martedì, Novembre 12

Midterm USA: il referendum su Trump e il futuro globale Il principale impatto di queste elezioni, potrebbe essere su come altri Governi valutano il futuro dell'ordine globale, e i cinesi sono pronti a sostenere l’allenza anti-Trump alla quale stanno lavorando Francia e Germania

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Con l’avvicinarsi delle elezioni di Midterm negli Stati Uniti, in programma per il prossimo 6 novembre, l’attenzione è puntata su alcuni Stati che risulteranno cruciali in quello che già si annuncia come unreferendumsull’attuale Presidente, Donald Trump. Un ‘referendum che secondo alcuni analisti avrà un riflesso molto importante più ancora che all’interno, all’esterno, ovvero in termini di politica estera americana, e, ancora di più, su come gli altri governi valuteranno, in funzione della vittoria dei repubblicani o dei democratici, il futuro dell’ordine globale. ’

Eletto nel 2016, dopo una vittoria alle primarie repubblicane che ha sorpreso e diviso il suo stesso partito ed una campagna elettorale che ha spazzato via gran parte delle remore sulla correttezza verso gli avversari, Trump si è dimostrato il Presidente aggressivo che aveva promesso di essere: i suoi attacchi, molto spesso personali, contro gli avversari politici, il suo sostegno, molto spesso abbastanza aperto, verso l’Estrema Destra, sia negli USA che nel resto del mondo, e soprattutto il suo rifiuto quasi sistematico delle prassi multilaterali, lo hanno reso uno dei personaggi più controversi degli ultimi anni. Nonostante le sue affermazioni misogine e spesso al limite del razzismo, nonostante i suoi guai con il Fisco e con la Giustizia, una buona fetta della popolazione continua a seguirlo, compiaciuta dall’idea che si facciano ‘prima gli interessi degli americani’.

Dalla sua parte, il Presidente ha certamente qualche discreto risultato economico, dovuto soprattutto al rallentare della crisi, ma dipinta come un risultato del nuovo isolazionismo USA, e il riavvicinamento di Washington a Pyongyang. Anche l’abbandono di molti punti della linea politica statunitense (dal rifiuto dell’Accordo di Parigi sul Clima alla guerra doganale con l’Unione Europea) viene percepita da una parte degli elettori USA come una grande vittoria di Trump. Si tratta soprattutto dell’elettorato che viene dal profondo degli Stati rurali, interni al Paese, una parte di popolazione che si sente tradita dai politici delle grandi città.

Non è un caso, infatti, che negli ultimi giorni di campagna elettorale per le elezioni di metà mandato, Trump sia impegnato in una lunga serie di comizi in sostegno dei candidati repubblicani (molti dei quali appartenenti all’ala dura fedele al Presidente) in molti Stati fondamentali: dalla Florida al Montana, dal West Virginia all’Indiana, per passare poi a Georgia, Missouri, Ohio e Tennessee. Inoltre, il Presidente segue con attenzione il testa a testa per il seggio del Texas al Senato tra il repubblicano Ted Cruz e l’astro nascente democratico Beto O’Rourke (al momento Cruz è dato per favorito, ma le minoranze sono tutte per O’Rourke) e per il seggio del Minnesota alla Camera, dove potrebbe essere eletta la prima donna musulmana (per di più con il velo), la democratica di origini somale Ilhan Omar.

Nella prassi politica statunitense, le elezioni di medio termine sono un passaggio fondamentale in quanto portano al rinnovamento di tutti i membri della Camera dei Rappresentanti, di un terzo del Senato, dei Governatori di più della metà degli Stati e di molte altre cariche pubbliche. Si tratta, in pratica, di un referendum sull’operato del Presidente che, se bocciato, si troverà a governare con un Congresso ostile. Questa considerazione acquista un peso politico ancor maggiore nel caso di un personaggio controverso come Trump, tanto è vero che il Presidente, negli ultimi giorni, sta sfoderando tutto il suo arsenale propagandistico: dall’attacco alla stampa fino ad arrivare, soprattutto, alla lotta all’immigrazione.

Nelle ultime settimane, una immensa carovana di disperati si sta muovendo dall’Honduras e sta attraversando l’America centrale in direzione del confine meridionale USA. Questa è l’occasione per Trump di rispolverare tutta la sua retorica sulla presuntainvasione‘ da parte degli immigrati. Per contrastare l’arrivo dei migranti, infatti, il Presidente ha mobilitato da prima la Guardia Nazionale e, in seguito l’Esercito: fonti del Pentagono di cinquemiladuecento soldati pronti ad aggiungersi agli ottocento già partiti per difendere il confine con il Messico. Oltre alle Forze Armate, poi, si stanno muovendo delle milizie di estremisti di Destra, i cosiddetti Texas Minutemen: gruppi di esaltati, eredi più o meno espliciti del Ku Klux Klan e della supremazia WASP (White Anglo-Saxon Protestant: Bianco Anglo-Sassone Protestante), che si sentono sdoganati dalle politiche aggressive di Trump e promettono di difendere il sacro suolo statunitense con le armi.

