domenica, Dicembre 8

Messico, la violenza frena le ‘ambizioni’ Può López Obrador diventare il leader dei socialisti latinoamericani? Ne parliamo con Massimo De Giuseppe e Giovanni Gentile Marchetti

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Nell’ultimo periodo il Messico guidato da Andrés Manuel López Obrador si è distinto per la sua vicinanza agli ambienti della sinistra latinoamericana: un universo ideologico variegato che va dall’indigenismo boliviano al peronismo argentino fino al chavismo venezuelano.

Dopo i tragici eventi che si sono susseguiti in Bolivia, figli delle contestate elezioni dello scorso 20 ottobre, ieri il Presidente della Bolivia, Evo Morales, è stato costretto a rassegnare le dimissioni insieme ad altri tredici Ministri. Il Paese imperversa ora in una crisi politica che dovrebbe presumibilmente essere presa in mano dal vice presidente del Senato, Jeanine Añez Chavez, la quale dovrà guidare la comunità boliviana a nuove elezioni. Subito dopo le dimissioni, l’ormai ex capo di Stato boliviano ha lasciato un messaggio sul suo profilo Twitter, tramite il quale ha comunicato la sua immediata partenza per il Messico. È stata direttamente Città del Messico ad offrire asilo politico a Morales, il quale ho potuto godere della collaborazione delle autorità peruviane che hanno autorizzato lo scalo dell’areo delle forze armate messicane presso l’aeroporto di Lima. Una decisione presa «per motivi umanitari e in virtù dell’urgente situazione in Bolivia, dove la sua vita e integrità sono a rischio», ha spiegato Marcelo Ebrad, Ministro degli Esteri messicano. L’offerta dell’Amministrazione Obrador segue la decisione dell’Ambasciata messicana a La Paz di ospitare presso la sua sede oltre venti personalità tra Ministri e legislatori presi di mira dalle contestazioni in atto nel Paese sudamericano. Bisogna anche ricordare che il Messico è stato uno dei Paesi a riconoscere la vittoria di Morales alle recenti elezioni, ritenute quindi trasparenti dalle autorità messicane, ma illegittime dalla maggior parte della comunità internazionale.

Scorrendo sempre il filo che lega il Messico alle realtà socialiste sudamericane, lo scorso 4 novembre, nella capitale messicana, si è svolto l’incontro tra AMLO e Alberto Fernandez, Presidente eletto dell’Argentina, che ha voluto così battezzare la sua agenda al punto relazioni bilaterali. Il Messico è la seconda economia dell’America Latina, dietro solo al Brasile. Il populista di estrema destra, Jair Bolsonaro, però non attrae per ovvi motivi ideologici il nuovo Esecutivo peronista, il quale sembra invece molto affascinato da López Obrador. Il regime di austerità instaurato dal Governo messicano potrebbe far proseliti dalle parti di Buenos Aires, dove si è in costante ricerca di una ricetta che risolva la pesante crisi economica in cui versa il Paese.

Fernandez ha sfruttato il suo primo viaggio per proclamare una nuova era di cooperazione di sinistra. Ai giornalisti presenti al Palazzo Nazionale, sede del vertice con AMLO, Fernandez si è detto «determinato a riunire l’America Latina, a unire nuovamente le forze per affrontare la sfida della globalizzazione in un altro modo». Il prossimo anno sarà il Messico ad assumere la Presidenza di turno della Comunità degli Stati dell’America Latina e dei Caraibi (CELAC): che sia proprio AMLO a perseguire gli obiettivi posti in essere da Fernandez? Di sicuro l’Argentina è ancora troppo debole per assumersi un tale onere.

Per quanto riguarda i rapporti con il regime chavista, AMLO si è sempre distinto come voce fuori dal coro delle opinioni espresse dai suoi omologhi regionali sulla controversa politica del leader venezuelano, Nicolás Maduro. Nel dicembre dello scorso anno, avendo contro l’opinione pubblica e il parere dei suoi predecessori, López Obrador ha invitato Maduro alla sua cerimonia d’insediamento. Un invito che all’epoca, secondo l’agenzia stampa argentina ‘Infobae’, era servito a dar credito alla teoria secondo la quale il Messico sarebbe potuto essere la destinazione di un possibile esilio del leader chavista. Inoltre, nel momento cruciale della crisi venezuelana, quando Juan Guaidó sembrava sul punto di spodestare il Maduro, si era pensato ad AMLO come soggetto chiave nella mediazione tra le due fazioni venezuelane. «Poiché [López Obrador, ndr] non ha avuto alcun ruolo nei recenti sforzi regionali per forzare il cambiamento in Venezuela», spiegava in un articolo per il Council on Foreign Relations Patrick Duddy, ambasciatore USA in Venezuela dal 2007 al 2010, «potrebbe essere l’unico leader accettabile sia dall’opposizione che dal Governo venezuelano, e quindi in grado di convincere l’Amministrazione Maduro ad abbandonare la carica». Un’eventualità che potrebbe essere sempre valida qualora la situazione in Venezuela precipitasse nuovamente.

