sabato, Dicembre 7

Israele: migranti, problema etnico più che economico Il caso dell' accordo ONU-Israele sui migranti spiegato dall' analista Giuseppe Dentice e dal giornalista e scrittore Eric Salerno

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Israele continua ad essere al centro delle cronache estere degli ultimi giorni, tra ‘proteste di sangue’  e problemi di immigrazione. È notizia di questa mattina, infatti, che l’accordo cercato con l’UNHCR a proposito della dislocazione di circa 16mila richiedenti asilo è stato annullato, dopo la sospensione annunciata nella serata di ieri. Il clima a Tel Aviv oggi è pesante e per questo non sono tardate le dichiarazioni del leader dell’opposizione Isaac Herzog, il quale vedeva questo accordo come la soluzione migliore per fronteggiare la delicata situazione (diplomatica e umanitaria), ha chiesto le dimissioni del Presidente israeliano Benyamin Netanyahu.

I fatti devono essere inquadrati in due dimensioni, una puramente domestica israeliana, l’altra meramente internazionale. Nel primo caso l’azione israeliana con le Nazioni Unite da un punto di vista prettamente politico potrebbe spiegarsi con un’intenzione del Governo di far uscire questa storia per distogliere l’attenzione mediatica dai fatti avvenuti in questi giorni nella Striscia di Gaza” commenta Giuseppe Dentice analista dell’ ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale), che ci ha aiutati a comprendere cosa sta accadendo in queste ore: “Da un punto di vista sociale, l’iniziativa accoglie le richieste popolari di dare una risposta sociale efficace all’afflusso dei migranti africani affollatisi nelle periferie dei grandi centri, come Tel Aviv (in particolar modo, dove qui è concentrato il 90% di tutti i migranti africani), dove esiste, a loro dire, una vera e propria ‘Little Africa’ di difficile gestione. Chiaramente il disagio si è trasformato in speculazione politica con una parte dell’esecutivo, posizionato su idee più radicali in termini di gestione del fenomeno migratorio e vicino alle posizioni di Jewish Home, il partito politico del vice premier Naftali Bennett, che ha criticato l’accordo di Netanyahu con l’Unhcr per non aver ricollocato l’intera comunità africana nel Paese all’infuori dei confini nazionali. Di converso, questo accordo ha effetti sia sulla tenuta sempre più pericolante dell’esecutivo a guida Netanyahu in Israele, sia sui paesi presunti destinatari dei ricollocamenti come Italia e Germania, che avrebbero dimostrato stupore per l’annuncio del premier israeliano”.

Un accordo che, come appena detto, per un attimo ci ha riguardato da vicino, poiché prevedeva, secondo quanto rilasciato dal Presidente israeliano, che la metà dei 38mila migranti giunti in Israele tra il 2005 e il 2012 – quelli ritenuti migranti economici e non bisognosi di asilo politico – venisse redistribuita gradualmente, nell’arco di 5 anni, tra alcuni Paesi occidentali, tra cui proprio l’Italia (insieme a Germania e Canada): chiaramente una dichiarazione che ha scatenato subito un putiferio, alla quale il ministero degli affari esteri italiano ha risposto con una netta smentita, dichiarando di non aver siglato alcunché. A seguire, la spiegazione di Netanyahu, secondo cui citare il nostro paese sarebbe servito soltanto a fare un esempio dei Paesi occidentali che avrebbero potuto accogliere la loro richiesta.

È presumibile pensare che questa intesa non fosse stata ancora affinata e che i paesi interessati dall’accordo non avessero accolto tutte le clausole dell’iniziativa israeliana”, continua Giuseppe Dentice, “allo stesso tempo quando la notizia è venuta fuori, Italia e Germania hanno smentito tutto, forse anche per opportunità politica, viste le recenti campagne elettorali nei due paesi fortemente segnate dall’argomento migratorio. Alla luce di ciò e con il rischio di aprire un incidente diplomatico, Netanyahu ha dovuto fare retromarcia e dichiarare sospesa l’intesa, qualora mai essa fosse stata realmente chiusa”.

Si sta parlando di migranti, per lo più di origine eritrea, sudanese e sud-sudanese, che fino a qualche mese fa prima del presunto accordo, avevano come unica destinazione quella di esser deportati negli Stati africani del Rwanda e dell’Uganda (due paesi con cui Israele mantiene ottimi rapporti diplomatici), nel frattempo però detenuti per non più di 60 giorni nelle carceri israeliane. La deportazione sarebbe dovuta iniziare nel giorno di Pasqua, ma era stata ritardata dalla Corte Suprema per una richiesta fatta da un’associazione di migranti. Secondo Netanyahu, non si tratterebbe di rifugiati politici ma solo infiltrati che cercano lavoro di cui il 60% vive a Tel Aviv. A quanti non sarebbe stato riconosciuto lo status di richiedenti asilo, era stata sottoposta una scelta prima del presunto accordo: 3.500 dollari per rimpatriare o scegliere una nuova destinazione (per l’appunto Rwanda e Uganda, anche se la smentita di accordi c’era stata già da parte di queste), altrimenti andare in prigione. Alle espulsioni si era opposta gran parte della società civile, con appelli come quello di una certa rilevanza morale a firma di sopravvissuti all’Olocausto, i quali dicono di non riconoscersi in uno stato così, che «la deportazione snatura l’essenza di Israele».

