lunedì, Aprile 6

Medio Oriente, dove il coronavirus colpirà più duro Il COVID-19 potrebbe essere il secondo e più grande stravolgimento di questi primi 20 anni del secolo, potenzialmente una catastrofe, di sicuro uno stravolgimento. Nel dopo nulla sarà come prima

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Il Medio Oriente ha subito uno stravolgimento epocale con le così dette ‘primavere arabe’, il COVID19, secondo alcuni analisti, potrebbe essere il secondo e più grande stravolgimento di questi primi 20 anni del secolo, e insieme una catastrofe.
«La regione sta affrontando una serie di sfide a cascata che scuoteranno» i governi, provocherannodistruzioni economiche, devastando le popolazioni,non un solo Paese non avvertirà gli effetti disastrosi della pandemia. «La regione che emergerà avrà contorni molto diversi da quelli a cui ci siamo abituati nell’ultimo mezzo secolo o più», e questi cambiamenti graveranno molto su quella che sarà la sicurezza mondiale.

L’Africa rapidamente si chiude a riccio -è di queste ore il coprifuoco in Senegal e Costa d’Avorio-, il Medio Oriente e in particolare i Paesi africani della regione- appare come l’area che dall’emergenza coronavirus COVID-19 ne uscirà, forse più a pezzi rispetto altre aree di Africa e Asia, certo molto diversa da come la conosciamo.

Per un verso il problema sanitario, aggravato dai fragili sistemi sanitari, dall’altra l’esacerbazione delle difficoltà politiche e, secondo alcuni osservatori, del settarismo, il tutto condito e aggravato dalla crisi economica., in una critica area già gravata da conflitti, tensioni e disordini politici. Yemen, Libia e Siria in guerre civili, Algeria, Libano, Iraq con proteste e disordini sociali che perdurano da tempo e hanno logorato pesantemente il potere politico e le istituzioni, milioni di rifugiati e sfollati accampati in soluzioni molto più che provvisorie. In questa fragilità si abbatte il virus.

Il Paese mediorientale che probabilmente preoccupa di più è l’Iran, il quale è strangolato dalle sanzioni che impediscono al Governo di far fronte alla crisi con adeguate forniture di medicinali, test, e apparecchiature salvavita all’emergenza. Come abbiamo avuto modo di vedere, il virus sta colpendo una popolazione impossibilitata a difendersi.
Ma preoccupano anche Paesi quali IsraeleEgitto, Arabia Saudita, Bahrain, Kuwait, QatarEmirati Arabi Uniti, Iraq, di fatto tutta l’area è infetta.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità in queste ore ha lanciato l’allarme: la pandemia corre veloce, e i numeri crescono e si aggiornano di giorno in giorno.

Siria, Iraq, Libano, Yemen in particolare, ma anche la Turchia, preoccupano gli osservatori locali, anche e soprattutto, per la crisi umanitaria devastante che potrebbe scoppiare nei campi profughi, già sovraffollati e già con gravissime carenze sanitari, se COVID-19 dovesse diffondersi a livelli importanti, anche senza arrivare alle percentuali cinesi o italiane. La regione conta circa 5,5 milioni di rifugiati siriani e più di 6 milioni di sfollati, sempre siriani, tra cui 1 milione di persone che sono fuggite dai recenti combattimenti a Idlib. L’Iraq ha 1,5 milioni di sfollati interni. Una epidemia in questi luoghi, trasformerebbe i campi in cimiteri a cielo aperto, lo ha denunciato molto chiaramente Norwegian Refugee Council, dicendo che quando il coronavirus arriverà in questi campi sarà una carneficina.

