giovedì, Dicembre 12

Messico: la linea morbida della lotta alla droga L’elezione di AMLO ha portato senza dubbio un’ondata di novità in un Messico sempre più funestato dal narcotraffico. Il nuovo Presidente ha un’idea particolare su come contrastarlo

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In Messico si è entrati in una nuova era: nel mese di luglio, il populista di sinistra Andres Manuel Lopez Obrador, detto AMLO (acronimo del suo nome), ha vinto le elezioni, ponendo fine al dominio del Partido Revolucionario Institucional (PRI), partito al Governo pressoché ininterrottamente dal 1929, con una pausa dal 2000 al 2012. Dall’altro lato, c’è quella vasta galassia di gruppi, più o meno grandi, che, per comodità viene posta sotto l’etichetta di narcotraffico. I trafficanti di droga costituiscono da sempre la piaga per eccellenza per il Messico e i vari sforzi compiuti finora, le grandi risorse investite fino a questo momento, non sembrano aver portato altro che ulteriore morte, devastazione e distruzione. L’arresto del Chapo, leader del Cartello di Sinaloa, avvenuto nel 2016, non ha abbattuto il narcotraffico, che ora ha un nuovo capo: Nemesio Oseguera Cervantes, detto El Mencho, boss del Cartello di Jalisco.

La lotta al narcotraffico è stato un punto-chiave della vincente campagna elettorale di AMLO e del suo partito, il Movimento di Rigenerazione Nazionale ( conosciuto come MO. RE. NA). E molto ha fatto discutere il suo approccio al problema, volto, nelle intenzioni, a eliminare le cause, più che ha estirparne i funesti effetti. Sin dai comizi, infatti, l’allora candidato Presidente aveva espresso la sua contrarietà a, testualmente “combattere il fuoco con il fuoco”, ritenendo inopportuno proseguire la guerra violenta al narcotraffico e indicando una particolare ricetta, esemplificata nello slogan “abbracci, non fucili” (in spagnolo, “abrazos, no balazos”). Come si possa contrastare violenti narcotrafficanti con gli abbracci è qualcosa che ha lasciato interdetti molti degli osservatori politici, ma l’idea prende spunto dalla fallimentare guerra alla droga inaugurata nel da un suo predecessore, l’allora Presidente messicano Felipe Calderon. L’invio dei militari nelle zone più colpite dal cancro del narcotraffico non ha fatto altro che alzare il livello dello scontro, con un incremento del numero dei morti incredibile: 200 mila omicidi da 2006 a oggi, con un picco di 29 mila solo nel 2017. A queste cifre, vanno aggiunte le 30 mila persone ufficialmente scomparse dal 2006. In una delle zone più colpite, nei pressi di Tecoman, si arriva a una media di 172,51 morti ogni 100 mila abitanti. Quando si parla di ‘guerra alla droga’, quindi, non si compie un’esagerazione iperbolica.

La strategia di AMLO, dunque, si prefigge di contrastarne le cause, andando a indagare e risolvere le ragioni profonde che spingono decine e decine di migliaia di messicani a diventare parte attiva o complici inconsapevoli dei cartelli della droga. Il piano si snoda attraverso alcuni punti: creazione di ‘forum di ascolto’, tenuti su base nazionale, in cui le vittime di violenza, leader politici e religiosi verranno ascoltati, in modo di creare, dalla base, proposte, idee, iniziative volte al contrasto del narcotraffico; formazione di commissioni d’indagine per i crimini più violenti; diminuire l’uso dell’esercito, in favore di forze di polizia addestrate appositamente e quindi più pronte e più preparate a contrastare il fenomeno. Inoltre, a questo, vanno aggiunte la depenalizzazione della marijuana, in modo tale da indebolire economicamente i narcos sottraendo loro una delle loro entrate, e una amnistia per i reati non violenti commessi dai narcotrafficanti, che potranno inoltre godere di sconti di pena in caso in cui  dovessero collaborare con la polizia. E non solo: a essere colpiti dal piano di AMLO saranno i politici e i pubblici ufficiali corrotti, tanto quanto i narcotrafficanti, se non di più. L’obiettivo è quello di abbassare il livello dello scontro. Con ogni probabilità, occorrerà vedere quanto queste idee si riveleranno efficaci sul campo e quanto, invece, velleitarie.

Il modello preso in prestito da AMLO è quello colombiano. In Colombia, infatti, una trattativa fra il Governo e le FARC ha posto fine a anni di guerriglia che hanno letteralmente devastato la vita e la società colombiana. Benché coronatosi con un relativo successo, con tassi di omicidi nettamente diminuiti dalla sua firma, l’accordo è stato fortemente contestato, avendo garantito ai miliziani una sicura via di fuga dai loro crimini, la possibilità di candidarsi a ruoli politici, privando così i parenti delle vittime della magrissima consolazione di sapere che il colpevole della morte del proprio caro scontasse in cella i propri giorni. Inoltre, non va dimenticata la differente situazione in cui l’accordo colombiano è maturato: i miliziani delle  FARC e il Governo si sono venuti incontro per risolvere il conflitto di lungo corso, che era maturato per ragioni politiche. Il coinvolgimento delle FARC nel traffico della droga era avvenuto al solo scopo di finanziare la lotta armata del gruppo armato marxista-leninista: pertanto, il traffico illecito di droga era ritenuto semplicemente un mezzo per più alti scopi politici. E infatti, lo spazio lasciato nel narcotraffico colombiano dalle FARC è stato prontamente occupato dai cartelli locali. In Messico, la situazione è notevolmente diversa: i narcotrafficanti non hanno alcuna intenzione di scendere a patti con lo Stato messicano e tanto meno sono mossi da ideali politici superiori, che possano farli desistere dal traffico di droga a patto di poter continuare non meglio precisate battaglie ideologiche in Parlamento.

Un altro aspetto interessante della politica di AMLO, che diventerà ufficialmente Presidente il 1° di dicembre, è il particolare rapporto che dovrà stabilire con gli Stati Uniti. Il Presidente americano Donald Trump ha espresso, all’indomani dell’elezione di AMLO, la propria felicità di poter lavorare con lui per il bene degli Stati Uniti e del Messico. Al di là del fatto che si trattasse di frasi di circostanza, non va dimenticato quanto i rapporti fra i due vicini siano stati messi in discussioni dai proclami di Trump e delle sue intenzioni di costruire il famoso muro sul confine messicano, a contrasto dell’immigrazione clandestina. Inoltre, occorre ricordare il ruolo svolto dagli Stati Uniti a contrasto del narcotraffico in Sudamerica, sia in Colombia, che in Messico. El Chapo, ad esempio, è stato estradato negli Stati Uniti nel 2017, per i reati che si sono perfezionati in territorio americano, mentre per il nuovo signore della droga, El Mencho, sono stati discussi piani di collaborazione profonda, che vanno da un maggior controllo sulle finanze del cartello (per il sempre valido principio del ‘follow the money’) a quello della creazione di pattuglie più efficaci. L’obiettivo dichiarato dagli Stati Uniti è quello di alzare il tiro, premere sull’acceleratore e arrestare quante più persone possibili. Il contrario della politica che AMLO vorrebbe adottare.

I prossimi anni saranno cruciali per la lotta al narcotraffico. Solo il tempo potrà dirci se e quanto l’innovativa strategia di AMLO sarà efficace.

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