sabato, Luglio 20

Midterm USA: il problema dell’accesso al voto I repubblicani cercano di arginare la risalita democratica ostacolando l'accesso al voto di alcuni gruppi

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Le elezioni di medio termine negli Stati Uniti d’America sono alle porte: martedì 6 novembre i cittadini statunitensi voteranno per eleggere i nuovi Rappresentanti della Camera (quattrocentotrentacinque), trentacinque Senatori (su un totale di cento), trentasei Governatori statali e molte altre cariche pubbliche minori.

Dalla metà del XIX secolo, con l’aumentare dei poteri del Presidente, le elezioni di metà mandato hanno perso importanza rispetto alle presidenziali: normalmente, negli ultimi cinquant’anni, l’affluenza al voto per le elezioni di metà mandato si è attestato attorno al 40% (contro il 60% delle presidenziali). Secondo gli ultimi sondaggi, però, questa volta le cose potrebbero andare diversamente: per la prima volta nell’ultimo mezzo secolo si prevede una crescita del numero dei votanti che potrebbero anche raggiungere il 50% degli aventi diritto. La partecipazione alle primarie (principalmente quelle dei democratici) e le iscrizioni alle liste elettorali fanno dire agli analisti che l’aumento dei partecipanti è effettivamente possibile.

Una spiegazione di questa tendenza all’aumento della partecipazione elettorale può venire può trovarsi nella particolarità di queste elezioni di medio termine: si tratterà, in pratica, di un referendum sull’attuale Presidente, Donald Trump. Trump, infatti, ha da subito rappresentato un elemento di rottura rispetto al passato: rompendo tutte le etichette, utilizzando un linguaggio politicamente scorretto, accusando i media di complottare contro di lui ed appoggiando in maniera quasi esplicita movimenti di Estrema Destra (spesso razzisti e fanatici religiosi), il Presidente si è attirato perfino l’ostilità di una parte consistente del proprio stesso partito. Nonostante il calo di popolarità, il Presidente ha deciso di giocare in attacco: è stato lo stesso Trump a dichiarare che queste elezioni di medio termine saranno un referendum su di lui.

Secondo gli ultimi sondaggi, i democratici sono in vantaggio alla Camera tanto che potrebbero tra i 20 e i 50 seggi in più rispetto alla situazione attuale (ovvero 235 seggi ai repubblicani, 193 ai democratici, 7 vacanti); al Senato, invece, i repubblicani dovrebbero tenere tanto più che sono i democratici ad avere un senatore uscente e, quindi, a dover giocare in difesa nella maggior parte dei seggi in ballo (26 contro 9). In ogni caso, una netta vittoria democratica alla Camera (per ottenere la maggioranza dovrebbero vincere in 22 sezioni) permetterebbe all’opposizione di bloccare, o quanto meno arginare, l’azione dell’Amministrazione Trump. Negli ultimi giorni, i sondaggi hanno visto un lieve calo del vantaggio democratico, che pure risulta significativo (7% circa).

Anche se la parte più di Destra dell’elettorato continua a sostenerlo, il calo di consensi registrato dai sondaggi preoccupa i vertici repubblicani. Mentre il Presidente gira per il Paese promuovendo una campagna elettorale incentrata su di sé e sulla paura del migrante, sembra che alcuni degli uomini a lui più vicini si stiano impegnando in una serie di manovre volte a impedire, o rendere difficoltoso, l’accesso al voto per alcune categorie di elettori che tendenzialmente sono di tendenza democratica. La polemica degli ultimi giorni, in realtà, è tutt’altro che inedita e si ripresenta ogni volta che si vota negli USA.

