martedì, Novembre 19

Midterm: candidati amerindiani in difesa dell’ambiente Sette candidati amerindiani al Congresso e un centinaio di candidati alle elezioni locali, per cariche di governatori, parlamentari regionali, sceriffi e nelle pubbliche amministrazioni. La loro priorità è l’ambiente

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Alle elezioni di midterm del 6 novembre in Usa ci saranno anche sette candidati amerindiani al Congresso -di cui tre donne- due volte di più rispetto alle ultime votazioni nel 2016. A questi si aggiungono un centinaio di candidati sempre amerindiani, di cui 52 donne, alle elezioni locali, per cariche di governatori, parlamentari regionali, sceriffi e nelle pubbliche amministrazioni. Ai quattro angoli degli Stati Uniti, nel Nuovo Messico e in Oklahoma, ad Hawai e nel Dakota, gli autoctoni sono decisi a far sentire la propria voce: vogliono dunque pescare consensi ben oltre il bacino elettorale delle tribù, il cui tasso di partecipazione è storicamente basso, tra cinque e 14 punti di meno rispetto alla media nazionale. Al centro della campagna dei candidati amerindiani c’è ovviamente la discriminazione ai danni delle minoranze, ma anche questioni di interesse comune: ambiente, accesso alle cure e violenze domestiche.
«La mia tribù è qui dal 1200. Sono una donna, una donna di colore», ha dichiarato Deb Haaland, candidata al Congresso, del quale hanno già fatto parte una decine di autoctoni, ma finora nessuna donna. La Haaland, della tribù Pueblo of Laguna del Nuovo Messico (ovest), è una democratica, oppositrice agguerrita al Presidente Donald Trump; fa campagna per una riforma dell’immigrazione e in difesa dell’aborto. Per la Haaland l’arrivo di Trump alla Casa Bianca e la sua politica conservatrice sono stati fattori decisivi per scendere in campo.
Tuttavia, «spiegare il record di candidature come un effetto Trump sarebbe una risposta facile. In realtà si tratta di un fenomeno risalente agli anni ’90 che ha visto elette un crescente numero di donne nere, ispaniche ed asiatiche»,  ha sottolineato Christine Marie Sierra, professore di Scienze politiche all’Università del Nuovo Messico.
Sempre nel Nuovo Messico, ma in un’altra circoscrizione, si candida Yvette Herrell, apertamente pro-Trump, cristiana, conservatrice, a favore di un rafforzamento dei controlli ai confini e dell’espulsione dei migranti. La terza candidata è Sharice Davids, esponente del Partito democratico nel Kansas, avvocatessa, esperta di arti marziali, dichiaratamente omosessuale.

Ancora ai margini delle politiche pubbliche, vittime di discriminazione e razzismo, gli amerindiani rappresentano cinque milioni di persone negli Stati Uniti. Sono ancora in cerca di riconoscimento e rispetto per la propria identità, tematiche sempre sensibili. Molti di loro rischiano di non poter andare alle urne. Nel Nord Dakota, Stato chiave per Trump per confermare la maggioranza in Senato, di recente i repubblicani hanno fatto approvare una legge che stabilisce l’obbligo di un indirizzo fisico per avere il diritto di partecipare al voto. Un provvedimento teso ad impedire le frodi, ma che nei fatti rischia di escludere 20 mila amerindiani che vivono in riserve, senza nomi di strade.

