lunedì, Ottobre 14

Michaëlle Jean: grazie italiani per l’aiuto ai migranti field_506ffb1d3dbe2

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Quello che lei ha detto a proposito della diffusione della francofonia è importante non tanto per la lingua quanto per il concetto di comunità che l’uso di una lingua rappresenta. Lei ha lanciato un messaggio di speranza, di futuro di fronte alle violenze delle ultime settimane in Francia e in varie altre parti del mondo. Ci può spiegare di cosa si tratta?

Innanzitutto voglio salutare la solidarietà italiana. Sono molto commossa nel vedere quanti cittadini anonimi, cittadini senza nome in tutta solidarietà sono sempre stati presenti per sostenere uomini e donne migranti che arrivano sulle coste d’Italia e che con uno sforzo immenso si sono sempre prodigati per loro. Voglio salutare queste persone perché io stessa sono stata una rifugiata in passato, ho dovuto lasciare il mio Paese natale costretta dalle circostanze e abbiamo trovato un Paese che ci ha accolti, me e la mia famiglia: il Canada. Quello che ha fatto la differenza è stata questa attenzione a quello che eravamo, alla nostra umanità, alla nostra dignità, alla nostra sicurezza, ai nostri diritti di cittadini. Questo è stato formidabile.

Allora grazie Italia!

 

Non pensa che il rischio ora sia che le violenze dei giorni scorsi possano avere delle conseguenze negative sugli immigrati?

Certamente non bisognerà mettere da parte la nostra umanità, la nostra capacità di tendere la mano agli altri perché ci sono stati degli attentati. Bisogna evitare che migliaia di uomini e donne che hanno bisogno, che chiedono l’asilo, vedano le loro aspettative sacrificate a causa di questa tragedia, a causa di pochi scalmanati che hanno compiuto questo gesto abominevole (a Parigi).

 

Qual è il messaggio che emerge da questo incontro del Foro Mondiale della Democrazia organizzato dal Consiglio d’Europa?

Io credo che il messaggio che voglio condividere sia quello della necessità di stare insieme. La francofonia è certamente una lingua da condividere e questo è importante, ma essa ha soprattutto la funzione di leva, una leva per difendere dei valori fondamentali. E noi lo facciamo concretamente con azioni diplomatiche, con la politica, attraverso azioni di rafforzamento dell’istruzione, attraverso azioni di sensibilizzazione per far capire che la lingua è uno strumento di coesione sociale per riunirsi, per celebrare dei valori, e anche per lavorare su uno sviluppo e una economia durevole. Il messaggio che emerge da questo Forum della Democrazia, che raccoglie gente da svariati orizzonti, è di metterci insieme a riflettere per cercare soluzioni da poter costruire insieme.

 

Lei vede la Fracofonia particolarmente toccata dalla crisi migratoria. Perché?

I Paesi africani dello spazio francofono continuano a veder arrivare sul loro territorio flussi di migranti in cerca di un rifugio. Il fenomeno coinvolge anche altre regioni compreso il Libano, che conta attualmente oltre un milione e mezzo di rifugiati siriani, cioè quasi un quarto della popolazione del Paese. E su questo piccolo territorio si trovano da decenni anche rifugiati palestinesi e iracheni. La francofonia quindi, che raggruppa allo stesso tempo Paesi di partenza, di transito, di destinazione e di accoglienza di rifugiati e migranti; apporta un contributo all’analisi e all’identificazione di soluzioni di questo fenomeno che fa oramai parte integrante del programma di cooperazione che ci lega al Consiglio d’Europa.

 

Pensa che dallo sforzo fatto per accogliere i rifugiati possa emergere un’azione comune per la lotta al riscaldamento climatico?

La francofonia si è fortemente mobilitata per spingere verso un accordo ambizioso e duraturo per lottare contro il riscaldamento del pianeta di cui si parla in questi giorni al COP21 a Parigi. Due terzi dei migranti nell’Africa subsahariana partono a causa dell’aridità delle loro terre, che non producono più come prima, e delle risorse naturali che cominciano a scarseggiare. Aiutarli a restare significa anche aver vinto la battaglia del clima. In questa regione 12 milioni di giovani che arrivano sul mercato del lavoro sono colpiti da una disoccupazione di massa. Bisogna attivarsi per creare degli sbocchi. Ho lanciato lo scorso marzo, nel quadro della nostra strategia economica, un programma basato sull’imprenditorialità, con lo sviluppo di incubatori e acceleratori delle piccole e medie imprese per creare posti di lavoro specie per giovani e donne. È un programma che si sviluppa in base a un partenariato pubblico-privato, con un occhio di riguardo all’innovazione, alle nuove tecnologie e alla qualità. Ci auguriamo che dei partner finanziari possano accogliere questo messaggio e aiutarci a portare avanti il progetto.

 

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