giovedì, Ottobre 29

Mediterraneo orientale: per la UE è il momento di ‘giocare’ Turchia e Grecia pronte ad avviare colloqui esplorativi: ora Bruxelles deve mettersi alla prova e dimostrare di avere una politica estera energetica comune

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Ieri è stata una giornata frenetica per la diplomazia europea impegnata sul fronte della crisi nel Mediterraneo orientale. Due gli incontri fondamentali al termine dei quali Grecia e Turchia si sono impegnate a colloqui esplorativi’, i primi di questo genere dal 2016.

Prima, nel quartier generale della Nato, a Bruxelles, il quinto incontro tra le delegazioni militari di Turchia e Grecia, conclusosi con l’annuncio di un nuovo appuntamento prossima settimana. Al centro dei colloqui, la distensione dei rapporti tra i due Paesi e le relazioni bilaterali tra i due eserciti.

Poi la teleconferenza tra il Presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, la cancelliera tedesca, Angela Merkel, e il Presidente del Consiglio europeo, Charles Michel.
Al termine dei lavori i partecipanti hanno dichiarato che «la Turchia e la Grecia sono pronte ad avviare colloqui esplorativi» sul Mediterraneo orientale dove i due Paesi duellano per aree potenzialmente ricche di gas naturale.

Nel corso della videoconferenza Erdogan ha osservato che lo slancio per ridurre le tensioni e per aprire canali di dialogo dovrebbe essere «protetto con passi reciproci». Esprimendo apprezzamento per gli sforzi di mediazione tedesca, il Presidente turco ha detto di ritenere che «una conferenza regionale con la partecipazione di tutte le parti nel Mediterraneo orientale, compresi i turco ciprioti, farà prendere decisioni positive e costruttive che saranno di beneficio per tutti».

Merita notare che nelle stesse ore, nel corso dell’East Mediterranean Gas Forum, organizzato al Cairo, in una altra videoconferenza, Egitto, Cipro, Grecia, Israele, Giordania e Italia hanno firmato l’accordo per la creazione di un organismo intergovernativo che avrà l’obiettivo di promuovere la cooperazione e sviluppare il dialogo politico in fatto di gas naturale.
Ovviamente a nessuno è sfuggito il significato di questa ufficializzazione proprio mentre il Mediterraneo è sconvolto dalle tensioni tra Atene e Ankara generate dalle esplorazioni nel Mediterraneo e alimentate dalla scelta della Turchia di continuare con nuove attività di trivellazione e dall’accordo del Paese con il Governo libico lo scorso anno.

Dunque, nei prossimi giorni -fino ad ora non è stata resa nota la data- Grecia e Turchia avvieranno colloqui esplorativi (politici), a Istanbul. Il clima sembrerebbe positivo: Erdogan ha lanciato un appello per un «dialogo sincero» affermando che la priorità della Turchia «è quella di risolvere i conflitti mediante un dialogo sincero, fondato sul diritto internazionale e una base equa» e però aggiungendo che «detto questo, voglio affermare chiaramente che non tollereremo alcun diktat, persecuzione od attacco», incalzato da un Emmanuel Macron che, da Parigi, lo ha invitato a impegnarsi «senza ambiguità». Erdogan e Macron hanno poi avuto, in serata, un colloquio telefonico, che sembrerebbe indicare la volontà di tutti gli attori a muoversi verso una soluzione politica.

La crisi nell’Egeo -che a questo punto sembrerebbe congelata in attesa di questi colloqui- sarebbe stata al centro del vertice europeo del 24 e 25 settembre, rinviato ieri sera, a ottobre, causa la quarantena alla quale è stato costretto Charles Michel. Il vertice aveva in programma di discutere la proposta francese di sanzioni contro la Turchia.

L’annuncio della ripresa di questi colloqui sulla delimitazione delle zone marittime, sospesi dal 2016, sono stati accolti come un segnale positivo dagli osservatori.

