lunedì, Ottobre 26

Mercato editoriale italiano: serve il Recovery Fund Un settore per il quale servirebbe un piano strategico generale, che naturalmente ha una sponda politico-istituzionale fragile per una opposizione (rimangiata? ancora viva?) del M5S al sistema della carta stampata, in quanto impresa professionale intermediata

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Mercato editoriale, tra gli ammalati. La pandemia ci lascia con un quarto di bilanci pubblicitari in meno e soprattutto un quarto di vendite in meno. Nei mesi di lockdown stretto: – 10% (‘Corriere’, ‘Repubblica’, ‘Avvenire’), – 25% (‘Messaggero’, ‘Tempo’); passando per dati intermedi: – 15% ‘Stampa’ e ‘Sole 24 ore’, – 17% ‘Giornale’. Due soli casi di ‘tenuta’, in un certo senso nella stampa più polarizzata: ‘Libero’ che registra un +0,4% e ‘Il Fatto’ che registra un +4,2%.

Ma -guardando in faccia la realtà- il quadro di accertamento diffusionale anche prima della pandemia era in grave inclinazione. Il dato di tendenza è quello dal novembre 2013 al novembre 2019. La crisi del mercato editoriale si era spalmata con dati impressionanti: – 64% ‘Tempo’, – 57% ‘Giornale’, -53% ‘Sole’, – 50% ‘Repubblica’, – 41% sia ‘Corriere’ che ‘Stampa’, – 38% sia ‘il Fatto’ che ‘Gazzetta dello Sport’, – 37% ‘Messaggero’. Un po’ di resistenza l’ha fatta ‘Avvenire’ nel quinquennio con -11%.  

Da una parte la velocizzazione dei processi digitali ora dovrà tener conto di una potenzialità di fruizione che la crisi ha prodotto. Ma si parte da dati molto bassi in rapporto ad altri Paesi OCSE: il ‘Corriere’ vende in digitale 33 mila copie rispetto alle 180 mila dichiarate in edicola, ‘Repubblica’ 36 mila rispetto alle 134 mila; ‘Stampa’ 9 mila rispetto alle 92 mila; ‘Messaggero’ non arriva a 6 mila rispetto alle 54 mila; il ‘Sole’ non arriva alle 4 mila rispetto alle 61 mila; il ‘Giornale’ è a 3 mila in digitale contro le 39 mila in edicola. Sono dati minuscoli. 

Dunque servirebbe un piano strategico generale, che naturalmente ha una sponda politico-istituzionale fragile per una opposizione (rimangiata? ancora viva?) del M5S al sistema della carta stampata, in quanto impresa professionale intermediata, non solo in quanto ‘cartaceo’.  Gli echi deltaglio ai giornaloninon sono spenti e lo spirito del referendum, che oggi svelerà l’esito, potrebbe gravemente riversarsi anche su un settore che il Coronavirus ha piegato come altri. Un piano ora deve tener conto di tutte le risorse in campo, nessuna esclusa. Quella della carta stampata resta una risorsa professionale importante anche se da adeguare.

Poi nell’interesse del cittadino che ha in rete oggi tutto e il contrario di tutto (dalla migliore stampa internazionale a pagamento a una montagna di frottole a gratis), si fa strada anche un giornalismo on line presidiato professionalmente che resta una garanzia importante sul controllo di qualità e veridicità delle notizie. Cresce un po’ la presenza diretta e indiretta del sistema universitario, gruppi di docenti con un certo controllo di standard (come fa ‘lavoce.info’ e altri); o testate incoraggiate dagli atenei a scopo divulgativo.
Ci si aspetterebbe che alcuni ambiti del sistema di impresa, non per stretto lobbismo ma per migliorare reputazione e credibilità, aiutassero il processo di potenziamento della notiziabilità di qualità.

Ci sono redazioni professionali coraggiose che si sono fatte strada e che disegnano una mappa di iniziative in lotta per la soglia dell’autosufficienza che meriterebbero alleanze con soggetti maggiori. In alcuni casi anche con la carta stampata, e certamente con un interesse per le comunità territoriali di riferimento.
Contro le fake news e per sviluppare una comunicazione d’opinione e di interpretazione oggi rilevante contro l’analfabetismo funzionale galoppante, anche questo segmento, purtroppo per ora sottratto almeno in parte dalla logica del mercato del lavoro, con ancora troppo volontariato ovvero anche di lavoro non pagato, avrebbe bisogno di una strategia e di strumenti -magari anche collettivi o consortili- per migliorare il rapporto tra risorse e prestazioni.

Non si è al corrente di quale posto la progettazione di contrasto e rilancio di questo settore rientri e con quali idee e quali fonti di attivazione nella, per ora, un po’ misteriosaprogettazione italianache a breve dovrebbe entrare nel confronto con le strutture europee.

Il Piano Colao aveva fatto dello smart working un pezzo della strategia. Ma la connessione qui è solo indiretta (nel breve con qualche elemento di ulteriore compressione del mercato). Pur potenziando la soglia di apprendimento digitale che serve a costruire nuove fasce di fruizioni. Ma quel ‘Piano’ non inventariava dettagliatamente settori, quanto piuttosto trasversalità tecnologiche e finanziarie. La focalizzazione -su cui mi auguro siano in corso riflessioni sia negli ambiti imprenditoriali che istituzionali preposti- assume ora carattere strategico anche dal punto di vista sociale e meriterebbe sollecito sviluppo di dibattito pubblico.

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Sull'autore

Stefano Rolando, classe 1948, laureato a Milano in Scienze Politiche, è docente, manager, comunicatore. Dopo esperienze di management in aziende (Rai e Olivetti) e istituzioni (Presidenza Consiglio dei Ministri e Consiglio Regionale della Lombardia), è dal 2001 professore di ruolo (Economia e gestione delle imprese) alla facoltà di Scienze della comunicazione dell’Università IULM di Milano, dove si occupa di branding e di comunicazione pubblica, politica e sociale. Dal 2005 al 2010 è stato segretario generale della Fondazione di ricerca dell’ateneo. È stato anche segretario generale della Conferenza dei presidenti delle assemblee regionali italiane e rappresentante italiano nel comitato scientifico Unesco-Bresce. Dal 2008 è presidente della Fondazione “Francesco Saverio Nitti” (www.fondazionefsnitti.it). Per sapere di più di Stefano si può consultare il sito della Università IULM al link: http://www.iulm.it/wps/wcm/connect/iulmit/iulm-it/docenti/rolando-stefano