lunedì, Aprile 6

Migranti: contenimento, rimpatri ‘cooperativi’ e diritti umani Viaggio tra le pieghe del partenariato euroafricano

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Nell’attuare una politica in materia di migrazione e asilo esterna alle sue frontiere, l’Unione Europea ha adottato un «approccio globale in materia di migrazione e mobilità», che funziona come base generale di indirizzo per una cooperazione aperta, su tre livelli (continentale, regionale e bilaterale), dall’Unione con i Paesi africani. A livello continentale – o ‘unionale’ – troviamo un accordo di «Partenariato in materia di migrazione, mobilità e occupazione» lanciato, nel dicembre del 2007, durante il vertice tra Unione Africana e UE. In questo ambito è stata definita una strategia comune (cooperazione aiuti allo sviluppo, rispetto dei fondamenti democratici e dei diritti fondamentali da parte dei rispettivi Paesi) nonché un primo «Piano di azione» (2008-2010) contenente il capitolo «Migration, Mobility and Employment».

L’attuale documento (2014-2017) mira a combattere alla radice le cause dell’immigrazione illegale e le sue conseguenze, assistito da una Dichiarazione di natura politica approvata dai capi di Stato africani ed europei nel 2014. In tema di immigrazione irregolare, è ribadita la volontà di combattere la tratta di esseri umani e le inerenti violazioni compiute a danno delle vittime, prevenendo fenomeni di dispersione generati da una mobilità incontrollata, affermando la necessità di una gestione rafforzata delle frontiere, di efficaci procedure di rimpatrio e riammissione, con l’auspicata previsione di modalità alternative all’immigrazione irregolare. Tutto ciò – è scritto espressamente – potrà avvenire mediante una «comune sinergia tra migrazione e impiego» con gli Stati di transito e di origine, mediante una più efficiente gestione inter/intra-regionale della mobilità occupazionale (i c.d. ‘migranti economici’). In chiusura al relativo paragrafo (Punto n. 36 del «Piano»), si può ancora leggere: «coopereremo insieme in materia di protezione internazionale e diritto di asilo, allo scopo di promuovere il rispetto dei diritti umani dei migranti».

La formulazione di questi propositi ha trovato riscontro nel Summit sulla migrazione di La Valletta (Malta) dell’11-12 novembre 2015, centrato sul difficile bilanciamento tra sviluppo economico, stabilità e sicurezza internazionale. Ciò sarebbe possibile, grazie al consenso tra i partner e alla previsione di un «Fondo fiduciario» europeo di emergenza per contrastare le «cause profonde della migrazione irregolare e dello sfollamento nei Paesi di origine, di transito e di destinazione». Il finanziamento previsto, di 1,8 miliardi di euro, è destinato a progetti in grado di «creare opportunità di occupazione e (…) sostenere i servizi di base per le popolazioni locali», promuovendo «la resilienza, le prospettive economiche, le pari opportunità, la sicurezza». In termini di coerenza, il Parlamento europeo ha osservato che «le norme e i criteri che disciplinano gli aiuti allo sviluppo per i progetti finanziati dal Fondo (…) devono essere stabiliti in modo conforme ai valori e agli interessi comuni, in particolare per ciò che riguarda il rispetto e la promozione dei diritti umani».

C’è una differenza importante tra i diversi interventi finalizzati a ridurre le ragioni di fuga, incidendo sulle condizioni di vivibilità di un Paese (disponibilità di terra coltivabile, di servizi sanitari e ospedali, riattivazione localizzata di nuovi circuiti economici estranei alle reti criminali, controlli sul commercio delle armi) anziché sul contenimento della mobilità alle frontiere. Contro la logica dei check-point, Sara Tesorieri, policy advisor per l’Immigrazione di Oxfam Italia, chiedeva in quell’occasione una «trasparenza sull’utilizzo di questi fondi» da parte del Consiglio direttivo del Fondo fiduciario, «affinché servano davvero a contrastare le diseguaglianze e aiutare chi è in difficoltà».  Secondo l’Organizzazione, per gestire il fenomeno occorre ripartire dalle sue cause strutturali. Nel Comunicato stampa presentato nel 2015 alla vigilia del summit maltese, Oxfam stimava che, dal 2000 al 2015, sono morte in mare più di 31000 persone, 24000 delle quali nel Mediterraneo, e che queste persone hanno speso complessivamente una cifra ben superiore a quella destinata dall’Unione alle espulsioni (16 miliardi di euro a fronte di 11,3).