Lo stesso Maduro è intervenuto da Cuba sul recente incontro tra Fernandez e AMLO, elogiandoli e definendoli leader di un nuovo movimento progressista. Un apprezzamento che il Presidente messicano ha cercato di sviare sottolineando il suo ottimo rapporto anche con Washington.

In virtù di queste relazioni e degli ultimi eventi, dunque, non si può non pensare ad un Messico come punto di riferimento per le forze di sinistra, socialiste e/o progressiste, dell’America Latina. Ma come si è ritagliato questo ruolo López Obrador? Il Messico è sempre stato un punto di riferimento. Nella stagione post-rivoluzionaria, negli anni ’30, il Presidente Lázaro Cárdenas del Río era già diventato una sorta di modello di riferimento. Per esempio, durante gli anni della guerra civile spagnola, il Messico è stato il Paese che ha dato il più ampio esilio ai repubblicani spagnoli in fuga dalla vittoria franchista”, afferma Massimo De Giuseppe, professore associato di Storia Contemporanea presso la IULM (Libera Università di Lingue e Comunicazione), “nella stagione delle grandi dittature latinoamericane degli anni ’70-’80, molti esuli sono confluiti in Messico, come accaduto con i cileni e gli argentini. Ora siamo in una fase nuova. In Europa, López Obrador viene spesso identificato come un leader di sinistra, socialista, ma in realtà è un nazionalista. Il suo partito MORENA (Movimiento Regeneración Nacional), si richiama certamente ad una dimensione popolare, ma è sganciata dalle classiche categorie e ideologie del socialismo contemporaneo. Il Messico, però, continua a mantenere questo suo ruolo. AMLO ha tenuto un po’ il profilo basso per quanto riguarda la situazione venezuelana, mentre con Morales si è esposto maggiormente. È, dunque, un ruolo che si è ritagliato López Obrador, ma che è figlio della tradizione storica messicana”.

Dello stesso parere Giovanni Gentile Marchetti, già professore di Letterature Ispano-americane presso l’Università di Bologna, il quale si sofferma però sulle singole relazioni tra AMLO e gli altri leader. “L’atteggiamento di AMLO nei confronti di Maduro è stato, fino ad ora, estremamente prudente”, afferma Marchetti, è vero che lo ha invitato alla cerimonia di insediamento, ma recentemente ha rifiutato la proposta di Maduro di costituire un fronte progressista in America Latina. Anzi, AMLO ha ribadito che in America Latina ogni Paese ha i propri problemi da affrontare e risolvere”. Marchetti, però, è dubbioso sul ruolo di leader di López Obrador come capo di un fronte progressista latinoamericano: non sembra interessato a questa cosa. Declina l’esercizio di questo ruolo di guida delle forze progressiste in America Latina perché ha problemi molto seri. È consapevole che nel proprio Paese ci sono così tanti problemi e che non sia il caso assumersene altri”.

Tra questi problemi vi è sicuramente quello della corruzione e della violenza, che sempre più dilagano e fanno vittime tra la popolazione messicana. Sebbene buona parte della campagna elettorale portata avanti da López Obrador si sia incentrata sulla lotta alla criminalità, questa pare non abbia prodotto risultati concreti sul fronte della sicurezza. Nei primi sei mesi del 2019, il Messico ha fatto registrare più omicidi rispetto agli anni recenti. Sotto la Presidenza AMLO circa 20.000 persone sono state uccise. La media è spaventosa: 100 vittime al giorno. Giugno e febbraio 2019 sono stati i mesi più violenti degli ultimi 22 anni. 

Secondo una ricerca degli accademici Sandra Ley e Guillermo Trejo riportata da Insight Crime, un così alto tasso di violenza si spiegherebbe con i cambi di regime politico. Stando alla ricerca, i gruppi criminali stabilirebbero modalità di convivenza con i governi, i quali tendono a promuovere la stabilità della malavita. Quando il partito al potere cambia, questi schemi di interazione sarebbero sconvolti: ciò porterebbe un’incertezza all’interno del panorama criminale e, quindi, un conseguente aumento della violenza. 

