martedì, Agosto 4

Meridione: se a Mezzogiorno sparisce il sole

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Un giorno qualcuno dovrà porsi qualche domanda seria sulla situazione, tragica più che drammatica, in cui versano diverse aree del nostro Meridione. Non mi riferisco a quelle che vengono poste nei convegni in cui relatori benestanti parlano di uno dei luoghi più malandati d’Europa, domande che spesso lasciano il tempo che trovano e, soprattutto, le cose come stanno. Parlo, invece, di domande serie, impossibili da porsi se non si cammina sulle strade dei luoghi di cui si pretende di parlare e se non si sta insieme alle persone che le percorrono. Solo così è possibile comprendere quale inferno dantesco sia la vita della maggior parte dei meridionali, soprattutto dei giovani, disoccupati e con poche prospettive, coinvolti in una crisi esistenziale di portata epocale. In molti casi vere perdite di senso, aggravate da una percezione di irrimediabilità forse peggiore di quella che ingabbiò la vita dei loro coetanei, vissuti nella prima metà del Novecento, tra due guerre mondiali rovinose.
Forse dovremmo rendere obbligatoria una visita dei giovani italiani nella zona vesuviana o nella Locride, toccherebbero con mano cosa significa viaggiare sullo stesso piroscafo in classi così diverse. Sarebbe molto educativo, un vero bagno di realtà.
Il punto è che, come accade spesso, i presunti lettori di certe realtà non sanno nemmeno di cosa parlano e, quello che è peggio, non avvertono sulla loro pelle l’umiliazione di non avere, letteralmente, un soldo in tasca, dunque di non potere nemmeno muoversi nello spazio, perché gli spostamenti costano. Sono confinati, in tutti i sensi.

Torno di frequente al Sud per ragioni professionali, entro in contatto con migliaia di ragazzi, con madri e padri di famiglia tenaci, i più fortunati lavorano per cifre misere, gli altri attendono. Ci sono numerosi irriducibili, penso a un libraio di Reggio Calabria, padre di due figli, che lavora dodici ore al giorno per sette giorni la settimana, non chiude neppure di domenica, per racimolare un piccolo reddito. Due anni fa ,accanto alla sua libreria se n’è materializzata un’altra, figlia delle potenti catene in mano agli editori, che da anni si sono messi a fare concorrenza proprio a coloro cui devono la loro fortuna, i librai indipendenti.
Una persona di dignità antica, il libraio calabrese, a cui è stato impossibile persino pagare un caffè, perché per lui sarebbe stata un’offesa mancare a questo dovere di ospitalità. Penso ad un altro giovane libraio di Patti, in provincia di Messina, coraggioso animatore culturale della sua città, capace di rischiare in proprio per realizzare il piccolo sogno di non partire per chissà dove. È l’unico in zona a fare della promozione della lettura una ragione di vita. Pochi anni fa, per sostenere gli sforzi di una persona che amava la Sicilia, avevo accettato di dirigere un festival di letteratura per bambini e ragazzi, tre edizioni preparate raccogliendo aiuti, spesso provenienti da amici del Nord a cui mi rivolgevo, mai un soldo dalla Regione o da altre istituzioni siciliane, sebbene offrissimo un servizio culturale e pedagogico di primo livello, con decine e decine di scuole coinvolte in tutta l’Isola. In Sicilia vengono premiati gli amici non la qualità, perché i soldi pubblici il più delle volte sono usati per tenere oliato il proprio bacino elettorale. La persona che credeva in una Sicilia diversa e spendeva di tasca tutto ciò che aveva per insegnare la speranza ai ragazzini dell’Isola, è morta di cancro a 55 anni. Credo di sapere quale è stato il killer.

Così accadrà che alle elezioni amministrative dell’11 giugno, il Comune di San Luca, paese natale di Corrado Alvaro, sull’Aspromonte, sciolto per mafia 4 anni fa, non si voterà perché non è stata presentata alcuna lista. Due anni fa se ne presentò una sola, ma non arrivò a prendere i voti che servivano per amministrare. Vorrei ricordare che siamo in Italia. San Luca è stata sede di una faida, esportata anche all’estero, certe cose meglio farle bene, tutti ricorderanno la strage verificatesi in Germania, in un ristorante di Duisburg, dove persero la vita sei persone, magari sbagliate eppure persone, che se fossero nate a Bergamo avrebbero forse avuto un destino diverso. Governerà un commissario prefettizio, a San Luca, democrazia sospesa, ma non importa a nessuno, il Meridione è un bacino di voti decisivi. Meglio la disperazione, si può comprare a basso costo, per questo nessuno possiede un progetto.

In Lombardia, avevo comunicato al mio postino, concittadino di Totò Cuffaro, il capo di imputazione e la condanna dell’ex Governatore, la sua risposta vale più di un trattato di antropologia: «Non mi importa dell’arresto, per me rimane una brava persona». Derive culturali, radicate, che conducono a santificare i vampiri delle nostre vite, soltanto perché un giorno ci diedero una pacca sulla spalla, dimenticando che erano stati eletti per servirci e non per farsi gli affari propri.

Se ci si sposta in Campania la musica non cambia, nei prossimi giorni, se non si trova un rimedio, potrebbero essere chiuse per inagibilità 91 scuole (su 93), in capo all’amministrazione provinciale di Caserta. Il dissesto finanziario dell’ente, che non si è creato dal nulla, impedisce da anni di manutenere gli edifici scolastici. Manca la sicurezza, ci sono reali pericoli di crolli. Una situazione non certo imputabile solo all’Amministrazione attuale, ma frutto di un continuo accatastamento di omissioni, di cattivo utilizzo o di distrazione di risorse, che dallo Stato devono essere pure arrivate, magari non tutte quelle che servivano.

La politica italiana non è certo da prendere a modello nel mondo, ma quella del Meridione d’Italia è da incubo, persone che spesso non potrebbero neppure svolgere lavori di fatica, assumono posizioni di inaudita importanza. Servirebbe una Norimberga per costoro, perché il combinato della loro disonestà e della loro impreparazione è responsabile di troppa sofferenza, di uno spreco di vite intollerabile e inarrestabile, di una deformazione mostruosa del destino di mezza Penisola e delle grandi isole. Ma poi servirebbe subito una generazione nuova, preparata e consapevole della responsabilità che l’attende, anche nei confronti dell’intero Paese, perché se il Meridione non ce la farà a rialzarsi si trascinerà dietro molto più di quanto si possa immaginare.

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