Uno dei temi capitali per gli amerindiani è l’ambiente. In passato vittime di violenze e discriminazioni, oggi i nativi americani sono i primi a rischio per i cambiamenti climatici che si manifestano negli Stati Uniti del Presidente anti-ambientalista Donald Trump. Molte tribù stabilite nelle regioni costiere, dalla Louisiana all’Alaska, ma non solo, devono fare i conti con l’innalzamento dei mari dovuto al riscaldamento globale che sta man mano cancellando dalla mappa i villaggi ancestrali. Alcune comunità si sono già trasferite nell’entroterra, in zone più elevate, mettendo a repentaglio i propri usi e costumi tradizionali, che rischiano di non sopravvivere alla migrazione forzata. Tra di loro, sulla costa orientale degli Stati Uniti, nello Stato di Washington, ci sono gli indiani della Olympic Peninsula, un tratto di costa che ospita una rara foresta pluviale dal clima temperato, erosa dall’aumento del livello del mare e dei temporali, ormai non più esclusivamente invernali e sempre più intensi, che causano alluvioni e frane.
Secondo uno studio dell’Università di Washington, nel 2100 la costa Pacifica sarà ricoperta di almeno 30 centimetri d’acqua. Oltre agli Hoh, giù ricollocati nell’adiacente Olympic National Park, e ai Quileute, in fase di riorganizzazione, la tribù dei Quinault è in grande difficoltà. Il loro antico villaggio di Talolah, da anni messo a rischio dall’innalzamento dei mari e dalle violente mareggiate, è stato in parte inghiottito da una grande inondazione che, nel 2014, ha sfondato ilsea wall’, il muraglione alto tre metri che lo proteggeva, costringendo i suoi 80 residenti a pianificare il trasferimento in un nuovo centro.
Così nel 2017 un piano di urbanizzazione ha approvato la costruzione di un altro villaggio per i Quinault, su una collina a 600 metri di distanza e a 40 metri sopra il livello del mare, temendo anche per un futuro tsunami. Il costo del trasferimento di Taholah è stimato almeno intorno ai 200 milioni di dollari. Dato che i fondi federali coprono soltanto una parte della costruzione del nuovo villaggio, la tribù sta cercando altri modi per finanziarsi, dalle donazioni alle detrazioni fiscali.
Fawn Sharp, giurista e presidentessa della Nazione Indiana Quinault, è all’origine della proposta 1631 per imporre nel 2020 la prima tassa carbonio negli Stati Uniti. 

«I nostri antenati erano bravi custodi della terra. Eppure siamo noi a pagare al posto di chi non ha condiviso quegli stessi valori. Le comunità tribali delle coste, come i Quinault, hanno molto da perdere. Le loro tradizioni. Le loro case. Le loro vite»  ha detto la Sharp.
La presidentessa della Nazione Indiana Quinault è preoccupata che il trasferimento significhi la perdita di generazioni di patrimonio storico e culturale, cosa che la comunità deve mettere sulla bilancia rispetto ai rischi che comporterebbe restare. Dopo lunghe battaglie le nazioni indiane della regione sono riuscite a convincere gli ambientalisti ad includere la sorte degli sfollati del clima in un referendum che sarà sottoposto agli elettori dello Stato di Washington, oggi. Tra le proposte da valutare c’è anche la numero 1631 a firma della Sharp.
Già negli anni scorsi gli scienziati hanno raddoppiato la stima dell’innalzamento del livello del mare: se gli alti livelli di emissioni di gas serra non si fermeranno, il mare potrebbe alzarsi fino a 1,8 metri entro il 2100. Se ciò accadrà, molti isolotti bassi e villaggi costieri negli Stati Uniti e in tutto il mondo verranno sommersi. L’aumento è causato dallo scioglimento delle calotte polari e dei ghiacciai, oltre a mere questioni di fisica; quando l’acqua si riscalda, si espande, e gli oceani hanno assorbito la maggior parte del riscaldamento climatico.
A Taholah e dintorni il cambiamento climatico sta già ipotecando le attività tradizionali della comunità, basate su frutti di mare e sul salmone blu, quindi la sua stessa sopravvivenza. Tra il 1997 e il 2009 il fiume Quinault è diminuito del 90%, la sua temperatura è meno fresca e l’acqua è meno ricca in ossigeno. Si è drasticamente ridotto il numero di salmoni e quest’anno, per la prima volta nella loro storia, in occasione delle cerimonie tradizionali gli abitanti del villaggio non hanno trovato neanche un salmone blu per i rituali. Come se non bastasse il proliferare di un’alga tossica, chiamata ‘il blob’, formatasi nel nord del Pacifico già da qualche anno, ha fatto chiudere numerosi stabilimenti di frutti di mare nel Quinault, che rifornivano i mercati del Portland.
Oggi sperano che il loro ‘SOS’ venga ascoltato dagli elettori americani.

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