venerdì, Settembre 25

Mediterraneo orientale tra disimpegno americano, espansionismo turco, assertività greca In gioco un bottino energetico ingente, ma la partita è tutta politica, e non solo per i protagonisti, anche per gli altri attori regionali coinvolti in quella che rischia di essere una brutta faccenda

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Il Ministro della Difesa italiano, Lorenzo Guerini, risponde perentorio che «Assolutamente no», non c’è un rischio di guerra nel Mediterraneo orientale tra Grecia e Turchia, e però la tensione nell’area ormai si taglia con il coltello, e quella che è stata definita la ‘diplomazia delle cannoniere’ si rafforza di giorno in giorno, e non sono molti quelli che condividono la sicurezza di Guerini.

I due alleati NATO sono ‘l’un contro l’altro armati’. La posta in gioco non è di quelle trascurabili: gas e petrolio nelle acque contese del Mediterraneo orientale, e con il controllo di queste riserve una partita geopolitica ancora più importante di quelle stesse preziose riserve energetiche, ovvero 1,7 miliardi di barili di petrolio recuperabile e 122 trilioni di metri cubi di gas, secondo i dati US Geological Survey.

L’esclusione della Turchia dallo sviluppo regionale delle alleanze per la sicurezza e l’energia intorno al Mediterraneo orientale -il Forum del gas del Mediterraneo orientale disegnato nell’accordo del gennaio 2019, tra Grecia, Cipro, Israele, Egitto, Giordania, Italia e territori palestinesi, ma anche l’accordo del gennaio 2020 di Israele, Grecia e Cipro per il gasdotto EastMed per vendere il gas alla UE, dai quali la Turchia (come Cipro settentrionale) è stata esclusa in quanto considerata aggressiva in fatto di trivellazione per il gas nella regione- ha lasciato Ankara ai margini e incastrata. Alcuni analisti parlano di ‘paranoiadell’establishment politico del Paese -ovvero diRecep Tayyip Erdogan, il sultano-, tanto da sentirsi ‘insicuro’ anche nei confronti degli alleati tradizionali, ma soprattutto il cieco espansionismo. E qui sta il rischio, del quale sono consapevoli tutti, ma le cose potrebbero sfuggire di mano: secondo alcuni osservatori, è la crisi più pericolosa degli ultimi anni nel Mediterraneo.

Accanto ai due contendenti, un numero non indifferente di attori regionali e non: Cipro, Siria, Libano, Giordania, Israele, Palestina, Egitto eLibia, ma non solo, in gioco entrano anche Italia,Francia, Germania, Unione Europea, Stati Uniti e Russia.
In queste ore, Francia e Italia sono impegnate a fianco di Grecia e Cipro per esercitazioni navali congiunte, che terminano oggi (l’Italia nei giorni scorsi aveva fatto esercitazioni per quattro ore con la Turchia); mentre la Turchia sta conducendo esercitazioni con gli USA. La Germania è impegnata da mesi in una complicata mediazione, una de-escalation che non sta riuscendo per una crisi che sta preoccupando molto il Governo tedesco, e sulla quale è impegnata anche la UE per una soluzione politica della disputa. La UE ha chiesto la fine immediata delle attività della Turchia nelle acque contese e ha esortato Ankara a impegnarsi per una soluzione politica della crisi. Soluzione al centro della riunione informale dei ministri della Difesa Ue, riuniti nei giorni scorsi a Berlino sotto la presidenza semestrale tedesca. La Russia per il momento mostra di stare a guardare la partita in corso che potrebbe ridurre la dipendenza dell’Europa dalle fonti energetiche di Mosca, ma i suoi interessi in gioco sono tutt’altro che marginali.

Ieri, poi, il fendente della Grecia: il Parlamento greco ha ratificato ieri sera un accordo bilaterale sulla delimitazione delle aree marittime per lo sfruttamento degli idrocarburi nel Mediterraneo orientale tra Grecia ed Egitto.
E’ la risposta diretta all’atto all’origine della disputa, ovvero l’accordo turco-libico, firmato alla fine del 2019, che consente alla Turchia di accedere a una vasta area marittima nel Mediterraneo orientale dove ci sono grandi giacimenti di idrocarburi.

In base all’accorso ratificato da Atene, sia l’Egitto che la Grecia possono ora trarre il massimo beneficio dalle risorse disponibili nella zona economica esclusiva (ZEE), comprese le riserve di petrolio e gas.

Dal 10 agosto, ovvero quattro giorni dopo la firma di questo accordo bilaterale, Ankara ha schierato la sua nave sismica Oruç Reis e la sua scorta di navi da guerra turche per effettuare esplorazioni al largo dell’isola greca di Kastellorizo, a 2 chilometri dal Coste turche. Giovedì Ankara ha annunciato l’estensione della sua ricerca sugli idrocarburi almeno fino al 1° settembre.

Un analogo accordo tra Atene e Roma era stato ratificato mercoledì sera dal Parlamento che delimita le zone di pesca di Grecia e Italia e conferma il diritto delle isole greche nel Mar Ionio (ovest) di avere zone marittime di operazione. Questi due accordi «rimarranno nella storia del Paese», ha detto il premier Kyriakos Mitsotakis.
Non basta. Il capo del Governo greco ha annunciato per la prossima stesura un disegno di legge sull’estensione della zona costiera nel Mar Ionio da sei a dodici miglia nautiche ai sensi della Convenzione internazionale sul diritto del mare. La Turchia ha subito risposto dichiarando che una mossa di ridisegnamento dei confini nel mar Egeo verrà definita un casus belli.