Un modo semplice per influenzare il risultato elettorale consiste nel gestire ad arte i confini dei collegi: nel sistema statunitense, infatti, i quattrocentotrentacinque collegi elettorali vengono gestiti dalle Autorità dei singoli Stati, anziché dal Governo di Washington. Questo fa sì che sia possibile disegnare i confini dei collegi in maniera da dividere dei gruppi: dato che ogni collegio elegge un Rappresentante alla Camera, la divisione di gruppi di elettorato ostile in più collegi rende più difficile l’elezione dei propri avversari. In inglese, questo sistema viene denominato gerrymandering.

Un altro trucco piuttosto semplice consiste nello scegliere luoghi difficili da raggiungere per il voto. Un esempio è quello di Dodge City, in Kansas, dove l’unico seggio è fuori città. Il 60% della popolazione di Dodge City è di origine ispanica, appartiene alla classe lavoratrice ed è tendenzialmente legato ai democratici; grazie a questo espediente, dunque, i lavoratori ispanici, che molto spesso sono costretti a muoversi con il trasporto pubblico, potrebbe non riuscire a votare. Inoltre, trattandosi di lavoratori, il fatto che le elezioni si tengano di martedì li costringerebbe a prendere un permesso lavorativo, aggiungendo un ulteriore disincentivo. Il Segretario di Stato del Kansas, ovvero colui che organizza e sovrintende allo svolgimento delle elezioni, è il candidato repubblicano alla carica di Governatore dello Stato, Kris Kobach: un evidente caso di conflitto di interessi.

C’è poi la strategia che consiste nell’esclusione di elettori per irregolarità nella presentazione di certificati necessari per accedere al voto. Molto spesso, appoggiandosi a dei cavilli come l’assenza del secondo nome o di un trattino in un doppio cognome, un Governo locale esclude dei cittadini vengono esclusi dalle liste elettorali. In Georgia questo sistema ha portato all’esclusione di circa cinquantamila elettori, di cui il 70% afroamericani: anche in questo caso, il Segretario di Stato della Georgia è il candidato repubblicano al ruolo di Governatore, Brian Kemp, e la sfidante democratica, Stacey Abrams, è una afroamericana.

Infine c’è la questione dei detenuti. In tutti gli USA, solo Maine e Vermont permettono ai detenuti di votare; in altri Stati, il diritto di voto viene sospeso per la durata della pena; ci sono poi Stati in cui per riottenere il diritto di voto deve passare un lasso di tempo anche maggiore di quello da scontare in carcere ed altri, come il Mississipi, dove questo diritto può addirittura essere perso definitivamente.

Appare evidente come le fasce sociali più colpite da questi espedienti sono gli afroamericani e gli ispanici, due gruppi che, tradizionalmente, sono bacino elettorale democratico. I casi di Kansas e Georgia, ma si tratta solo degli episodi più eclatanti, dimostrano come la strategia dei repubblicani punti a limitare il vantaggio democratico nei sondaggi, escludendo dal voto fasce di popolazione che probabilmente non voterebbero a favore di Trump. Inoltre, anche la questione dei detenuti si inserisce sulla stessa linea: afroamericani ed ispanici sono nettamente maggioritari nelle carceri statunitensi Questo dato impone una riflessione di tipo sociale, oltre che comunitario: dato che la percentuale di detenuti aumenta quanto più si va verso le fasce più disagiate e povere della società, la questione da razziale diventa economica e di classe sociale.

Facendo leva sul voto della classe medio-bassa, rurale e bianca, spaventata dall’allarme migranti e risentita nei confronti di una classe dominante percepita come ipocrita e corrotta, i repubblicani puntano a limitare il vantaggio democratico e a mantenere quanto meno il controllo del Senato. I democratici, da parte loro, possono contare sul voto delle classi più colte e di alcune minoranze (afroamericani ed ispanici in testa) che non apprezzano le posizioni razziste di Trump; inoltre, le uscite misogine del Presidente fanno sì che la maggioranza dell’elettorato femminile simpatizzi per i democratici. In ogni caso, le elezioni presidenziali del 2016 hanno dimostrato come, in questo particolare frangente della storia statunitense, i sondaggi possano fallire clamorosamente.

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