamento non solo italiano, chiudersi in termini di affermazioni brutalmente decisioniste, e magari alla luce di affermazioni sovraniste.
Proprio oggi, come dicevo, si giunge ad una fase estremamente importante.

Un gruppo di persone, imbarcate su una barca in avaria, veniva soccorsa da un nave militare italiana il 30 giugno 2009. I naufraghi, benché salvati e rifocillati, furono, dai marinai della nave militare, privati dei documenti e dei valori di cui disponevano e assicurati di essere portati in Italia. Invece, la nave ripeto una nave militare italiana e comunque italiana si diresse in Libia, e lì i naufraghi furono sbarcati con la forza, dato che non volevano in nessun caso andare in Libia, da dove avevano salpato, e meno che mai in Eritrea, da dove fuggivano a causa della guerra in atto ivi.
Per farla breve,
i naufraghi riuscirono a fare iniziare una azione civile contro l’Italia (e specialmente contro il Presidente del Consiglio e il Ministro della Difesa, trattandosi di una nave militare) per ottenere che si constatasse che la nave militare aveva violato le norme internazionali in materia di respingimento (la famosa Convenzione di Ginevra) ma specialmente le norme italiane in materia di obbligo di accoglienza per valutare la eventuale legittimità della richiesta di asilo in Italia.

Il principio generale, sempre non discusso, è quello dell’articolo 10.3 della Costituzione, che definisce il diritto ripeto, il diritto della persona che si allontana dal proprio Paese di chiedere (non di ottenere) l’asilo nel Paese in cui si riesce a sbarcare, se il Paese del quale fugge non garantisce alla persona le garanzie di libertà del nostro sistema costituzionale.
Ne abbiamo parlato molte volte (ho detto anche che RIportarli indietro comporta il deferimento alla Corte Penale Internazionale) e non è il caso di tornarci (chi lo voglia può leggere quanto scritto nel passato, in chiusura troverà alcuni degli articoli redatti sul tema), salvo ribadire i punti focali del tema odierno.

Usare per queste persone il termine di migrante’, e magari di clandestino’, è illecito, e rappresenta, se usato nei loro confronti, una lesione del loro diritto a non essere definiti in maniera criminale, come è il senso di migrante e di migrante clandestino: insomma diffamazione. Ciò perché, chiunque ha diritto (e il suo è un diritto universale, che trova una sanzione netta nel nostro ordinamento attraverso l’art. 10 della Costituzione, come ribadisce seccamente e ripetutamente la ottima sentenza) di lasciare il proprio Paese. Per cui il solo fatto di fuggire da un Paese purchessia non è di per sé un reato, così come lo Stato in cui la persona arrivi in un Paese può, alla luce delle proprie norme, non accoglierlo, ma, in nessun caso, può respingerlo da dove è venuto, anche se si tratta di un Paese di transito (come la Libia), specie se in esso la persona subisce maltrattamenti e il rischio di essere rimandata al Paese di origine.

La sentenza lo afferma con chiarezza estrema, fondandosi anche su di una giurisprudenza ormai consolidata della Corte di Cassazione, anche sulla giurisprudenza della Corte Costituzionale. Su ciò non entro nel merito per non annoiare con particolari tecnici.

La cosa importante nella sentenza è che il Tribunale di Roma va ancora un passo avanti. Stabilendo che il naufrago, o comunque il fuggitivo, ha diritto di chiedere l’asilo e questo diritto è un diritto inderogabile, sia di diritto interno costituzionale italiano, sia di diritto internazionale dei diritti dell’uomo, le cui norme sono nonché inderogabili, prevalgono sulle norme interne italiane, come quelle di gran parte di altri Paesi europei e non.
Per cui, ulteriore passo della sentenza, non solo i fuggitivi debbono essere riportati in Italia, come avvenuto ieri- ma, una volta in Italia, hanno diritto a chiedere l’asilo. Anzi, dato che l’asilo è un diritto inalienabile di questi fuggitivi, se ne sono stati privati a causa del comportamento delle autorità italiane, nel caso di specie, l’Amministrazione italiana ne risponde anche penalmente e pecuniariamente.

La sentenza, dunque, nel ribadire quanto sopra, oggi trova completa attuazione, perché non solo i fuggitivi sono riportati a spese dello Stato in Italia, ma si apre un procedimento penale a carico sia del Presidente del Consiglio che del Ministro della Difesa del tempo (Governo Berlusconi IV, con Silvio Berlusconi Presidente del Consiglio e Ignazio La Russa Ministro della Difesa). La cui parte interessante è che i fuggitivi hanno diritto, e lo hanno ottenuto, di ottenere un risarcimento pecuniario per il comportamento illecito contro i fuggitivi, oggi rientrati in Italia: nel caso una piccola somma, ma utile per il principio, 15.000,00 euro a testa.

Tutto ciò era prevedibile e ovvio, anche se per anni si è cercato di chiudere gli occhi dalla realtà, alla quale io stesso, anche in lavori scientifici e in questo giornale, e il giornale stesso, abbiamo ripetutamente invitato i vari Governi a ragionarci per organizzare comportamenti adeguati non tanto e non solo alle norme internazionali, quanto al nostro ordinamento Costituzionale.
Inviti inutili. Del resto i pasticci inverecondi che si stanno facendo tra un Ministero incapace di agire seriamente e le urla sguaiate di sindaci e presidenti di Regione in frenetica campagna elettorale, non sono di buono auspicio.

Questa sentenza, peraltro limpida, chiarissima e estremamente puntuale (che consiglio di leggere molto attentamente perchè spiega con semplicità l’antigiuridicità -e imbecillità- delle politiche in materia condotte dagli ultimi governi della Repubblica), se ignorata, come sembra che le autorità italiane finora hanno fatto, rischia di diventare un pozzo senza fondo e un danno economico molto serio per il nostro Paese, capace perfino di superare i danni già enormi derivanti dalla pervicace incapacità della nostra legislazione di creare processi di durata umana.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.