mercoledì, Settembre 23

Migranti e sponsorship, Italia modello malgrado la Bossi-Fini

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I viennesi che si sono messi in coda per andare a prenderli in Ungheria; i bavaresi che hanno applaudito al loro arrivo; il Papa dal Vaticano che ha fatto appello alle parrocchie perché ognuna ospiti una famiglia di profughi. Insomma il grande evento della migrazione che questa volta ha sconvolto l’Europa dell’est e poi l’Austria e la Germania ha messo in moto un meccanismo solidale dei singoli, dei privati, delle famiglie o delle associazioni. Questa volta nel cuore del Vecchio continente dopo che l’Italia, come ci ricorda la storia recente di Lampedusa o per fare un altro esempio, l’attivismo del centro sociale Baobab, lasciato da solo a Roma a gestire l’emergenza, ha fatto da tempo un po’ da modello, sia pure nascosto, ai protagonisti di questa ondata solidale. Questi eventi hanno spinto la Comunità di S.Egidio, a Tirana i giorni scorsi per un meeting interreligioso, a chiedere esplicitamente al governo di introdurre la ‘sponsorship’, ovvero la possibilità appunto per i privati, qualunque essi siano, di aiutare nel rispetto della legge chi fugge dalla guerra o dalla povertà. Abbiamo chiesto a Mauro Ferrari, docente di sociologia all’Università di Padova ed esperto di politiche sociali e di fenomeni legati all’immigrazione, di dire la sua su questo scatto solidaristico che una volta tanto sta caratterizzando l’Europa e su come si può rispondere alla richiesta di S.Egidio.

 

Professore, questo protagonismo della società civile europea come si può tradurre qui in Italia dal punto di vista legale? Ed esistono dei precedenti di intervento dei privati a favore di chi fugge da luoghi ormai invivibili?

Intanto mi lasci definire tutto questo come il lato buono dell’Europa che riesce finalmente ad emergere. Per quanto riguarda i precedenti, uno illustre ed applicato con discreto successo è capitato anche a me, nella mia esperienza personale, ed è proprio quello della sponsorizzazione. Vale a dire della possibilità per dei migranti di arrivare in Italia a fronte di un garante, cittadino italiano, a lungo residente ed autoctono nel nostro Paese, che mettesse a disposizione una fideiussione bancaria o assicurativa la quale avrebbe coperto i costi dell’eventuale ritorno.

In Italia dunque questo meccanismo già esisteva…

Sì, riguardava i privati cittadini e i singoli migranti per esempio dei paesi maghrebini, arrivati con l’ondata migratoria di una ventina di anni fa. C’era dunque un garante italiano che diventava appunto un riferimento locale. Questa modalità è stata applicata, ha funzionato ma poi è scomparsa. I precedenti dunque ci sono, c’erano, li avevamo in casa pronti all’uso, avevamo già dimostrato la loro efficacia, perché a parte qualche caso di sfruttamento di mano d’opera o di sponsorizzazione fasulla, il meccanismo in sé aveva una sua validità. Che venga riproposta adesso mi sembra altrettanto significativo. A me capitano per esempio sempre più studenti che lavorano sul tema dei richiedenti asilo nel sistema dei ‘c.a.r.a.’ (centri di accoglienza per richiedenti asilo), e il tema che si sta diffondendo e che sta funzionando a dimostrazione della validità di questa idea, è quella della cosiddetta accoglienza diffusa. Di cui ha parlato papa Francesco di recente ma che si sta già realizzando.

Come viene messa in atto?

Si tratta di piccoli numeri per pochi gruppi famigliari o singoli che vengono accolti in comunità altrettanto piccole con un meccanismo quasi di quota pro-capite, tot residenti, tot rifugiati. Questo permette una maggiore articolazione o diversificazione ma l’aspetto interessante è anche quello culturale o interculturale che permette ai soggetti implicati, ai residenti del luogo di sperimentarsi in rapporti di vicinato che invece avverrebbero con modalità più o meno spontanee. In questo modo invece si configura come un progetto interculturale che se non è esattamente l’obiettivo, il quale è invece quello di mettere a disposizione risorse alloggiative e non solo, mette però in modo una straordinaria mobilitazione anche dei soggetti del Terzo settore. Lei citava la Comunità di S.Egidio ma possiamo ricordare le tante cooperative sociali, il volontariato nelle sue forme più diverse, che si mobilita per rendere attive queste persone. Noi sappiamo che il primo tema è quello dell’accoglienza dignitosa. E dunque non persone ammassate in grandi strutture che diventano ghetti facilmente stigmatizzabili. Ma il secondo tema, subito dopo, come dire la fase 2.0, è quello di dare la possibilità a queste persone di rendersi utili. Di trascorrere il tempo in maniera produttiva. Quindi dopo il conseguimento di una dignità strutturale e fisica che consente loro di sopravvivere, c’è subito dopo quella di poter entrare in relazione e svolgere delle attività. E in questo senso questa modalità si sta rivelando una risorsa assolutamente straordinaria per cui ci sono gruppi di volontari o associazioni locali che assicurano i profughi i quali poi svolgono delle attività ordinarie, come la manutenzione del verde, o elaborano con le stesse associazioni di volontariato delle attività benefiche. Quindi si stanno davvero moltiplicando episodi molto diversi tra loro ma tutti con la stessa modalità.

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