Gas e petrolio nelle acque rivendicate sia dalla Turchia che dalla Grecia, ma le risorse energetiche in realtà sono solo quelle che hanno fatto deflagrare lo scontro tra Atene e Ankara, la partita è politica in primo luogo.

«Fino a poco tempo, il conflitto turco-greco per il petrolio e il gas era strettamente associato al problema di Cipro: la Turchia stava perforando al largo della costa settentrionale di Cipro occupata dai turchi, uno Stato non riconosciuto dal resto della comunità internazionale. Ma l’attuale situazione di stallo ha drammaticamente spostato il conflitto in mare aperto», spiega Clemens Hoffmann, docente di Politica Internazionale presso l’Università di Stirling. «La Turchia rivendica i diritti di sfruttamento all’interno di un’area che rivendica come piattaforma continentale. Lacontro-affermazione della Grecia è che tutte le sue isole abitate sono circondate da una zona economica esclusiva (ZEE) di 200 miglia, secondo la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, di cui la Turchia non è parte. Un’applicazione cieca di queste regole ‘blocca’ i diritti di sfruttamento della Turchia in un piccolo angolo intorno al Golfo di Antalya».

«Entrambe le rivendicazioni sono formalizzate in accordi bilaterali con altri Paesi della regione. La Turchia ha firmato un accordo EEZ alla fine del 2019 con il Governo libico di accordo nazionale (GNA) a Tripoli e, più recentemente, la Grecia con l’Egitto», quello ratificato ieri in tutta urgenza dal Parlamento di Atene.

«L’accordo turco-libico implica che nemmeno la più grande isola greca, Creta, abbia una piattaforma continentale, per non parlare della molto più piccola Kastelorizo al largo della costa turca (Licia). Questa posizione è giuridicamente delicata, ma la richiesta della Turchia di una parte della torta offshore sembrava essere compresa in particolare dalla Germania». I leader dell’UE non sono stati in grado di concordare nuove sanzioni alla Turchia -richiestenon solo dalla Grecia ma anche dalla Francia, e oggi paventate dall’Olandada aggiungere a quelle precedentemente imposte in risposta alle trivellazioni al largo di Cipro, almeno per il momento.

Il bottino energetico è decisamente sostanzioso e utile alla Turchia. La Turchia punto a uno sviluppo, spiegano gli analisti, basato sugli idrocarburi, per tanto quelle risorse sono funzionali alla sua crescita -per quanto l’esplorazione e la produzione di gas sul fondale marino richieda ingenti investimenti-, in più ha bisogno di valuta estera, quella che deriva dalla vendita di queste risorse.
Ma è la partita politica la più importante. E’ l’assertività di Erdogan, il suo obiettivo neo-ottomano che gioca il ruolo più importante in questa vicenda. «La Turchia si prenderà ciò che le spetta nel Mediterraneo, nell’Egeo e nel Mar Nero», ha detto Erdogan, «Non scenderemo mai a compromessi su ciò che ci appartiene». Alcuni commentatori, afferma Hoffmann, «puntano alla sua strategia mavi vatan (‘patria blu’) nel Mediterraneo orientale. Nella migliore delle ipotesi, si tratta di egemonia navale. Nel peggiore dei casi, implica la revisione dei confini concordati nel trattato di Losanna del 1923». Le risorse del Mediterraneo orientale, e magari la revisione dei confini del ‘23, sono niente altro che un tassello nel percorso di penetrazione in varie direttrici della Turchia, in particolare nell’area Mediorientale.

Un disegno, quello di Erdogan, che ha non pochi avversari. In primo luogo l’Egitto, con il quale appunto la Grecia ha stretto l’accordo ratificato ieri, che insieme alle monarchie del Golfo si sente minacciato dalla posizione pro-Fratellanza Musulmana della Turchia e dal ruolo che la Turchia sta occupando in Libia a fianco del GNA. Così la crisi del Mediterraneo orientale si collega alla crisi libica. Ma non solo. «L’accordo di pace degli Emirati Arabi Uniti con Israele può essere visto alla luce di questo espansionismo turco»,sostiene Hoffmann. Così come c’è da tenere presente l’altro grande sostenitore della Grecia, ovvero la Francia. «La visita di Emmanuel Macron a Beirut non è stata affatto casuale dopo l’esplosione che ha devastato la capitale libanese. Francia e Emirati Arabi Uniti si sono impegnati a cofinanziare le riparazioni portuali, anticipando l’offerta della Turchia. La Francia ora ha accordi militari con Emirati Arabi UnitiGreciaCipro ed Egitto, tutti orientati a frenare le azioni di un membro della NATO e candidato dell’UE», ma anche l’aggressivo espansionismo turco in quella Africa che la Françafrique continua ritenere ‘giardino di casa’.

A rendere ancora più preoccupante la crisi, secondo Hoffmann, il periodo pre-elettorale USA, insieme alla politica ondivaga di Trump e al suo reiterato ‘impegno al disimpegno’. «Washington, tradizionalmente il garante della pace tra i rivali della NATO dell’Egeo, è rimasto quasi del tutto in silenzio» davanti a questa crisi. Trump nel corso di questi 4 anni alla Casa Bianca non ha mai nascosto la sua allergia nei confronti delle NATO e dell’impegno sui teatri esteri e tanto meno la sua avversione per l’Unione Europea. C’è la sensazione, spiega Hoffmann, che tutti vogliano approfittaredell’assenza di Washington in questo momento che precede le elezioni statunitensi. E’ la contingenza che sta peggiorando la rischiosità del momento, per questo Hoffmann è convinto che «la scena è purtroppo pronta per una maggiore instabilità in arrivo».

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