mercoledì, Dicembre 11

MENA: sempre meno acqua, sempre più violenza Nella regione MENA l’acqua è sempre più scarsa per via dei cambiamenti climatici: dobbiamo prepararci a nuove guerre?

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«Quasi un quarto della popolazione mondiale vive in una condizione di carenza idrica estremamente elevata» e molte nazioni del Medio Oriente sono tra quelle che patiscono il maggiore peso di questa carenza. Il recente studio di World Resources Institute è molto chiaro: «Quelle che una volta erano crisi idriche inimmaginabili, ora stanno diventando sempre più comuni». E se pensiamo che questo disastro ambientale si possa abbattere con ferocia su regioni nel pieno della loro instabilità politica, il quadro generale che ne esce è a dir poco rassicurante.

«La carenza idrica minaccia seriamente le vite umane, il benessere e la stabilità commerciale». Leggiamo nell’articolo di presentazione del WRI che i cambiamenti climatici ostacolano «la crescita demografica, lo sviluppo socioeconomico e l’urbanizzazione» poiché sono tutte dinamiche che richiedono una sempre maggiore quantità di acqua.

Lo studio di WRI evidenzia come la zona che più soffre la carenza idrica è la regione MENA (Medio Oriente e Nord Africa); e con sorpresa scopriamo che anche gli Stati europei meridionali non vengono risparmiati. Cipro, Grecia, Spagna, Portogallo e Italia hanno un alto livello di carenza idrica (insieme anche al Belgio). Ma chi sta veramente male sono 17 Stati che stanno affrontando un livello estremo di stress idrico, tra cui Qatar, Iran, Libia, Kuwait ed Eritrea.

«Dodici dei 17 Stati con maggiore carenza idrica appartengono all’area MENA. La regione è calda e secca, quindi le risorse di acqua sono già di loro basse, ma con l’aumento della domanda interna lo stress idrico è aumentato notevolmente. La Banca Mondiale prevede che la regione MENA subirà la perdita economica maggiore per via della carenza idrica dovuta ai cambiamenti climatici: la perdita si stima sarà tra il 6 e il 14 per cento del PIL della regione entro l’anno 2050».

Ci si aspetta che le temperature in Medio Oriente crescano il doppio più velocemente rispetto all’aumento medio che si registra nel mondo. «Ondate di caldo prolungate, desertificazione e siccità renderanno inabitabili ampie parti della regione MENA», si legge tra gli articoli di Atlantic Council. «E dove si potrà ancora vivere, il cambiamento climatico potrà alimentare una competizione violenta per l’ottenimento di risorse naturali (essenziali) sempre più rare».

E per vedere un esempio chiaro di quello che una siccità e peggiori condizioni di vita possono portare, basta pensare al conflitto civile in Siria che, secondo una ricerca di PNAS, ha tra le sue cause la siccità che ha colpito lo Stato tra il 2007 e il 2010. «Quella siccità ha costretto gli agricoltori a migrare verso i centri urbani (Damasco ed Aleppo, ad esempio), preparando un calderone concentrato e instabile di persone che hanno preso parte alla catastrofe politica», ci informa Atlantic Council

Dal 2002 al 2010 la popolazione urbana siriana era aumentata del 50 per cento: «Sicuramente i cambiamenti climatici non hanno spinto Bashar Al-Assad a reprimere brutalmente la propria popolazione, ma la disparità economica e le migrazioni dovute alla crisi climatica hanno contribuito a quella repressione: è il caso della politica di ‘privatizzazione’ e dell’accentramento di potere che hanno esasperato la disuguaglianza e hanno isolato completamente la popolazione rurale (che ha continuato a migrare)».

Si continua a leggere su Atlantic Council: «Mano a mano che la crisi climatica fa aumentare le temperature, facendo diminuire la quantità di cibo e facendo soffrire l’economia, sempre più Stati mediorientali vanno incontro a bagni si sangue». Infatti, quando lo Stato Islamico ha iniziato a costituire il proprio dominio nella regione ha puntato al «controllo delle dighe che fornivano acqua potabile, elettricità e acqua per l’irrigazione dei campi nella regione del Tigri e dell’Eufrate».

La Mezzaluna fertile rischia grosso: sulle rive dei due fiumi vivono più di 23 milioni di persone. Gli esperti prevedono che in questo secolo il Tigri e l’Eufrate scompariranno in un letto secco e desertificato per via dei cambiamenti climatici: la Mezzaluna rischia di tramontare in un orizzonte di sangue e violenze.

Altri due Paesi che conoscono bene questo circolo vizioso sono l’Iraq e il Sudan. I conflitti in questi due Stati non sembrano mai finire, e il degrado ambientale peggiora la situazione. The New Arab  scrive: «Devastanti siccità hanno contribuito alla guerra civile irachena e alla guerra nel Darfur: in entrambi i casi, i problemi ambientali hanno alimentato le insurrezioni delle periferie – le quali erano alle prese con una combinazione di emarginazione sociale e scarsità d’acqua».

La competizione nella regione sudanese del Darfur è iniziata negli anni Ottanta, quando le piogge hanno iniziato a diminuire drasticamente e le sementi erano sempre più difficili da trovare. Durante gli anni Novanta e Duemila le piogge sono tornate ma «il governo ha trascurato la manutenzione di pozzi e bacini locali e non è riuscito a risolvere le controversie sorte tra i gruppi pastorali», si legge su The New Arab.