Secondo gli osservatori, le monarchie del Golfo saranno probabilmente in grado di gestire Covid-19 dal punto di vista sanitario, visto che i loro sistemi sanitari, a differenza di quelli degli altri Paesi dell’area, funzionano molto bene e sono, pare, ottimamente riforniti. La preoccupazione in questa area è piuttosto economica, con il crollo del turismo -Riyad ha bloccato il fiorente turismo, soprattutto religioso, e vietato l’ingresso alle moschea della Mecca e di Medina, dopo la diffusione del virus in gruppi religiosi quali quelli della Corea del Sud e il rischio fallimento o chiusura dei grandi eventi programmati per il 2020 -quali l’Expo negli Emirati e la presidenza G20 dell’Arabia Saudita- che dovevano essere una grossa fonte di guadagni, dal turismo in particolare, e di visibilità e prestigio internazionale. L’innesto, poi, della crisi del petrolio rende il Golfo particolarmente ansioso. A rischio anche il programma di modernizzazione e diversificazione dell’economia del principe ereditario Mohammed bin Salman, dal quale potrebbe dipendere se non proprio la tenuta del regno, certo il suo futuro economico e di posizionamento geostrategico.Alcuni Paesi come Bahrain e Oman che già erano in crisi economica potrebbero annaspare.
Il Golfo potrebbe avere qualche problema per le forniture alimentari, molto dipendenti dall’importazione
in Arabia Saudita sono arrivate pure le locuste a distruggere una buona percentuale di agricoltura locale– e una crisi alimentare potrebbe essere molto insidiosa per la tenuta dei governi.

Un elemento che rischia di aggravare il quadro è la crisi di credibilità della classe dirigente, sottolineano alcuni analisti come quelli dell’European Council on Foreign Relations. La guerra civile in Siria e il fallimento, di fatto, delloStato in Iraq e Libano «hanno svuotato questi Paesi di una leadership politica forte e legittima, così come delle strutture istituzionali necessarie per affrontare la minaccia rappresentata dalla pandemia globale», oltre che delle strutture sanitarie necessarie. Sono Paesi, questi, estremamente fragili anche in termini economici, la sterlina libanese e la lira siriana hanno subito drammatiche svalutazioni negli ultimi mesi, il Libano è a secco di dollari, il che impedisce importazioni di forniture medicali, l’Iraq è carente di valuta pregiata causa il crollo del prezzo del petrolio.
Nel Golfo il COVID-19 potrebbe aggravare le tensioni politiche, sia interne, sia verso l’Iran, nei confronti del quale la propaganda si è accanita, dipingendolo come l’untore della regione, e di riflesso si è accanita anche contro i cittadini sciiti dei loro Paesi, da tempo discriminati. Insomma,questo coronavirus potrebbe «approfondire le linee di faglia settarie» e dunque lo scontro con Iran e suoi alleati.

In Israele (dove ad oggi secondo l’OMS ci sono 1.071 casi di COVID-19) il Governo ha adottato pesanti misure di contenimento, e per di più ha messo in campo le tecniche di sorveglianza che da tempo ha applicato contro i palestinesi con il tracciamento dei cellulari per individuare i malati, e si è trovato nelle condizioni di dover collaborare con l’Autorità Palestinese (PA) e Hamas (59 secondo l’OMS i casi di coronavirus nei Territori Occupati) perché le misure adottate abbiano efficacia.
Secondo gli osservatori locali, persistono
tra la popolazione israeliana sacche di malcontentodeterminato dal fatto che COVID-19 ha fornito al Primo Ministro Benyamin Netanyahu la scusa per restare al potere e rimandare la formazione di un nuovo Governo.
La Cisgiordania potrebbe avere difficoltà a gestire un aumento significativo nei casi Covid-19, ma a Gaza il virus è grande minaccia, viste le condizioni in cui la Striscia già verte da anni, e il sistema sanitario molto più che carente. Le conseguenze economiche saranno pesanti sia per ipalestinesi che per gli israeliani, e si potrebbeanche ipotizzare che questo, però, possa significare un allentamento della tensione nel post-coronavirus.

Passando in Africa, l’Egitto è il Paese più colpito in termini di numero di malati, ma anche, almeno tra i Paesi del Nord Africa, quello che potrebbe subire le conseguenze peggiori in termini economici, causa, in primis il crollo del turismo.
La Libia rappresenta un rischio estremo, dopo anni di guerra il sistema è distrutto e il virus potrebbe rappresentare un colpo mortale.

