giovedì, Ottobre 17

Migranti: a Milano una luminosa scelta di campo

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La pigrizia stava per prendermi la mano, ero diventato indeciso, l’età qualche volta rende pigri. Ci vado ma forse ci ripenso, tanto non sono obbligato, mi dicevo.  Poi sono passati in televisione esempi dell’Italia che non voglio, a cominciare dall’inutile Mariastella Gelmini. Una persona così, in un Paese appena più normale del nostro, farebbe tutt’altro, invece qui è stata Ministro, rimediando una delle figure più ridicole degli ultimi due millenni, a proposito di neutrini e di tunnel sotto il Gran Sasso. Dopo una gaffe del genere si emigra in Alaska e non si danno più notizie di sé, invece niente, lei è ancora qui. Un segno di speranza, in fondo, uno dice, se ce l’ha fatta lei nessuno dei nostri giovani deve disperare. Quindi, ragazzi, quando siete travolti dallo scoramento e temete per l’avvenire, pensate a questa donna senza arte né parte. Chiedeva, la signora, l’annullamento della marcia a favore dei migranti, prendendo al pretesto il dramma, per poco non mutato in tragedia, della Stazione Centrale di Milano, dove un ragazzo, italiano (dunque la marcia per i migranti non c’entrava nulla) ed emarginato, è scivolato dalla parte sbagliata, mettendo a repentaglio la vita di alcuni suoi giovani connazionali, che presidiavano lo scalo milanese per garantire la nostra sicurezza.
Siamo grati a militari e poliziotti e proviamo compassione per il giovane aggressore, nato in condizioni socio-familiari a cui non avrebbe retto nessuno. Situazioni estreme, potenziali bombe sociologiche, che proprio politici dilettanti e privi di talento, come l’ex surreale Ministra, non sono mai stati in grado di fronteggiare, né potranno mai candidarsi a farlo, la politica richiede fosforo, non possono essere i peggiori a occuparsene. Il fatto che in Italia lo facciano non significa che sia normale.
A loro, ai peggiori, non servono competenze e progetti, gli basta speculare sull’emergenza, esattamente come il comico prestato alla farsa, che cambia idea ogni fase umorale, a loro la disperazione rende, risolvere i problemi è un’altra cosa.  Lo stesso vale per l’eterno piazzista, che ora fa il partito animalista, a lui nessuno toglie dalla testa che il popolo sia fatto di cretini, pronti ad abboccare a tutte le offerte speciali.

Insomma, riempito dell’energia che riesce a dare la destra italiana ogni volta che apre bocca, sabato mi sono messo sul passante ferroviario e in mezz’ora ero a Porta Venezia, il corteo si stava formando, ma già si capiva che non sarebbe stata una giornata come le altre. Sono bastati pochi minuti ed è diventata una festa multirazziale, pacifica e piena di ottimismo, molto simile al mondo che vorremmo. Una risposta clamorosa alla cultura dell’inospitalità, dell’inimicizia, del rifiuto, che con Milano, metropoli europea, non può avere nulla a che fare. Il capoluogo lombardo non è la Valle Brembana, neppure la Valle Seriana né tantomeno quelle località della Bergamasca, tristi spaccati civili dove la Lega è riuscita a imporre la sua legge barbara e regressiva, fondata sull’individualismo e sulla chiusura, la stessa che molta destra italiana vorrebbe imitare per riprendere il potere nazionale e finire il lavoro di demolizione iniziato nel 1994. Un trauma mitigato dai governi di Romano Prodi.

Milano, sempre più capitale morale del Paese, sabato 20 maggio si è concessa un pomeriggio da Cinque Giornate, alzando un crinale netto tra persone perbene che credono nel solidarismo, l’unica moneta spendibile tra esseri umani, e gli incivili professionisti del razzismo, appena usciti dalle caverne ma pronti a rientrarvi.

Forse poteva accadere solo a Milano, il cui sindaco, partito in sordina e tra le diffidenze della sinistra più sofisticata, che guarda caso è anche la più inconcludente, sta mettendo in mostra una saggezza e un pragmatismo molto milanesi, che si sposano con posizioni apertamente progressiste.
Garbata ma fermissima la sua presa di posizione contro il blitz operato dalla Polizia a Milano Centrale nelle scorse settimane, altrettanto risoluta la sua voce nel difendere la manifestazione di sabato dai subdoli attacchi della destra, che non voleva saperne di vedere gente di ogni colore tenersi per mano, per affermare che senza mischiarci non abbiamo futuro.
Giuseppe Sala, uomo dall’aspetto molto ordinario, è stato l’officiante di questa splendida giornata di popolo, e chissà che non possa diventare proprio lui l’anello mancante a sinistra. Un uomo normale, con le idee chiare sui diritti, dallo stile misurato. Un manager molto competente e capace di trattare i compagni di viaggio della sinistra, quand’anche fastidiosi e narcisi, come presenze e non come rottami. Le famiglie non si cambiano cacciando i figli da casa o mettendoli in condizione di andarsene, ma cercando di fare crescere una cultura in cui tutti si sentono rappresentati.

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