Come anche Erdogan ha fatto notare a Angela Merkel, si considera che il modo in cui verrà gestita questa controversia sarà fondamentale per ripristinare o meno le relazioni tra Turchia e UE. Il che è stato compreso sia da Bruxelles che da Ankara, non a caso, infatti, l’annuncio della ripresa dei colloqui c’è stato a pochi giorni del vertice UE che invece avrebbe probabilmente dovuto decidere sanzioni contro la Turchia. E, come sostiene Crisis Group, «le misure punitive rischiano di avere l’effetto opposto, spingendo la Turchia a comportarsi in modo più aggressivo». La gestione di questa crisi, l’uscita dalla stessa attraverso una soluzione politica, e non una gestione a ‘bastone e carota’, altresì rappresenta un banco di prova per la politica estera dell’Unione e per la sua effettiva capacità di condurre una politica del Mediterraneo capace di fare a meno della stampella USA, e nel contesto di questa politica costruire una relazione di buon vicinato reciprocamente rispettosa con la Turchia. I massimi funzionari della UE, afferma Crisis Group, sono impegnati nell’intermediazione, forti anche di una presidenza di turno tedesca con una Merkel che ha legami costruttivi con Erdogan e influenza economica -la Germania è il partner commerciale numero uno della Turchia e il suo più grande investitore straniero.

Ora questo percorso politico è pronto partire, e i presupposti essenziali sembrano esserci tutti,compresa la possibilità di una moratoria sulle trivellazioni nelle acque contese -come nei colloqui tra il 2002 e il 2016. «I diplomatici di entrambe le parti dicono a Crisis Group che sono aperti a questo passo se si fanno progressi nei colloqui. Dovrebbe essere più facile da prendere in un momento in cui la pandemia COVID-19 ha paralizzato la domanda di gas e le società energetiche di tutto il mondo sono sotto pressione crescente per diventare verdi. La fattibilità dell’estrazione di gas da alcuni depositi sul fondo marino era già in dubbio e la Turchia ha avuto più fortuna con l’esplorazione nel Mar Nero. Se i mercati energetici globali si riprendessero e le tensioni si allentassero, le parti potrebbero esaminare la possibilità di joint venture, condivisione delle entrate del gas con Cipro o arbitrato legale per risolvere le loro controversie».

Per capire quanto effettivamente sia di capitale importanza la riuscita della UE in questaimpresadi politica estera energetica, non solo perché «qualsiasi conflitto nel Mediterraneo orientale avrebbe un costo elevato: perturberebbe gli investimenti energetici, minerebbe la sicurezza transatlantica e danneggerebbe i legami vitali tra la Turchia e l’UE», ma perché si mette alla prova le capacità e la forza della UE nel darsi e condurre una avveduta politica del Mediterraneo, serve avere ben chiaro i parametri di questa che non è una banale lite tra due Paesi per risorse energetiche (potenzialmente enormi) su confini incerti.
Alla base della crisi, fatti e sentimenti e risentimenti.

I fatti. Tutto parte dalla rivendicazione di Ankaradel diritto di sfruttare dei giacimenti di gas naturale in una zona marittima che la Grecia considera sotto la propria sovranità; il dispiegamento, poi, di una nave di prospezione sismica turca, per trivellare e ricercare idrocarburi, scortata da navi da guerra, ha provocato un aumento delle tensioni nella zona. La Francia, che con le sue multinazionali ha interessi energetici nell’area, oltre a svariati motivi di scontro con la Turchia, ha sostenuto fermamente la Grecia, sia politicamente che militarmente, ha condotto esercitazioni militari al fianco della Marina greca -cui Ankara ha sempre risposto con proprie manovre militari, l’ultima delle quali al largo di Cipro- spingendo anche le sue navi fino alle isole turche, e ha venduto aerei da guerra ad Atene. Tali azioni francesi hanno aggravato la rabbia e la determinazione di Erdogan.

Alle origini di queste contese vi sono e lecontroversie (storiche oramai) tra Turchia e Grecia su Cipro e sui confini marittimi della Turchia con le isole greche sparse al largo delle coste del Mar Egeo.

Su questa crisi irrisolta è piombata la scoperta del gas al largo di Cipro, grazie alle esplorazioni da parte di aziende internazionali condotte dal 211in poi. «Le scoperte principali promettono di ribaltare l’economia cipriota, migliorare la sicurezza energetica dell’isola e abbassare i prezzi dell’energia, a condizione che la Repubblica di Cipro possa concludere accordi con altri Stati costieri per costruire infrastrutture di esportazione del gas. Da parte sua, Ankara nutre l’ambizione di fungere da hub energetico per l’Europa. È desiderosa sia di garantire ai turco-ciprioti una quota delle future entrate del gas, sia di svezzare la stessa Turchia dalla sua dipendenza dalle forniture di gas russe.