«Anche se l’ascesa di ISIS in Iraq sembra avere poco a che fare con i conflitti etnici in Sudan, le questioni ambientali che hanno contribuito alla guerra civile irachena si rispecchiano in quanto è accaduto in Darfur un decennio prima. La scarsità d’acqua ha svolto un ruolo centrale in entrambi i conflitti, facilitando il proposito degli insorti di reclutare gruppi etnici delusi e comunità religiose frustrate».

The Indipendent riporta che la crisi climatica, nei prossimi dieci anni, costringerà dalle 7 alle 10 milioni di persone della regione MENA a lasciare la propria casa. «L’instabilità delle risorse di cibo e carburante possono provocare velocemente il malcontento generale. Questo tipo di crisi potranno innescare nuova violenza ed aumentare il supporto della popolazione verso gruppi estremisti che offrono alternative. Le organizzazioni terroristiche – come l’ISIS – capitalizzano la crisi climatica per arruolare nuovi membri: sfruttano la povertà di alcuni agricoltori, e li arruolano offrendo in cambio cibo, soldi e altri vantaggi».

Ma la questione non riguarda solo la popolazione civile e quella rurale, riguarda anche i vari Governi. Ad esempio, a partire dal 2011, l’Etiopia ha iniziato a costruire la Grand Renaissance Dam sul Nilo azzurro per conto della Ethiopian Electric Power. Questa diga ha l’obiettivo di far diventare il Paese un esportatore di energia elettrica, ma questa volontà calpesta i piedi dell’Egitto. «Questa diga taglierà l’afflusso di acqua all’Egitto del 25 per cento: Il Cairo denuncia che la sua costruzione taglierà risorse idriche a circa 100 milioni di persone. E mentre Egitto ed Etiopia ne discutono ad un tavolo diplomatico, alcuni ufficiali dell’Esercito egiziano hanno considerato azioni militari per risolvere la disputa nel 2013».

Quindi, per evitare un’escalation interminabile di ulteriori guerre e violenze, le varie fonti che abbiamo consultato suggeriscono diverse soluzioni. In generale, il WRI suggerisce che ci sono possibilità infinite per risolvere questo problema. Nel suo studio presenta tre esempi ritenuti come i più diretti ed efficaci: aumentare l’efficienza agricola, investire nelle infrastrutturegreye in quelle green’, e avviare un programma di trattamento, riuso e riciclaggio delle acque di scarico.

L’efficienza agricola si basa sul concetto che ogni singola goccia d’acqua è fondamentale per mantenere il nostro sistema alimentare in vita: ciò significa dare importanza vitale ad ogni singola goccia. «Gli agricoltori possono usare i semi che richiedono meno acqua per crescere e migliorare i loro sistemi di irrigazione – usando quelli ad alta precisione, invece che spargere acqua su tutto il campo».

Invece, le ‘grey and green infrastructures’ sarebbe le infrastrutture costruite dall’uomo – come  tubature e impianti di trattamento delle acque – e quelle naturali. WRI (insieme a Banca Mondiale) auspica che le infrastrutture ‘grigie’ si adattino al più presto ad uno sfruttamento corretto delle infrastruttureverdi’ come le paludi e i bacini idrici non contaminati, in modo da distribuire maggiore acqua potabile di qualità.

Infine, il WRI ammonisce tutti: «Bisogna smettere di pensare ad un rifiuto come ad un rifiuto. Le acque di scarico sono esse stesse una nuova fonte idrica. Inoltre, ci sono molti esempi positivi come quello cinese o americano: in Xiangyang e a Washington D.C. si riusano o si vendono i prodotti catturati nel processo di trattamento delle acque – che sono fonte di energia e di nutrienti biologici». In questo modo, soprattutto nel momento in cui si vendono questi prodotti, si sgonfiano di molto i costi di trattamento, portando così un doppio vantaggio allo Stato.

Ma se in generale questi tre progetti possono funzionare per tutti, per la regione MENA la questione è leggermente più complicata – come abbiamo spiegato prima. I Governi di Giordania, Tunisia e Marocco hanno già iniziato a cercare di rispondere a questa crisi climatica che li colpisce direttamente – ma rimangono tre Stati soli. La Costituzione tunisina del 2014 evidenzia «la salvaguardia di un ambiente sano che garantisca la sostenibilità delle nostre risorse naturali». Ma nella stessa regione MENA, i Paesi del Golfo – che sono tra i maggiori esportatori di petrolio e gas – non hanno ancora battuto ciglio (se non nel trattamento delle acque reflue).

Circa l’82 per cento dell’acqua di scarico della regione non viene riutilizzata. Ad oggi l’Oman tratta il 100 per cento delle sue acque di scarico e ne riutilizza il 78 per cento. Un dato che fa ben sperare è che tra i sei Paesi del Gulf Cooperation Council l’84 per cento dell’acqua reflua viene trattata fino a diventare potabile – anche se solo il 44 per cento di essa viene riutilizzato. Questo significa che fino ad ora nella regione MENA si sopravvive, ma per domani le previsioni non danno ancora pioggia. E mentre l’acqua si asciuga sotto il sole, speriamo di non vedere altro sangue coagularsi nelle vie delle città distrutte dalla guerra.

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