Questa soluzione dei cosiddetti ‘rimpatri volontari’ non si prefigurava comunque davvero applicabile, poiché come ci spiega ancora Dentice dell’ISPI, “l’ipotesi di donare un incentivo economico di 5.000 dollari al Paese ospitante per ogni migrante partito verso questa direzione è stato mal visto anche dalle autorità giudiziarie israeliane, come la Corte Suprema, che ha chiesto al governo di rivedere tali ipotesi per varie motivazioni, tra cui anche quelle umanitarie, poiché i paesi africani come Rwanda e Uganda non garantirebbero standard democratici e di reinserimento sociale agli individui in questione una volta arrivati lì. Anzi il rischio è che possano essere esclusi socialmente nei paesi che invece avrebbero dovuti accoglierli o addirittura incorrere in nuove tratte che alimentano l’immigrazione clandestina verso il Nord Africa

Il fatto che l’accordo con l’UNHCR sia saltato, però, è qualcosa dovuto non solo alla pressione internazionale ma anche e soprattutto a quella interna, come ci tiene a precisare da Gerusalemme Eric Salerno, scrittore e giornalista esperto di questioni africane e mediorientali: “Non è stata tanto la reazione internazionale e europea, quanto quella di una parte degli israeliani, specialmente del Governo, perché si trattava di un accordo che li obbligava a tenere, comunque, i restanti 18mila che loro non vogliono a prescindere, perché significherebbe lasciare in una zona non proprio periferica ma nemmeno centrale di Tel Aviv altre 10mila persone che la gente di quel quartiere non vuole”, infatti ben il 60% dei migranti africani si trova nella periferia sud di Tel Aviv. “Poi certo, c’è stata anche la protesta da parte dell’Italia, ma sta di fatto che la rinuncia dell’accordo è giunta più per una pressione interna anziché estera. Una pressione che sicuramente aumenterà”.

Il rifiuto categorico di Israele verso i migranti farebbe pensare che ciò risponda ad un’esigenza economica, di insufficienza nell’assorbimento degli stessi. Quella di Israele è un’economia sicuramente giovane, che è cresciuta molto anche nell’ultimo anno, con un Pil aumentato del 2,7% nel secondo quadrimestre del 2017, con un incremento sia degli investimenti industriali, sia dei consumi, stando all’ analisi riportata dal Ministero dell’Economia dello Stato di Israele; aspetto che però, dall’altra parte, “non può mascherare problemi strutturali e collegati principalmente ad una crescita della sperequazione sociale tra ricchi e poveri, che si manifesta ad esempio nelle difficoltà relative agli alloggi nelle grandi città nei confronti dei giovani. Altro problema non proprio di poco peso è la questione socio-economica”, prosegue Dentice, “relativa alla componente ultra-ortodossa, i quali non lavorano e non pagano le tasse ma ricevono aiuti e stipendi da parte del Governo. Infine, ma non per questo meno rilevante, è il costo in sostanza a carico dello stato della costruzione e mantenimento della gestione delle colonie ebraiche in Cisgiordania. In una società giovane e dinamica come quella israeliana, avere dei pesi sociali o delle disparità forti all’interno della stessa comunità di fatto non permette uno sviluppo pieno del proprio potenziale economico

Lo status di Paese perennemente in guerra è qualcosa che influisce in modo ambivalente sull’economia, perché se da un lato questa cosa li rende debitori verso gli Stati Uniti, che contribuiscono in modo sostanzioso al loro bilancio militare e che devono vedere tornare indietro necessariamente qualcosa (“se comprano 10 caccia di ultima generazione lo fanno negli Stati Uniti, con i soldi che loro gli hanno ‘regalato’”, precisa Salerno), dall’altro lato questo non rappresenta un vero e proprio freno alla loro espansione, anzi: “Nel 2006 vi è stato il conflitto tra Israele e Libano e numerosi razzi di Hezbollah colpirono o finirono nei pressi di Haifa, terza città israeliana e distretto industriale e digitale di primissimo livello. Nonostante questo, il Pil all’epoca crebbe del 6%. In sostanza, il fatto di essere da sempre un Paese in perenne stato di guerra o minacciato dai conflitti, nonché la flessibilità della sua stessa struttura economica, permettono al Paese di reagire meglio di altri alle difficoltà in questione, dimostrando elasticità e resilienza di fronte alle difficoltà. Chiaramente non significa che tutti i comparti crescano allo stesso modo”, conclude Giuseppe Dentice.

Ma allora cos’è che rende impellente la necessità di espellere i richiedenti asilo africani dallo Stato di Israele? Una ragione puramente sociale che ci spiega ancora Eric Salerno: “Israele ha la possibilità economica di assorbire una parte di questa popolazione, ma non lo vuole fare perché in questo modo si andrebbe necessariamente a cambiare il carattere particolare di questo Stato e infatti è qui che risiede l’essenza della protesta. Finché si tratta di persone utili da sfruttare nell’edilizia oppure come assistenti per le persone anziane e che poi vanno via, va bene. Quando però cominciano a formarsi le nuove generazioni che crescono di fatto parlando ebraico, a volte andando anche nelle scuole primarie ebraiche, lì si sta cambiando la popolazione. Già fa fatica avere un 2% della popolazione che non è ebraica ma araba, cristiana, musulmana. Avere anche una popolazione africana non piace per niente: nel tempo sono arrivate due ondate di ebrei dall’Etiopia, etiopi storicamente ebrei: non potevano dir loro niente, ma venivano e vengono tutt’ora trattati come cittadini di serie B, perché o non si sono integrati bene o non sono stati aiutati a integrarsi bene. Una forte componente di razzismo è presente anche qui come in Europa”.

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