Degno di rilievo, a La Valletta, è stato il rifiuto concorde opposto dai Paesi africani al «Piano d’azione sui rimpatri» destinato dall’UE ai «migranti in posizione irregolare», compresi coloro che vedano respinta la propria domanda di asilo – la valutazione dell’irregolarità spetta esclusivamente alle autorità degli Stati membri coinvolti. Il Piano 2015 conferiva maggiori poteri di informazione sugli ingressi e controllo alle frontiere all’agenzia Frontex, con un aumento degli stanziamenti, da parte dei 28 Stati membri, pari a circa 800 milioni di euro fino al 2020. Lo scorso 4 luglio, la Commissione europea ha presentato il nuovo «Piano di azione per sostenere l’Italia, ridurre la pressione e aumentare la solidarietà». All’Italia è richiesta una celere implementazione della «Legge Minniti-Orlando», con aumento del numero di hotspot e una capacità di detenzione ottimizzata. Tra le priorità del documento troviamo, oltre al rafforzamento dei controlli sulla frontiera meridionale libica in cooperazione con i Paesi del Sahel, l’urgenza di «intensificare gli interventi di riammissione (o accordi informali equivalenti) con i Paesi di origine e di transito, con il sostegno degli Stati membri».  Si ripresenta, in forma applicata, un concetto chiave della politica contemporanea europea: l’esternalizzazione della crisi migratoria e il modo in cui si è sviluppata, dai cosiddetti «Processi» di Rabat (per l’Africa occidentale) e Karthoum (per l’Africa Orientale) fino ai più recenti «accordi di riammissione». L’alternativa al «Piano rimpatri» bocciato dai rappresentanti africani nel 2015 si traduce, pertanto, in accordi regionali e bilaterali pattuiti con i diversi Paesi. Si tratta di forme di cooperazione che pongono, su un piano negoziale, il fenomeno dei flussi e un aiuto allo sviluppo ormai storico, se pensiamo alle politiche intraprese, dopo le varie Indipendenze, dai principali Stati europei verso Paesi che meno di un secolo fa erano loro colonie.

Per quanto riguarda la rotta sahariana che porta al Mediterraneo centrale, il «Processo di Rabat», inaugurato nel 2006, si pone tuttora come ‘ponte’ per un dialogo regionale che coinvolge l’UE e tutti i Paesi della macro-area africana occidentale, centrale e mediterranea con i seguenti obiettivi: «organizzare la migrazione regolare» lottando – coerentemente – contro le forme illecite del fenomeno, «rafforzare le sinergie tra migrazione e sviluppo» e garantire la protezione internazionale. Durante la IV  Conferenza ministeriale euro-africana in tema di Migrazione e Sviluppo, il 27 novembre 2014 è stata firmata a Roma una Dichiarazione rispondente a tali obiettivi, nella prospettiva di un’integrazione regionale assistita da programmi che facilitino la libera circolazione delle persone tra gli Stati africani firmatari, in particolare: «ricercatori, commercianti, uomini d’affari,  artigiani, artisti e sportivi». Categorie che – con l’eccezione parziale degli artigiani – non sembrano coincidere precisamente con i migranti economici e climatici (anch’essi ‘economici’ a pieno titolo, almeno finché clima e ambiente saranno determinanti nei rapporti di produzione) che cercano nuove possibilità di inserimento occupazionale e sociale in Europa. Per quel interessa la frontiera esterna, il ponte con l’Europa si dissolve e l’accento si concentra sulla lotta alla immigrazione irregolare  (oggetto di attività di capacity building da dispensare alle rispettive autorità nazionali africane) e a una gestione integrata delle frontiere nazionali in grado di favorire la riammissione nei territori di provenienza, facilitando il rimpatrio volontario e il reinserimento.

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