Da parte sua, il Presidente ha dichiarato che saranno approntati degli enormi campi dove i richiedenti asilo dovranno sostare in attesa che la loro richiesta sia vagliata dalle commissioni e, in caso di mancata approvazione (ovvero circa nell’80% dei casi), i migranti saranno costretti ad abbandonare il Paese. C’è di più. Il Presidente Trump si è espresso contro la pratica dello Ius Soli, ovvero il principio secondo cui chi nasce negli USA ottiene automaticamente la cittadinanza. Secondo Trump, questa prassi, che tra la seconda metà del XIX secolo e la prima metà del XX secolo ha contribuito fortemente alla crescita del Paese, dovrebbe essere riservata solo ai figli di immigrati regolari. Negli USA, lo Ius Soli è garantito dal 14° Emendamento alla Costituzione; per modificare la Costituzione, naturalmente, sono previste procedure lunghe e complesse che, però, Trump sembra voler aggirare procedendo tramite un decreto presidenziale. Secondo il Presidente, lo stesso Ufficio del Consiglio della Casa Bianca lo avrebbe rassicurato sulla legittimità di tale intervento e, quindi, è proprio così che lui avrebbe intenzione di agire: non è chiaro, al momento, se si tratti di una mossa propagandistica in vista delle elezioni di medio termine o se in effetti Trump pensi di toccare il 14° emendamento eludendo le procedure per le modifiche costituzionali.

Il risultato delle elezioni di medio termine, avrà non pochi riflessi in ambito internazionale. Da quando Trump è stato eletto, infatti, i rapporti degli USA con il resto del mondo si sono fatti più tesi. In particolare, la nuova Amministrazione statunitense ha duramente criticato il ruolo dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, giudicandola inutile e costosa; inoltre, in più di un’occasione la linea dell’Amministrazione Trump è stata fortemente criticata e contrastata dall’ONU (nel caso dell’uscita dall’Accordo di Parigi sul Clima e del cambio di linea sull’Accordo sul Nucleare Iraniano).

Considerando che gli USA sono uno dei Paesi che contribuiscono maggiormente ai fondi per l’ONU e  che circa un terzo di questi fondi passa dall’approvazione del Congresso (più o meno nove miliardi di dollari nel 2017), si capisce come le elezioni di medio termine, che potrebbero comportare un drastico cambiamento nella composizione del Congresso, siano un passaggio fondamentale per il futuro del multilateralismo.
Secondo l’analista del Center for policy Research della United Nations University, Richard Gowan, esiste, sostiene in una recente analisi, uno «zoccolo duro del Congresso, che comprende personaggi del calibro del Senatore Ted Cruz del Texas, che è esplicitamente critico nei confronti dell’ONU e di altri organismi multilaterali». Nonostante ciò, dal Congresso è sempre arrivato un rifiuto verso le proposte di bilancio dell’Amministrazione Trump, che miravano a tagliare drasticamente il sostengono USA all’ONU. Sempre secondo Gowan, «funzionari conservatori alla Casa Bianca e al Dipartimento di Stato sono stati irritati dall’insistenza del Congresso sull’assegnazione di fondi alle operazioni umanitarie e di pace ONU di cui diffidano».

Se le elezioni di medio termine, come ritenuto dalla gran parte degli analisti e dei sondaggi, vedranno i repubblicani perdere la maggioranza alla Camera e ridimensionare il loro controllo sul Senato (ma questo è più difficile, sempre secondo le previsioni di queste ore), è probabile che il Congresso manterrà il suo ruolo di sostenitore dell’ONU, o, addirittura, si porrà su posizioni ancora più inclini ad un approccio multilaterale in politica estera. Ad esempio, è probabile che i principali Paesi rappresentati all’ONU bocceranno la proposta USA di tagliare di più di sei miliardi e mezzo di dollari i fondi per le operazioni internazionali di pace: se il Congresso che uscirà dalle elezioni di metà mandato sarà favorevole a Trump, esiste la possibilità che gli USA possano prendere l’occasione per allontanarsi ancora di più dall’organizzazione ed abbandonare il multilateralismo; se, al contrario, i democratici miglioreranno la propria posizione al Congresso, allora è probabile che la bocciatura della proposta USA non abbia grandi conseguenze sul rapporto tra Washington e l’ONU.

Inoltre, insiste Gowan «il principale impatto di queste elezioni, in realtà, potrebbe non essere sugli atteggiamenti degli Stati Uniti verso le Nazioni Unite, ma su come altri Governi valutano il futuro dell’ordine globale». I Governi di molti Paesi, infatti, «hanno spesso lamentato l’allontanamento  degli USA dalla via del multilateralismo sotto Trump. Alleati degli statunitensi, come Francia e Germania, hanno iniziato a parlare di creazione di un’alleanza anti-trumpiana di multilateralisti e i diplomatici cinesi hanno lavorato duramente per conquistare i Paesi occidentali con promesse di cooperazione sulla politica commerciale e sui cambiamenti climatici in un periodo in cui gli Stati Uniti non ci si può fidare».

Se, dunque, le elezioni di medio termine non premieranno la politica tenuta da Trump fino ad ora, allora gli alleati degli USA vedranno confermata l’idea secondo cui il trumpismo è un’anomalia, un’eccezione, e, passata questa fase ‘adolescenziale’ (presumibilmente nel 2020), Washinton tornerà in futuro a ragionare in maniera multilaterale. Se, al contrario, le elezioni del 6 novembre premieranno Trump, allora sarà chiaro che gli Stati Uniti stanno entrando in una fase di isolazionismo economico e che non intendono più tener conto di quegli organismi internazionali che, pur con difficoltà evidenti, dal 1945 ad oggi hanno garantito una certa stabilità al nostro mondo. In tal caso, l’ipotesi di un’egemonia cinese attorno alla quale si raduneranno tutti quei Paesi che hanno ancora voglia di multilateralismo, potrebbe acquisire un peso maggiore rispetto al passato.

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