I sentimenti e risentimenti.
La
Turchia di Erdogan -assertiva quanto espansionistica- si sentelegata’, ‘costipata’,«sempre più accerchiata dalle centinaia di isole greche che punteggiano i mari attorno alla sua costa. Teme di essere tagliata fuori dalla maggior parte dell’Egeo e quindi delle rotte marittime chiave se la Grecia estendesse unilateralmente le sue acque territoriali e stabilisse nuove zone di giurisdizione marittima. Non solo.
Il Paese è stato escluso dal Forum del gas del Mediterraneo orientale, che mira a sviluppare il mercato del gas della regione, e che include Repubblica di Cipro, Egitto, Grecia, Israele, Italia, Giordania e Palestina, escluso anche dai piani della Repubblica di Cipro, Egitto, Israele e Grecia per la realizzazione di un gasdotto in Europa.Qualcosa di intollerabile per il ‘Sultano’-Erdogan. Il quale ha risposto adottando una linea più assertiva e adottando una retorica più aggressiva. «I diplomatici turchi dicono a Crisis Group che il loro Governo vuoleuna giusta quotadelle ricchezze di gas del Mediterraneo orientale. Finché i ‘colloqui esplorativi’ sulle loro controversie marittime rimarranno in sospeso, e la Grecia e la Repubblica di Cipro continueranno a fare prospezioni o trivellazioni, dicono che anche Ankara lo farà».
Anche da parte di Atene ci sono sentimenti e risentimenti. «Da parte loro, i funzionari greci sostengono che la nuova politica di orientamento al futuro della Turchia è ciò che ha riacceso la disputa e inasprito le relazioni di Ankara con i suoi vicini. I greci si preoccupano sempre più della sicurezza di centinaia di isole che sono molto più vicine alla Turchia che alla loro terraferma».

Fatti e sentimenti e risentimenti in un contesto geopolitico che vede la Turchia coinvolta pesantemente sullo scenario mediorientale, il che significa che le sue azioni in loco, e nello specifico caso nell’Egeo, hanno inevitabilmente un riverbero sull’intera regione e sulle altre ‘potenze’ dell’area.

Con le rivolte arabe del 2011, Ankara ha espanso il suo attivismo in tutta la regione e ha sostenuto i tentativi dei Fratelli Musulmani di arrivare al potere. In questo sostegno all’Islam politico, ha compromesso i rapporti diplomatici con l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti, ha stretto una alleanza con la Libia del Governo libico riconosciuto dalle Nazioni Unite, fino a che, nel 2019, con Tripoli ha firmato un accordo di delimitazione marittima che per un verso ha aperto la strada alle esplorazioni al centro dello scontro con la Grecia, dall’altra ha portato la Grecia a concludere un proprio accordo sulla delimitazione marittima con l’Egitto. In questo scenario sono entrati i Paesi che più o meno direttamente hanno interessi nell’area o semplicemente sono spinti al sostegno dell’uno o dell’altro dei contendenti per motivazioni politiche. Francia, Egitto, Emirati Arabi Uniti si sono schierati con la Grecia e Cipro.

L’Italia, che con l’ENI ha una delle maggiori partecipazioni nella regione, per un verso sta cercando di dare sostegno a Grecia e Cipro,dall’altra parte deve accudire le buone relazioni che ha con il Cairo, non ultimo perché ENI ha accordi di esplorazione di petrolio e gas nelle acque egiziane.

Angela Merkel probabilmente è riuscita a far saltare il tappo dello scontro frontale e rimettere tutti i giocatori in pista alla pari e disarmati. Ora spetterà a Bruxelles proseguire il lavoro della cancelliera.

Da ieri è iniziata una nuova fase della crisi dell’Egeo, decisiva non solo per i due contendenti, anche e soprattutto per i futuri equilibri nell’area e per capire se la UE sarà, in questi futuri equilibri padrona del suo Mediterraneo. Dopo il colpo di reni finanziario del post-Covid-19, Bruxelles potrebbe dimostrarne -altrettanto inaspettatamente- un altro, quello della politica estera comune, nella prospettiva di divenire quella potenza effettiva che sullo scacchiere internazionale in nuce già è.

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