IMFBlogil forum che raccoglie le opinioni del personale e dei funzionari del Fondo Monetario Internazionale (FMI), è perentorio: «la pandemia sta causando disordini economici significativi nella regione attraverso shock simultanei: uncalo della domanda interna ed esterna, una riduzione degli scambi, un’interruzione della produzione, un calo della fiducia dei consumatorie un inasprimento delle condizioni finanziarie. Gli esportatori di petrolio della regione affrontano l‘ulteriore shock del crollo dei prezzi del petrolio. Le restrizioni ai viaggi a seguito della crisi della salute pubblica hanno ridotto la domanda globale di petrolio e l’assenza di un nuovo accordo di produzione tra i membri dell’OPEC + ha portato a un eccesso di offerta di petrolio. Di conseguenza, i prezzi del petrolio sono diminuiti di oltre il 50% dall’inizio della crisi della salute pubblica.
Le minori entrate dall’esportazione petroliferaridurranno le entrate statali, il che premerà sui bilanci pubblici, pressioni che si riverseranno sul resto dell’economia. E a queste riduzione si aggiungono quelle derivanti dal crollo del turismo in tutta l’area. Un settore, quello del turismo, che, secondo molti analisti, potrebbe impiegare anni per riprendersi. E forse è proprio il turismo, più ancora del petrolio, a dover preoccupare di più per il futuro del Medio Oriente. Il turismo significa consumi, molti posti di lavoro, valuta pregiata.
«Si prevede che gli shock intrecciati causeranno un duro colpo all’attività economica nella regione, almeno nella prima metà di quest’anno, con conseguenze potenzialmente durature». Conseguenze sul lungo periodo perché «le misure per contenere la diffusione della pandemia stanno danneggiando settori chiave ricchi di posti di lavoro: le cancellazioni dei turisti in Egitto hanno raggiunto l’80%, mentre l’ospitalità e la vendita al dettaglio sono state colpite negli Emirati Arabi Uniti e altrove. Dato l’elevato numero di persone occupate nel settore dei servizi, vi saranno ampi riverberi se la disoccupazione aumenta e i salari e le rimesse diminuiscono».
Inoltre, gli investimenti, a partire da quelli esteri,sono sospesi, e non è chiaro quanto questa battuta di arresto potrà durare e se sarà solo una battuta di arresto o se intanto i capitali saranno già stati dirottati su altri settori più sicuri.
Tutto ciò si traduce in una facile previsione: «quest’anno la regione vedrà probabilmente un forte calo della crescita», e neanche le teste pensanti dell’FMI vogliono rischiare di avanzare quanti punti percentuali la regione, già prima in difficoltà, lascerà sul terreno a COVID-19 superato.

Il Medio Oriente ha subito uno stravolgimento epocale con le così dette ‘primavere arabe’, il COVID19, secondo alcuni analisti, potrebbe essere il secondo e più grande stravolgimento di questi primi 20 anni del secolo, e insieme unacatastrofe.
«La regione sta affrontando una serie di sfide a cascata che scuoteranno» i governi, provocherannodistruzioni economiche, devastando le popolazioni,non un solo Paese non avvertirà gli effetti disastrosi della pandemia. «La regione che emergerà avrà contorni molto diversi da quelli a cui ci siamo abituati nell’ultimo mezzo secolo o più», e questi cambiamenti graveranno molto su quella che sarà la sicurezza mondiale. Così sostiene il vice-Presidente del Center for Strategic and International Studies, Jon B. Alterman.

Di mano in mano che la vicenda COVID-19 si snoda e prende forma, si stanno imponendo due scuole di pensiero tra gli osservatori e analisti. La scuola più tendente alla positività immagina che questo coronavirus di certo stravolgerà il mondo, ma che in questo stravolgimento, magari anche catastrofico, possano esservi opportunità da sviluppare. In Medio Oriente questa scuola non esclude vi siano opportunità, la concretizzazione è ancora difficile immaginarla.

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