mercoledì, Ottobre 16

Mezzo secolo di Luna: ma che insegnamenti ci ha dato? Al clima di grande aspettativa degli anni Sessanta oggi si è sostituito un rapporto binario di eccitazione ma anche di grande indifferenza per le attività spaziali

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Ci avviciniamo velocemente alla data del 20 luglio, giorno in cui si celebreranno i primi cinquant’anni dallo sbarco umano sulla Luna. Come altri giornali, anche noi torneremo per tempo sull’argomento. Ma oggi pensiamo di soffermarci su qualche aspetto laterale di un evento che sembrava promettere di cambiare il mondo e invece ne ha modificato essenzialmente solo la mentalità dei suoi abitanti senza però aver avuto altri effetti significativi. In modo trasversale, non sempre coerente né veritiero ma che comunque merita qualche considerazione.

Negli anni in cui una dozzina di superman americani metteva i propri scarponi a contatto con una superficie diversa da quella terrestre, con una camminata 75% meno pesante della loro abituale, il pianeta da cui si erano distaccati continuava ad essere inzuppato del sangue versato in Vietnam, in un conflitto armato combattuto fino al 1975, dalla lontana conferenza di Ginevra del 1954.

Oggi, come allora, seguiamo le guerre regionali scatenate da cancellerie lontane migliaia di chilometri dai campi di battaglia e se qualcuno dovesse raccontare a un visitatore extraterrestre che sulla Terra ci si ammazza per una palude o per un deserto pieno di sabbia ma che gli stessi suoi uomini poi si recano in proclama di pace in altri mondi, le parole per descrivere una tale assurdità sarebbero veramente ridicole.

Ma da allora qualcosa si è veramente trasformata, sarebbe fuorviante negarloLa consapevolezza di poter andare ad attingere nuove risorse dallo spazio, oltre che sfruttarne gli ambienti per un maggior controllo dell’intero sistema sub atmosferico oggi ha raggiunto un miglior grado di sensibilità, con un abbassamento del costo di accesso e un numero di attori ben superiore a quelli del 1969, in cui la competizione era legata solo a due grandi potenze.

La mentalità che ne sta scaturendo è di un’economia liberista –secondo la modellizzazione creata dall’austriaco Friedrich von Hayek, capeggiata forse incosciamente dall’imprenditore naturalizzato americano Elon Musk, che oggi assieme a poche altre teste, incarna prepotente l’iniziativa privata nell’accesso allo spazio. Piuttosto lontana, a ben guardare dalle dottrine centralistiche seguite dalla Nasa, l’ente spaziale americano che vanta il possesso dell’intero tragitto di esplorazioni e conquiste spaziali del Nuovo Continente. Almeno fino ad ora. 

Si parla spesso di space economy e a questa fetta di una visione post moderna si affidano prospettive diverse dagli intendimenti che probabilmente merita. Trarre vantaggio dalla catena del valore, da sviluppo e realizzazione delle infrastrutture spaziali è solo un primo passo di un salto enorme da far compiere alla scienza e alla tecnologia in un futuro non lontano. 

Per parte nostra, abbiamo guardato sempre con grande curiosità le ipotesi di una futura colonizzazione del sistema solare non condividendone mai né le possibilità, né i principi, così come abbiamo asserito che 24 impronte lasciate sulla Luna dagli equipaggi di Apollo non hanno mai rappresentato di per sé un valore scientifico. Riprodurre le condizioni di vita su un altro corpo celeste al momento ci sembra assurdo, così come sosteniamo l’impossibilità di adattare la vita umana a altre condizioni extra-terrestri. C’è poi anche un ostacolo sociale che si mostra più pressante: ha ragione Cobol Pongide quando nel suo libro ‘Marte oltre Marte’ riporta preoccupazioni di un archetipo organizzativo non esportabile e dunque immaturo per generare nuove civiltà. Sarebbe infatti preoccupante pensare a una società come quella raccontata da Andy Weir in ‘Artemis’, romanzo molto profondo che ha avuto meno visibilità di ‘The Martian’ ma che riteniamo più verosimigliante ad una realtà poco immaginabile.

Seguitiamo pertanto a sostenere che affidare alle macchine automatiche l’esplorazione planetaria è molto più efficace e sicuramente di maggior economicitàMa allora la navigazione cosmica, fatta eccezione per il settore uplink (infrastrutture spaziali) in cui i beni prodotti sono strettamente legati alla ricerca e sviluppo e il downlink ovvero servizi basati sulle infrastrutture spaziali, non serve a nulla? No, non potremmo mai affermare questo assunto.

Un’opportunità che sfugge molto all’attenzione più superficiale è però che al clima di grande aspettativa degli anni Sessanta oggi si è sostituito un rapporto binario di eccitazione ma anche di grande indifferenza per le attività spaziali. Lo spazio appare lontano a noi europei, perché nelle negoziazioni tra gli Stati per la messa a punto di qualsiasi programma non si ravvede mai un’aria di sfida così come si racconta negli States. Anzi, è il regime di compromesso che angoscia i cittadini europei. Noi siamo persuasi che qui, sul suolo che è stato patria di civiltà e di culture diverse, la mentalità rivoluzionaria di un Musk o di un Jeff Bezos naufragherebbe prima ancora che i loro piani fossero varati. È un limite molto grave che impedisce ogni crescita e soprattutto impedisce la volontà di sognare.

Probabilmente in Europa mancano le scuole adatte o più semplicemente le disparità legislative, invece di rappresentare una risorsa impagabile per l’Unione Europea, costituisce sempre un limite alla possibilità di crescere. 

Si ripete spesso che lo sbarco umano sulla Luna sia stato il primo evento mediatico veramente globale. Sfugge però quanto l’operazione fosse stata concepita con dettagli importanti: infatti i collegamenti furono resi possibili proprio grazie all’entrata in servizio, pochi anni prima, dei satelliti per telecomunicazione Intelsat ed Early Bird. Non fu un caso e su questa accurata preparazione tecnologica si dovrebbero fare molti ragionamenti. Uno tra tutti, quello di una sinergia interpretativa degli eventi e di una struttura pianificata in grado di decidere con coerenza i passaggi da compiere per traguardare gli obiettivi decisi.

È una mentalità che tarda ad arrivare in Europa, fino al punto, almeno, in cui si separeranno gli spiriti nazionalisti e gli interessi di parte da un universo che dovrebbe volere prima di tutto la crescita economica e sociale di una globalità. Non sono stati questi gli argomenti che hanno trainato l’ultima campagna elettorale per il rinnovo dell’europarlamento e ce ne doliamo profondamente. Così come è doloroso pensare che le decisioni che si concretizzano nelle sedi del governo continentale riflettano sempre la posizione corporativa degli stati più forti, più preparati, più intransigenti al rispetto dei propri interessi.

L’Italia non è tra questi. Non lo sarà fino a quando non sostituirà l’impegno alle minacce, la professionalità ai rapporti interpersonali, la preparazione al clientelismo. Scriviamo questa chiusura con grande preoccupazione. La richiesta di aumentare il budget da portare alla ministeriale dello Spazio che si svolgerà prossimamente a Siviglia non sembra allineata alle nostre specifiche esigenze. E i rapporti di forza che si stanno determinando nell’ambito dei comitati costituiti per dare vigore al settore, oggi ci appaiono più che mai confronti di assoluta debolezza.

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