 “Con MORENA si sperava ad un cambio di rotta sotto questo aspetto”, spiega De Giuseppe, “la novità che ha portato AMLO è quella di provare a sostituire la lotta alla guerra al narcotraffico con l’introduzione di una Guardia Civile e con un’azione più patteggiata e negoziata. Questo per provare a non usare solo la linea dello scontro militare, ma progettare piani più ampi. Fin ad ora, però, non si è visto molto e i risultati non sono stati molto soddisfacenti”.

Il fallimento della politica obradoriana è stato decretato verso la metà di ottobre, con la liberazione del figlio del boss della droga El Chapo, Ovidio Guzman, il cui arresto aveva fatto scatenare una vera e propria battaglia tra le forze dell’ordine e il cartello di Sinaloa che ha provocato 8 morti e 21 feriti. Lo stesso AMLO è stato costretto ad ammettere che Ovidio «è stato liberato per evitare di mettere in pericolo le vite delle persone».

Che AMLO si trovi di fronte ad un problema serio di sicurezza è evidente”, dice Marchetti, questa problematica è antecedente al suo insediamento e dipende da quanto susseguitosi negli anni precedenti, soprattutto con la gestione Calderon, a partire dal 2006: con la famosa dichiarazione di guerra al narcotraffico la situazione si è inasprita fino a raggiungere dimensioni spaventose ed insopportabili. AMLO è l’ultimo arrivato, governa da un anno, e si trova questa situazione che è andata aggravandosi sempre di più”.

Ma López Obrador deve fare i conti anche con lo spaccamento del consenso. Sebbene goda dell’appoggio delle masse popolari e progressiste, la classe medio alta non sembra apprezzarlo molto.

Uno dei temi a cui dovrà fare attenzione è che non si riproduca, come in Venezuela, una spaccatura in due tra ceti popolari e ceti medio-alti”, dice De Giuseppe, “deve capire le radici profonde della pluriculturalità messicana e trovare un equilibrio tra le diverse anime del Paese, ed evitare delle fratture sociali che rischiano di diventare troppo profonde. Qui si gioca una delle vere sfide politiche del Paese. Ovviamente c’è una parte della società che lo rigetta, però il Messico possiede degli elementi culturali su cui deve investire”.

Marchetti, invece, si concentra sul regime di austerità introdotto dal nuovo Esecutivo. “L’austerità imposta da AMLO non è stata ben digerita dal Paese. In particolare, la restrizione dei finanziamenti ai docenti universitari ha suscitato reazioni piuttosto dure”, afferma il docente di Bologna,  “Credo di poter dire, però, che AMLO sia una persona onesta  e queste misure forse rientrano in quell’ottica di onestà. López Obrador cerca di ridurre gli sprechi. Certo, non si può dire che il primo anno sia trascorso nell’entusiasmo generale.

Ma oltre a risolvere i problemi interni e la corruzione, il Messico, prima di proporsi come faro o leader di un’eventuale o ipotetica alleanza progressista di sinistra latinoamericana, deve guardare a nord. Precisamente al suo ingombrante vicino, gli Stati Uniti. Come si potrebbe conciliare la guida di un fronte progressista con i rapporti sempre più intensi con gli Stati Uniti? Basti pensare, infatti, all’accordo commerciale posto in essere tra i due Stati ed il Canada o, ancora, alle contingenti politiche migratorie, per il quale AMLO ha ceduto il passo a Donald Trump

Il Messico si deve obbligatoriamente rapportare con gli USA, non può evitarlo, né pensare di giungere ad uno scontro, dovrà sempre mediare politicamente con gli USA”, dice Marchetti, credo che anche esercitando un pensiero critico nei confronti della politica di Trump non si spingerà mai troppo avanti nello scontro”.

Si rifà nuovamente alla storia De Giuseppe. “Il Messico ha sempre avuto una tradizione di politica sincretica. Quando c’è stata la rivoluzione messicana si sono unite le classi medie e contadine. Se guardiamo alla guerra fredda, invece, era il partner principale degli USA nelle Americhe, ma era anche l’unico partner ufficiale di Cuba sempre nelle Americhe”, chiosa il docente IULM, “il Messico, dunque, ha una sua tendenza a muoversi tra diversi. Deve farlo con equilibrio. Ha le potenzialità per essere un grande attore diplomatico se sarà in grado di muoversi con criterio e intelligenza. Ovviamente, affinché possa ritagliarsi questo importante ruolo di mediazione, deve migliorare la sua situazione di violenza interna e riacquistare margini di credibilità in diversi ambiti”.

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